Petrolio nell'Artico: i dubbi degli scienziati dell'US Geological Survey


La corsa alle trivellazioni nell'Artico non si ferma. Le riserve di petrolio e gas naturale del Polo Nord cominciano a fare gola ai governi e alle corporation, il prezzo alto del greggio è in grado di ripagare gli alti costi estrattivi, basta guardare i recenti accordi fra i russi di Rosneft e gli inglesi di Bp e il valore del giacimento che proprio la Bp è stata costretta a cedere per ripianare parte del buco causato dal disastro della marea nera del Golfo del Messico.

Ci sono sempre da risolvere, pacificamente, i contrasti fra i paesi che hanno (o ritengono di avere) giurisdizione sul vasto territorio dell'Artico, il tutto mentre continuano tutti a fare orecchie da mercante sulla questione ambientale. Trivellazioni in un ecosistema sostanzialmente incontaminato, già messo in pericolo dal riscaldamento globale, in luoghi nei quali anche gli agguerriti attivisti di Greenpeace fanno fatica a far sentire la loro voce.

Gli analisti dello US Geological Survey, interpellati Segretario per gli Interni Ken Salazar, hanno consegnato (dopo oltre un anno) un report sulle possibili conseguenze dello sfruttamento di quei giacimenti e delle trivellazioni. Nonostante il tanto tempo impiegato non vengono fornite risposte "certe" sui danni per l'ambiente: gli scienziati governativi si limitano ad avanzare "dubbi", adottano un approccio filosofico, probabilmente per non danneggiare gli interessi delle lobby del petrolio che hanno convinto l'amministrazione Obama a procedere nelle trivellazioni. L'impressione è che fra le mancate risposte della scienza e i tanti soldi in ballo si proceda in un piano di sfruttamento delle risorse che soltanto dopo il suo avvio presenterà il solito, salatissimo, conto.

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