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Report, inchiesta "Il mare nero": il petrolio è per sempre...

Pubblicato: 01 nov 2010 da Peppe Croce

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Sono veramente molti gli spunti e i passaggi che fanno riflettere nell’inchiesta “Il mare nero” andata in onda ieri sera all’interno di Report su Rai tre (se ve la siete persa, potete rivederla a questo indirizzo): dalla superficialità delle istituzioni preposte a concedere o negare le autorizzazioni a ricercare petrolio in mare all’ipotesi, agghiacciante, che a causare i sempre più frequenti spiaggiamenti di cetacei sulle coste di mezzo mondo sia la sismica tridimensionale necessaria a scovare petrolio e gas sotto il fondo del mare.

Una questione, però, è forse più importante delle altre: la persistenza dei danni in caso di disastro petrolifero. Partendo dal disastro della petroliera Haven, affondata al largo di Savona nel 1991 con circa 140.000 tonnellate di petrolio nella stiva, Report ha mostrato che dopo vent’anni i pescatori ancora trovano petrolio sul fondale. E anche parecchio.

E tutti lo sanno: i pescatori stessi, ovviamente, la politica e le autorità, in secondo luogo anche se fanno finta di niente. E, allora, viene da chiedersi: a parte i danni che il petrolio off shore può sempre causare (e la storia lo dimostra, dalla Exxon Valdez alla Deepwater Horizon) chi ci garantisce che qualcuno si prenda cura di rimediare al disastro?

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3 commenti

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  • Lega Pesca

    02 nov 2010 - 12:11 - #1
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    REPORT “MARE NERO”, LEGA PESCA LAMENTA FUORVIANTE ATTENZIONE ALLA PESCA
    A seguito dell’inchiesta di Report sugli effetti della tragedia dell’Haven, Lega Pesca, condividendo l’attenzione che si rivolge ai gravi problemi dell’inquinamento marino, interviene però per lamentare uno sconveniente e non sano coinvolgimento del settore della pesca professionale: invece che accendere i riflettori sui danni subiti dai pescatori, o sul ruolo che questi e le loro Associazioni hanno avuto all’indomani della tragedia, sia per la bonifica che per l’avvio di indagini e studi, dichiara Ettore Ianì, presidente Lega Pesca, si è scelto di spettacolarizzare questi temi con il ricorso a battute di pesca effettuate in aree ancora oggi precluse alla cattura, danneggiando l’immagine della categoria e rischiando di suscitare allarmismi nei consumatori. Con il risultato di rendere la categoria vittima inconsapevole di un elegante e raffinato raggiro.
    Se, accanto alle voci dell’industria energetica, dei ricercatori e degli ambientalisti, si fosse deciso di sentire anche i rappresentanti del mondo della pesca, si sarebbe potuto scoprire che nel 1993 Lega Pesca, attraverso la propria struttura di ricerca Mediterraneo, ha finanziato e condotto uno studio per la mappatura della presenza di greggio sui fondali. Indagine che il prof. Eugenio Fresi, ecologo allora responsabile della task force Haven e perito del processo civile, convenne essere l’ unico monitoraggio realizzato in quell’area, e che fu notata, richiesta e apprezzata anche da parte del sen. prof. Beniamino Andreatta.
    Se i rappresentanti della pesca professionale fossero stati interpellati, oltre ai danni gravissimi e persistenti che il settore economico ha subito, e continua a subire, visto che la bonifica non è mai stata conclusa, si sarebbe potuto anche scoprire , continua Ianì, che a causa del disastro ambientale il 10% della flotta ligure è stato destinato alla demolizione, e che i pescatori allora, come è accaduto più recentemente anche nel Golfo del Messico, hanno svolto un insostituibile servizio di recupero durante le prime attività di bonifica, quando, vietata la pesca, hanno contribuito ad avviare a smaltimento elevate quantità di greggio estratto dai fondali, imbarcandolo sui pescherecci e sbarcandolo sul molo di Savona, dove peraltro è rimasto fermo per anni.
    Anche l’immagine del rigetto in mare dei rifiuti da parte dei pescatori mortifica ingiustamente lo sforzo che Associazioni e categoria stanno compiendo per valorizzare, invece, il ruolo di presidio ambientale svolto dagli operatori della pesca professionale. Un ruolo che ha consentito di mettere a segno importanti risultati, come la bonifica dei fondali protetti di 15 Aree Marine, condotta nell’ambito di un progetto triennale Legambiente /Lega Pesca , e che la stessa Unione Europea sta iniziando a riconoscere valutando con grande attenzione il progetto di “The Guardians of the Sea” promosso dalle Associazioni europee sulla base delle prime positive esperienze italiane. E ciò a testimonianza che non sono certo i pescatori a considerare il mare una discarica, dove si riversano ben più illeciti e consistenti interessi.
    Ancora una volta si tende, nell’esaminare il rapporto tra pesca e ambiente, non sappiamo quanto involontariamente, a scambiare la causa con l’effetto, conclude Ianì. Da una parte c’è uno stuolo di assolti per il processo civile che chiude questa tragedia, dall’altra le vittime, i pescatori, che sembrano essere messe anche sul banco degli imputati. Un vero peccato che si sia persa invece l’occasione per denunciare l’impatto socioeconomico che questa categoria ha subito e continua a subire a causa dell’inquinamento marino, o per rivendicare l’urgenza di una ricerca sulla biodegradabilità degli idrocarburi e sugli effetti derivanti dall’accumulo di sostanze tossiche e metalli pesanti nella catena alimentare.

  • si_gab

    02 nov 2010 - 12:14 - #2
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    Ho visto solo un pezzo del servizio, quello dove i pescatori tiravano le reti piene di agglomerati di petrolio, li mostravano alla telecamera e….li ributtavano in mare!!!!! Ma già che li avevano tirati su non era meglio portarli a terra e smaltirli? Così se li ritrovano ogni volta nelle reti…

  • Profilo di govinda

    govinda

    03 nov 2010 - 20:02 - #3
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    Smaltirli? Non solo quei poveracci non penscano una cippa, ma si dovrebbero pure addossare lo smatimento del Catrame? Se lo stato almeno sovvenzionasse il recupero, sarebbe un ottima alternativa secondo me! E come per la “munnezza”: basta che stia in un buco o in fondo al mare, lontano dagli occhi, che non è più un problema.