Corno d'Africa tra fame e siccità: calamità naturale o disastro ecologico?

siccità e fame nel corno d'africa

Ho letto con immenso interesse su GlobalVoice la pregiata traduzione dell'articolo A world in hunger: east Africa and beyond di Paul Rogers e pubblicato su openDemocracy, in merito alla catastrofe umanitaria e ambientale che si sta vivendo in questi mesi nel Corno d'Africa. Il primo concreto aiuto che potremmo dare, oltre al sostegno economico, è iniziare a cambiare stile di vita, convertendolo verso un sistema eco-sostenibile in tutto il Pianeta. Adoperarsi, cioè, per evitare lo scialo di preziose risorse quali acqua, carburanti, prodotti agricoli. Infatti, la crisi arriva da lontano ed è strettamente connessa con l'abuso dell'ambiente. Vi sono diverse concause che hanno contribuito a scatenare prima il collasso ambientale e poi umanitario: non ultimi gli abusi delle risorse su scala planetaria, speculazione economica sulle materie prime e cambiamenti climatici.

Ci arrivano da vari canali immagini e racconti dal campo profughi di Dadaab nel Nord del Kenya (dopo il salto il video raccolto da Medici senza frontiere), oramai il più grande al mondo e che ospita oltre 400mila disperati. Provo a mettere da parte l'approccio emotivo (ma non quello emozionale: sostenere gli aiuti è importante sopratutto in questa fase d'emergenza) e cerco di capirne di più su come mai nel 2011 si muore ancora di fame per siccità.

L'area colpita dalla catastrofe non solo naturale, a questo punto, è tremendamente estesa e abitata da circa 11milioni di persone: Somalia, Etiopia, nord del Kenya e Uganda. A peggiorare il quadro in Somalia la guerra in atto tra governo e movimento islamista Shabaabla. La siccità nel Corno d'Africa non è cosa di oggi. A varie ondate ha sempre interessato la vasta area, ma questa è la prima volta che si manifesta in maniera così violenta. Scrive Rogers:

Gravi segnali di allerta rispetto alla malnutrizione e alla carestia si erano già manifestati nell’aprile del 2008; tra questi, i fattori climatici, il rapido aumento del costo del petrolio, l’accresciuta domanda di diete a base di carne da parte delle comunità più benestanti e la conversione di terreni per la coltivazione di biocarburanti .Ciò che ha reso questi ingredienti più pericolosi è stato (come spesso accade) il loro agire in maniera sinergica.


Il punto, nota Rogers, è che l'ONU non ha mai investito in maniera definitiva:

Il piano delle Nazioni Unite che fu adottato per consentire lo sviluppo della ricerca nel campo dell’agricoltura tropicale equivaleva al 2% della spesa militare mondiale media in un anno, ma venne utilizzato appena un terzo dei fondi.

Arriviamo così a un Pianeta che si prepara a ospitare quasi sette miliardi di persone. Ma i ricchi sono appena 1,5 miliardi. E con in atto cambiamenti climatici, Rogers auspica che si prendano seriamente in considerazione innovazioni tecnologiche quali sistemi di conservazione dell'acqua e colture più resistenti alla siccità:

oltre a una riforma dell’economia mondiale per garantire una maggiore equità e l’emancipazione economica.

Foto | Oxfam

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