Acqua Pubblica: intervista con Domenico Finiguerra

Domenico Finiguerra, 39 anni, è il sindaco di Cassinetta di Lugagnano, in provincia di Milano. E' il fondatore della pagina a difesa dell'acqua pubblica su Facebook e fa parte del consiglio direttivo dell'Associazione dei Comuni Virtuosi. Insieme a lui abbiamo provato a fare il punto sulla campagna referendaria a favore dell'acqua pubblica.

Ci sono novità sulla data del referendum?

No, non ce ne sono, dipende molto se ci saranno o meno elezioni politiche. Per ora siamo fermi al dettato della legge: il referendum si deve tenere tra il 15 aprile e il 15 giugno. Ma la data è relativa, questo referendum ha avuto un sostegno mai visto, un milione e quattrocento mila firme non si erano mai viste. Certo se si votasse nello stesso giorno delle elezioni amministrative sarebbe la soluzione ottimale.

La volontà di privatizzare l’acqua è più figlia della politica italiana o di quella europea?

Io penso che sia un combinato disposto. C’è in europa un’egemonia culturale del liberismo: dopo i processi di privatizzazione di tanti servizi “collaterali” ora si punta a quelli “sostanziali”, i beni primari, come l’acqua. Direi che non è una linea solo europea, ma comune in tante parti del mondo.
In Italia, il processo di privatizzazione è bipartisan: la legge del governo Berlusconi si è innestata sul decreto Lanzillotta, inserito nella Finanziaria 2007 dal governo Prodi.

Come a dire che c’è un’ideologia comune che ritiene virtuoso il privato e sprecone il pubblico?

Certo ed è una grande mistificazione. Ci sono esempi concreti, anche all’estero, che dimostrano che è vero il contrario: Parigi e Berlino, dopo molti anni sono tornate al pubblico perché la gestione privata ha prodotto scarsi risultati. Per restare in Italia, va sicuramente citato il caso della provincia di Milano, dove la gestione è al 100% pubblica e l’acqua costa poco ed è di ottima qualità. C’è anche un’altra mistificazione, forse più sottile, proveniente da certi politici del centro-sinistra che sostengono che non sia l’acqua a essere privatizzata, ma solo il servizio. E’ evidente che se l’acqua è di tutti ma il pozzo e il secchio sono di un padrone, un assetato non può comunque bere, se non paga un pedaggio.

Possiamo dire quindi che a livello di politica nazionale c’è una sorta di accordo pro-privatizzazione e che invece al livello degli enti locali c’è trasversalità nel senso esattamente opposto e cioè a favore dell’acqua pubblica?

E’ proprio così. O per lo meno lo è stato fino a pochissimo tempo fa. Ora soprattutto il PD nazionale ha fatto dei passi indietro, proprio spinto dalla base e dai tanti sindaci del centrosinistra che si sono opposti alla privatizzazione. Solo in Lombardia sono stati 144 i comuni, con giunte di tutti i colori, a battersi contro la legge regionale che puntava già alla privatizzazione nel 2006. Ma è ancora possibile sentire dirigenti del centrosinistra dire che l’acqua è di Dio, ma la privatizzazione sarebbe la soluzione agli sprechi.

Questa è una delle obiezioni che si sentono più spesso: “se l’acqua costa di più, i cittadini saranno spinti a sprecarla di meno”…

Il tema della lotta allo spreco e della sostenibilità è un tema importante; negli ultimi venti o trent’anni si è infilato sotto la nostra pelle il concetto pasoliniano del consumismo edonistico: accumuliamo e usiamo senza chiederci se ci sono delle ricadute. L’acqua è soggetta a grandissimi sprechi, ma non si può usare strumentalmente l’argomentazione che se fosse privata costerebbe di più e sarebbe meno sprecata, perché se fosse sufficiente farla pagare di più per salvaguardarla allora potrebbe semplicemente aumentare la tariffa ma restare in mano pubblica. Il problema alla base degli sprechi è culturale. Senza contare che l’acqua del rubinetto in Italia è anche messa in cattiva luce dall’abbondantissima pubblicità delle acque minerali in bottiglia. L’acqua di casa invece nella stragrande maggioranza dei casi è più controllata di quella imbottigliata!

La pagina a difesa dell’acqua pubblica su Facebook ha, al momento, circa settecentomila iscritti. I social network sono stati un asso nella manica per la campagna referendaria?  

Sì, in accordo col comitato referendario uso questo canale per divulgare notizie e contenuti della   campagna. La fanpage ha meno di un anno e mezzo di vita, l’ho fondata dopo aver portato in consiglio comunale nel mio comune, Cassinetta di Lugagnano, la delibera contro la privatizzazione dell’acqua e in maniera quasi casuale ha incrociato un’onda anomala di interesse fino a arrivare a questi numeri enormi. Ormai ha un numero di iscritti paragonabile alla tiratura dei giornali italiani più letti e questo è un bel punto di partenza per fare campagna elettorale quando sapremo la data del referendum.

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