Quel miserabile ronzio delle rinnovabili...

Quel miserabile ronzio delle rinnovabili...

Un articolo pubblicato dal New York Times il 5 ottobre, "For Those Near, the Miserable Hum of Clean Energy", racconta la protesta degli abitanti di Vinalhaven, isola di fronte la Penobscot Bay, nello stato americano del Maine, contro le turbine eoliche. Lo stesso New York Times, per inciso, pochi giorni fa aveva benedetto le quattro pale eoliche installate in un paesino dell'Abruzzo.

L'impianto di Vinalhaven, tre turbine di grandi dimensioni, è stato da poco installato e, inizialmente, è stato ben accolto dagli abitanti. E' bastato poco, però, per far cambiare loro idea:

Nei primi 10 minuti, le nostre mascelle sono cadute a terra. Nessuno nella zona ci poteva credere. Facevano così tanto rumore!

Dice Art Lindgren, uno degli intervistati, al NYT che raccoglie anche altre testimonianze. Ma il giornale fa anche di più: prende in mano gli studi, quelli dell'industria del vento, quelli indipendenti del Dipartimento per l'Energia (Doe) e quelli dell'Acoustic Ecology Institute, una sorta di istituto online che raccoglie dati sull'impatto acustico degli impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile.

L'industria, ovviamente, dice che "non c'è alcuna prova scientifica che i suoni udibili o sub-udibili emessi dalle turbine eoliche possono avere effetti nocivi diretti sulla salute umana". Per arrivare a questo risultato ha messo su un gruppo di studio formato da medici.

Il Dipartimento dell'Energia, invece, ha appurato che il valore economico delle proprietà private che si trovano vicine a questi impianti non hanno subito ripercussioni.

L'Acoustic Ecology Institute, infine, ha messo in luce che su 250 impianti eolici sorti l'anno scorso negli Stati Uniti solo una dozzina ha creato malcontenti.

Ma il dato più significativo è che, tra gli stessi abitanti di Vinalhaven, la stragrande maggioranza è favorevole alle pale eoliche, seppur con varie motivazioni: molti per coscienza ambientalista, alcuni per i vantaggi sulla bolletta elettrica (affermano che da quando ci sono le tre turbine il costo dell'energia elettrica sull'isola è sceso) altri neanche si pongono il problema.

A lamentarsi di quel "miserebile ronzio", quindi, è una stretta minoranza della popolazione dell'isola. Ma tanto è bastato per fare arrivare il New York Times, con tanto di telecamera, e per far sapere al mondo (che dei giornali legge solo i titoli) che le rinnovabili fanno un frastuono infernale.

Tutto questo negli Stati Uniti. E in Italia? C'è una "lezione" che si può apprendere dalla storia di Vinalhaven raccontata dal New York Times? Più o meno: ci sono in realtà dei paragoni da fare ma partendo dalla descrizione di una situazione unica al mondo.

In Italia, infatti, le turbine eoliche non godono affatto di buona fama. O meglio: di buona stampa. La gente comune, infatti, nel nostro paese è anni luce dal sentirsi in dovere di farsi un'opinione sulle energie rinnovabili. E questo, molto probabilmente, già non è un buon segnale.

La stampa italiana: il suo sport preferito, quando parla di rinnovabili, è dare addosso all'eolico. L'accusa principale è quella riguardante la scarsa trasparenza delle operazioni finanziarie che stanno dietro la costruzione di un parco eolico. Non sono accuse campate in aria, ma hanno un fondamento ben identificabile: la figura dello "sviluppatore".

Lo sviluppatore è un personaggio che forse esiste solo in Italia. E' un imprenditore locale, di solito appena arrivato nel settore dell'energia verde, che ha capito che può fare molti soldi senza costruire un bel niente e muovendosi solo sulla carta. Il suo ruolo è quello di innescare il movimento della prima ruota di un ingranaggio molto più grande di lui.

Trova, e "contrattualizza", i terreni sui quali dovrà sorgere l'impianto. Spesso ha alle sue dipendenze alcuni giovani intraprendenti della zona che girano per le campagne proponendo contratti di affitto da venti+dieci anni (venti perchè tanto durano gli incentivi statali, gli altri dieci poi si vedranno...).

Capita, e non è neanche raro, che alcuni di questi giovani convincano i propri parenti ad affittare i terreni di famiglia per far contento il capo, lo sviluppatore. E non è neanche detto che si tratti di una fregatura: la maggior parte di questi terreni agricoli non vede il trattore da una decina d'anni e non lo vedrà per decenni ancora.

Molti terreni sono improduttivi e i rispettivi proprietari aspettano solo che diventino appetibili per la speculazione edilizia o per la costruzione di un centro commerciale o un supermercato. O, perchè no, di uno di quei bei negozioni di fai da te che oggi hanno tanto successo.

In attesa dell'Ikea affittarlo ad un prezzo che, in base all'impianto (eolico o fotovoltaico) e alle caratteristiche del terreno stesso, può oscillare tra i 1.500 euro e i 4.000 euro all'anno (per ogni ettaro) per vent'anni certi non è detto che sia sbagliato. Sempre che in Italia si arrivi a capire se poi bisogna pagare o meno l'Ici sugli impianti eolici o fotovoltaici...

Lo sviluppatore, presi i terreni, passa alla burocrazia e presenta decine di progetti per farsene approvare almeno uno, quello della vita. Per ogni megawatt approvato e cantierabile, infatti, uno sviluppatore può prendere anche mezzo milione di euro. Anche se, a dar retta alle voci che girano, ultimamente questi ricavi stanno iniziando a sgonfiarsi.

Un progetto approvato alla Regione, o al Ministero può cambiare proprietario anche dieci volte prima di trovare chi effettivamente lo fa diventare un parco eolico o fotovoltaico. E quando lo diventa iniziano le polemiche.

Alcune giustificate, come quelle già accennate sul lato finanziario: vendendo e comprando pezzi di carta a milioni e milioni di euro si fa presto a riciclare denaro sporco, magari di origine mafiosa. Non per niente il più grande sequestro mai avvenuto in Italia di beni appartenenti a presunti mafiosi è quello di poche settimane fa effettuato su input della Direzione Investigativa Antimafia di Trapani ai danni di Vito Nicastri, imprenditore dell'eolico che si è visto sequestrare parchi e beni per 1,5 miliardi di euro.

Ma è il secondo livello di polemiche che è ancora più significativo, perché ha una forte matrice culturale e va oltre ogni considerazione sulla "pulizia" dell'energia pulita: è quello sull'impatto paesaggistico delle rinnovabili. Che sono brutte, che fanno rumore (come a Vinalhaven), che sottraggono suolo agricolo all'economia tradizionale locale.

Le rinnovabili sono brutte. Parola di Soprintendente, ci sarebbe da aggiungere visto che gli attacchi vengono quasi sempre da un funzionario dell'Assessorato regionale di turno. Soprintendente che, di solito, è un architetto. Nessuno ha mai capito per quale motivo ci siano tanti architetti nelle soprintendenze italiane, ma è un dato di fatto abbastanza diffuso.

Architetti paesaggisti, per la precisione. Perchè è proprio il paesaggio a fare da discriminante tra un parco eolico o fotovoltaico che si può fare, in Italia, e uno che non si può fare. Il paesaggio, questo sconosciuto. Il paesaggio, la nostra ricchezza. E' incredibile come in Italia ci vogliano, se va bene, venti o più anni per demolire un ecomostro in cemento armato che non produce nulla se non reddito per il palazzinaro di turno ma bastino pochi giorni per mettere in crisi l'iter di un progetto che ha tutte le autorizzazioni necessarie (tra i vari enti, circa quaranta).

Per capire di cosa stiamo parlando, è il caso di leggere la storia di un caso emblematico: quello del parco fotovoltaico di Ragusa.

Le rinnovabili consumano suolo agricolo. Chiedetelo ai pugliesi, che sono arrabbiatissimi per l'invasione dei pannelli fotovoltaici: per installarne decine di migliaia hanno sradicato interi uliveti. E questo è spesso vero, nel senso che qualche uliveto se l'è vista brutta in Puglia. Ma se guardiamo i numeri, riusciamo a capire l'entità di questo problema? Sì, perfettamente...

Per fare un megawatt fotovoltaico servono da tre a cinque ettari di terreno agricolo, dipende dalla tecnologia utilizzata. Mettiamo pure che siano cinque. La Puglia è la regina italiana del fotovoltaico, con una potenza installata pari a 320 ettari (dati recentissimi, 2010). Fatti due calcoli, e prendendo per buona l'occupazione di suolo peggiore, stiamo a 1.600 ettari occupati.

In realtà sono molti meno: il caso più frequente è quello dei tre ettari a megawatt e non tutto il fotovoltaico pugliese è installato a terra, qualcosa sui tetti c'è. Ma andiamo avanti e vediamo quanta ce n'è, di terra, in Puglia: secondo i dati Istat (vecchiotti, 2006, ma ancora indicativi) la superficie agricola pugliese è pari a 1.379.278 ettari. Ma non sono tutti utilizzati visto che la superficie agricola utilizzata (SUA) è pari a 1.249.645.

C'è qualcuno in Puglia, quindi, che a fronte dello 0,12% di superficie coltivabile destinata a produrre energia non si accorge che quasi il 10% della terra è abbandonata, e un motivo ci sarà. Ma non va cercato nel fotovoltaico, bensì nell'agricoltura moderna che stritola i produttori.

Il "caso Puglia", però, è oggi preso ad esempio negativo da tutti i detrattori dell'industria delle rinnovabili. Ma è veramente possibile che uno 0,12% diventi un caso nazionale? Sì, se persino il New York Times mette in pagina il "miserabile ronzio delle rinnovabili".

Via | New York Times, Istat
Foto | Flickr

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