
Gli stress test condotti dalla NISA, l’agenzia giapponese per il controllo del nucleare, non hanno convinto gran parte delle autorità locali che ospitano sul loro territorio uno dei tanti reattori ancora “spenti” dopo il disastro di Fukushima dell’11 marzo 2011. Oltre 10 mesi dopo l’incidente soltanto 5 dei 54 reattori giapponesi sono pienamente in funzione, la fiducia nella sicurezza dell’energia ricavato dall’atomo continua ad essere ai minimi storici. Nemmeno i test condotti, che avrebbero dimostrato come gli impianti siano sicuri, sembrano aver rassicurato la popolazione.
La AEIA ha inviato in Giappone un team di esperti che revisioneranno fino al 31 gennaio prossimo i protocolli utilizzati dalla NISA per i recenti stress test. Non si tratta di un’iniziativa dell’organizzazione con sede a Vienna, ma di un’esplicita richiesta del governo giapponese evidentemente ansioso di corroborare la validità delle conclusioni ottenute. James Lyons, capo della AIEA, ha spiegato: “Stiamo conducendo un’approfondita revisione della metodologia e dell’approccio utilizzato, come richiesto delle autorità giapponesi”.
Secondo la NISA tutti gli impianti sono perfettamente in grado (almeno ora, viene da dire) di resistere perfettamente alle sollecitazioni che hanno causato l’incidente di Fukushima, sia il terremoto di magnitudine 9.0 sia un eventuale tsunami. Il timore del governo è che il prolungato stand-by di 49 centrali nucleari provochi una crisi dovuta alla mancanza di energia, ma per il momento le rassicurazioni dell’autorità per l’energia nucleare locale non hanno sortito l’effetto sperato e sono tanti i governatori che si rifiutano di autorizzare il nuovo avvio delle attività. L’AEIA non ha intenzione di interferire, nonostante sia evidente il tentativo di “metterla in mezzo”: “La totale responsabilità della decisione sul riavvio delle centrali è del governo giapponese, noi non esprimeremo un giudizio in merito”. Il più classico degli scaricabarile.
Foto | © TM News
Via | Guardian

Fattorie della bile in Cina: per chi non è ancora a conoscenza di questo orrore, sono degli allevamenti intensivi di orsi tibetani a cui viene ficcato un catetere di metallo nella cistifellea per circa vent’anni (ammesso poi che resistano tanto a lungo). Un escamotage per ricavare bile, utilizzata nella medicina tradizionale cinese, dopo che è stato vietato di uccidere gli orsi al medesimo scopo, dal momento che rischiano l’estinzione.
Sicuramente le fattorie della bile sono eticamente discutibili ma non finisce qui. Secondo quanto afferma Jill Robinson, fondatrice di Animals Asia, l’estratto utilizzato per produrre medicinali sarebbe anche rischioso per la salute umana.
Perché lo ha spiegato Gao Yimin, docente della Capital Medical University, nel suo intervento a Pechino, nell’ambito della campagna Healing without harm:
Il modo in cui viene estratta la bile dagli orsi favorisce la proliferazione di batteri e lo sviluppo di infezioni, riducendo di fatto l’efficacia della bile. È una tecnica dannosa per la salute umana.
Continua a leggere: Guarire senza ferire, nuova campagna contro le fattorie della bile in Cina

Il Governo cinese sottovaluta i rischi e la portata dello smog a Pechino. Accuse mosse dall’opinione pubblica e dagli esperti che hanno spinto le autorità a promettere maggiore trasparenza sull’inquinamento atmosferico che grava sulla metropoli, con l’intento di placare le proteste.
Dopo che su Twitter erano trapelati i dati reali sull’inquinamento da polveri sottili nella capitale, diffusi dall’Ambasciata americana, a partire da fine mese il Governo, in una nota, ha promesso di conteggiare le polveri sottili includendo parametri più restrittivi di quelli attuali.
Ad oggi, infatti, le équipe di esperti del dipartimento dell’ambiente conteggiano le particelle di polveri sottili fino ai 10 micron di diametro.
Continua a leggere: La Cina promette più trasparenza sull'inquinamento atmosferico a Pechino

L’International Rice Research Institute ha riunito i principali leader asiatici nella produzione di riso il 16 dicembre scorso ad Hanoi in Vietnam, nell’ambito della conferenza Threats of insecticide misuse in rice ecosystems. Exploring options for mitigation. Oggetto dell’incontro i danni per milioni di dollari provocati dall’abuso di insetticidi nelle piantagioni di riso.
I coltivatori di riso utilizzano troppi insetticidi per contrastare i Fulgoridi, parassiti che rappresentano il flagello più grande per le piantagioni. Questi insetti succhiano infatti linfa dalle piante di riso, facendole seccare e morire. Inoltre trasmettono tre malattie virali alla pianta.
Il problema è che sono mancati in questi anni dei piani di prevenzione e gestione dell’epidemia sostenibili. Ci si limita, per evitare che il raccolto venga compromesso, a distruggerli abusando degli insetticidi.
Continua a leggere: Troppi insetticidi nelle risaie, il Vietnam corre ai ripari

L’UNEP, lo United Nations Environment Programme, ha avviato un progetto per generare energia rinnovabile dagli scarti agricoli in Pakistan, esattamente nel distretto di Sanghar, un’area rurale della provincia di Sindh, nella parte centro-orientale del Paese. In questa zona vivono quasi due milioni di persone, coltivando grano, cotone, canna da zucchero, riso e mais. Colture che garantiscono cibo e lavoro alle popolazioni locali.
A latitare è invece l’accesso ad una fonte affidabile di energia per i consumi domestici. Le donne utilizzano legno ed altre biomasse in stufe rudimentali (e rischiose) per cucinare e riscaldare l’acqua per i pasti. L’International Environmental Technology Centre (IETC), con sede in Giappone, in collaborazione con la Mehran University of Engineering and Technology di Jamshoro, ha quantificato gli scarti agricoli presenti nell’area per calcolarne il potenziale energetico.
Sui campi rimanevano ben 2,5 milioni di tonnellate di rifiuti, non tutte utilizzabili però per produrre energia. Quelle disponibili, ad ogni modo, erano capaci di generare energia quanto 1,07 milioni di tonnellate di legna da ardere, soddisfacendo i consumi di circa 400 mila famiglie. I ricercatori hanno poi esaminato l’utilizzo degli scarti agricoli da parte dei contadini e degli allevatori, per evitare conflitti e per non sottrarre materie prime preziose alla popolazione.
Continua a leggere: Energia pulita dagli scarti agricoli nelle aree rurali del Pakistan

Gli inverni nel deserto del Gobi di norma sono lunghi e rigidi, ma quello del 2009-2010 è stato particolarmente freddo, il più ostile in assoluto degli ultimi cinquant’anni. Si tratta di una condizione climatica nota ai Mongoli come dzud che si verifica ad intervalli irregolari.
Migliaia di cavalli ed altri animali erbivori sono morti di stenti, non riuscendo a trovare cibo sotto il manto nevoso troppo alto. Si stima che siano morti oltre 7,8 milioni di animali, pari al 17% dell’intera popolazione presente nel Paese. Ben quindici delle ventuno province della Mongolia sono state interessate dal disastro.
I cavalli di Przewalski, reintrodotti nel Paese a partire dal 1992, hanno subito delle grosse perdite. Al contrario, gli asini selvatici, nomadi per natura e presenti in più aree, sono riusciti a scampare alle intemperie.

Torniamo a parlare di riciclo creativo delle porte. Lui è Choi Jeong-Hwa, artista sudcoreano, capace di stupire utilizzando oggetti di uso comune nei modi e nei luoghi più insoliti.
Le facciate di questo palazzo a dieci piani di Seoul, ad esempio, sono state ricoperte da mille porte riciclate. Come tanti pixel frantumano il nostro sguardo, perso nelle infinite possibilità offerte dal riciclo creativo e da un modo diverso di guardare il mondo, spalancando le porte che vogliamo e lasciandone altre ben chiuse.
Via | Colossal
Foto | Choi Jeong-Hwa

In Birmania di recente è stata scoperta una nuova specie di scimmia dal naso camuso, Rhinopithecus strykeri. Finora erano quattro le specie di scimmie dal naso camuso note, in Cina, Vietnam e Tibet, tutte a rischio estinzione.
Anche questa nuova specie ha tutti i requisiti per entrare, già all’indomani della scoperta, nella Lista Rossa dell’IUCN. Si stima, infatti, che ne siano rimasti appena 350 esemplari.
Non esistono foto degli esemplari della specie, quella che vedete sopra è una ricostruzione dei ricercatori. Paradossalmente, gli unici esemplari noti alla scienza sono quelli giunti morti per mano dei cacciatori. Cacciatori che sono anche la principale causa dell’estinzione di queste scimmie.
Proprio il loro naso all’insù le rende facili prede. Nei giorni di pioggia, infatti, quando l’acqua penetra nelle loro narici, starnutiscono ed i cacciatori le localizzano facilmente.
Foto | Thomas Geissmann, Fauna & Flora International
Via | Fauna & Flora International

In concomitanza con la Conferenza sul Clima di Durban, in corso in Sudafrica, l’UNEP ha pubblicato un rapporto sull’impatto dei cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo dell’Asia e dell’Africa.
Il dossier analizza le difficoltà di sostentamento per la popolazione femminile, dedita all’agricoltura, che si ritrova a fronteggiare fenomeni meteorologici sempre più estremi in condizioni di forte disuguaglianza.
Il report Women at the frontline of climate change: gender risks and hopes evidenzia il ruolo cruciale delle donne nella gestione degli ecosistemi agricoli, sottolineando che le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici devono puntare su un maggior coinvolgimento della popolazione femminile. La parità tra i sessi in questi Paesi ed il medesimo accesso alle risorse è infatti fondamentale per gestire in modo sostenibile i lotti agricoli.
Continua a leggere: Cambiamenti climatici, UNEP: impatto maggiore per le donne in Africa ed Asia

Una flotta di baleniere giapponesi, scortata dalla guardia costiera, ha lasciato nei giorni scorsi il porto di Shimonoseki, nel Sud-Ovest del Giappone, direzione Antartide dove ha inizio la caccia alla balene.
I cacciatori sono stati accusati da Greenpeace, e da Brigitte Bardot a sostegno di Sea Sheperd ancor prima, di aver utilizzato i fondi destinati a risollevare l’economia dei pescatori colpiti dallo tsunami lo scorso 11 marzo, ricevendo circa 30 milioni di dollari dal Governo per sovvenzionare la battuta di caccia di quest’anno.
Junichi Sato, direttore esecutivo di Greenpeace Japan, ha spiegato che è vergognoso elargire i soldi dei contribuenti ai cacciatori di balene. Il programma di caccia alla balena non è prioritario, è impopolare ed economicamente impraticabile. Quei fondi dovrebbero essere destinati a risollevare l’economia locale ed alla ricostruzione.
Continua a leggere: Caccia "scientifica" alle balene in Giappone con i fondi dello tsunami