Erin McKittrick: La strada alla fine del mondo


Abbiamo scoperto l'uscita per Bollati Boringhieri di La strada alla fine del mondo, in inglese A long trek home sul sito Ground Trekking: è la storia di 4000 miglia percorse senza veicoli a motore da due scienziati, lungo la costa ovest di USA e Canada, da Seattle fino all'Alaska. A piedi per scoprire la realtà e toccarla con mano, e per formarsi poi un'idea più completa dopo il rientro dalla spedizione, riunendo l'esperienza in prima persona con tanta ricerca.

Quattro stagioni trascorse nella natura selvaggia, da soli, in luoghi inviolati, dove il tempo ha una dimensione sconosciuta e ogni giorno è in gioco la sopravvivenza. La risposta si delinea pagina dopo pagina nel minuzioso racconto di questa avventura estrema: il desiderio di ritrovare nella natura l’essenza più pura della propria anima, prima che l’intervento dell’uomo distrugga il meraviglioso ma precario equilibrio di quei luoghi.

Lascio la bellezza della narrazione di viaggio alle 240 pagine del volumetto che trovate in libreria, e mi porto via per voi solo una considerazione che mi ha colpito: quante volte ci sentiamo strani proprio per mano di chi sarebbe deputato a rappresentarci agli occhi del mondo?

Mentre salivamo le scale per andare a dormire in un bel let- tone morbido e confortevole, sentimmo il nostro amico dire: «Sono persone normali, e anche socievoli. Una bella sorpresa».
Io e Hig ridemmo: la nostra «normalità» li aveva piacevolmente stupiti.
Per chi diavolo ci avevano presi?

E' anche per questo che Ecoblog ha un senso, perchè la normalità dell'ambientalismo sia una piacevole sorpresa e non una stranezza da dipingere per forza con toni sensazionali per un grande media generalista...

Qualche giorno dopo arrivammo a Ketchikan, dove fummo ospitati da una coppia di amici che avevamo conosciuto da poco. Un inviato del quotidiano locale si presentò mentre stavo prepa- rando una pasta fredda nella cucina dei nostri ospiti. Il reporter aprì il blocco degli appunti e cominciò a intervistarci mentre ci occupavamo della cena.
«So che è una scrittrice. Sono sicuro che avrà una formula adatta a riassumere l’idea all’origine di questo viaggio». Aspettava speranzoso la mia risposta, con la biro sollevata a qualche millimetro dal foglio di carta.
«Ehm...» Hig e io ci lanciammo un’occhiata.
Non mi sentivo a mio agio nei panni del personaggio pubblico. Come riassumere un’idea tanto complessa e ambiziosa? Come avrei potuto spiegare in poche parole non solo quello che avevamo visto, ma anche ciò che speravamo di imparare e di condividere con gli altri?
Ogni volta che parlavo con i media, avvertivo una contraddizione. Noi desideravamo parlare ai giornalisti perché pensavamo davvero che il nostro viaggio non solo era meraviglioso, ma anche utile ad altri, o almeno lo speravamo. Loro invece ci volevano intervistare perché ci prendevano per matti. Era settembre, ci trovavamo nell’Alaska sud-orientale e dichiaravamo di voler raggiungere a piedi le isole Aleutine... sembrava davvero una follia.
Non sono una persona in cerca di sensazioni forti. Grazie alla nostra conoscenza della natura, le situazioni che affrontavamo ogni giorno per noi erano pericolose come lo era guidare un’auto per i nostri intervistatori. Parlare del viaggio non doveva essere un pretesto per mostrare la nostra follia. Anzi, si doveva parlare solo del viaggio, e non di noi. Borbottammo qualcosa, abbozzando una spiegazione che non era brillante né sintetica. Mi sentivo fuori posto. Di sicuro i personaggi pubblici trovavano sempre una formula azzeccata. Io no.

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