Il pozzo petrolifero inquina la falda? Legambiente prende un abbaglio e il sindaco pro trivella ci casca...

Un punto a favore dellâ��Eni nella complicatissima vicenda dellâ��inquinamento della fonte Mirio Paradiso, nel sottosuolo tra Ragusa e Santa Croce Camerina: lâ��Ufficio regionale per gli idrocarburi afferma che un travaso di fanghi dal pozzo alla sorgente è impossibile. Ma Legambiente ne è convintaLa sezione ragusana di Legambiente, a quanto pare, ha preso un abbaglio. In questa provincia siciliana più a sud del sud, infatti, da settimane si discute sulla possibilità che un pozzo petrolifero abbia contaminato una falda acquifera, ma una relazione tecnica smentirebbe l'ipotesi.

La fonte "Mirio-Paradiso", a maggio,di punto in bianco è stata inquinata da un liquido bianco in sospensione di origine misteriosa. Dalle analisi dell'Arpa risultò che si trattava di un fango a base di calcio, "compatibile" con quello utilizzato nelle attività estrattive per raffreddare la trivella e compattare le pareti del pozzo petrolifero.

E di pozzi petroliferi, in provincia di Ragusa e nei dintorni, non ne mancano certamente. Il più vicino era quello dell'Eni, chiamato "Tresauro 2", da poco entrato in fase di perforazione. La sezione locale di Legambiente ha fatto velocemente due più due e ha puntato l'indice contro l'Eni che, nel frattempo, era stata costretta a fermare le attività dal sindaco di Ragusa, Nello Dipasquale.

Quest'ultimo, notoriamente favorevole alle estrazioni di petrolio onshore (e soprattutto alle royalties che portano) per tutelare la salute pubblica ordinò giustamente alla trivella di fermarsi. E la trivella obbedì, in attesa di essere giudicata colpevole o innocente.

Fino a quando non è arrivato un pronunciamento dell'Urig, l'Ufficio regionale idrocarburi e geotermia, su richiesta dell'Eni e degli enti locali che non sapevano che pesci prendere, vista la complessità della materia e la profondità del problema: dai 30 ai 60 metri sotto il piano di campagna, per la precisione.

Quest'ultimo ufficio, tra l'altro, è proprio quello che materialmente ha le attività dell'Eni. Nella sua relazione l'Urig spiega che la contaminazione è impossibile. La perdita di fango dal pozzo Tresauro, scrive l’Urig, c’è stata ed è pari a circa 1.164 metri cubi di liquido formato da acqua e sostanze chimiche a base di calcio e si tratta di una perdita normale per quel tipo di attività estrattiva.

Questo fluido, però, non può aver percorso i tredici km, in linea d’aria, che separano il pozzo Tresauro dalla fonte inquinata perché, attorno al pozzo, ci sono rocce che possono assorbire fino a 8.000 metri cubi circa di liquidi. Rocce, poi, che sono porose e vengono attraversate dai liquidi ad una velocità di circa 28 cm al giorno. Per fare 13 km, quindi, il fango ci avrebbe messo circa 127 anni.

Se è questa la verità geologica della complicatissima vicenda Tresauro Legambiente avrebbe preso un abbaglio. E l’Arpa dovrebbe cercare altrove perché, se non è l’Eni ad inquinare le falde acquifere, c’è di sicuro qualcun altro che fa il furbo in provincia di Ragusa e versa liquami inquinanti nei pozzi.

Foto | Flickr

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