Lo strano senso di Vendola per la tutela dell'Ilva di Taranto

Nichi Vendola e la politca ambientale del ravanello

Nichi Vendola insiste con la politica del ravanello (rosso fuori e bianco dentro) ossia far quadrare il cerchio della tutela della salute umana e ambientale e la presenza dell'Ilva a Taranto. Lo ha ribadito ancora una volta come riporta la Gazzetta del Mezzogiorno:

Il nostro obiettivo è quello di mettere in equilibrio diritto al lavoro e diritto all’ambiente e alla salute. Siamo all’indomani di diversi fatti, che raccontano la contraddittorietà e la drammaticità di una condizione: da un lato, alcuni lavoratori somministrati che minacciano di lanciarsi dal ponte e che chiedono di poter rientrare a lavorare all’Ilva; e dall’altro l’incidente probatorio, che è frutto di un’iniziativa del Comune di Taranto, che è teso a verificare quale siano le ragioni dell’inquinamento in città. Abbiamo, cioè, i due corni del problema: la domanda di lavoro e la domanda di ambiente e di salute. Il nostro lavoro, in questi anni, è stato sempre quello di tentare di mettere in equilibrio il diritto al lavoro e il diritto all’ambiente, perché sappiamo bene che rompere questo equilibrio vuol dire produrre una ferita, significa vedere sconfitte le ragioni di chi vuole cambiare, ma anche avere la possibilità di vivere e lavorare.

A sostenere con forza che l'Ilva inquina è la maxiperizia disposta dal Tribunale di Taranto. Ma Vendola governatore della Regione Puglia e Ecodem, pur di non farsi etichettare politicamente tra gli ambientalisti del partito del No sostiene l'industria. Anzi veicola la Puglia come regione ambientalmente virtuosa e che produce energie rinnovabili e come un mantra ripete il suo impegno:

bisogna rendere chiaro, anche ai cittadini, che quello che noi abbiamo fatto, dall’abbattimento delle diossine ai livelli più bassi d’Europa al contenimento del benzoapirene, riguarda il futuro, attiene a ciò che da ora in poi i camini sputeranno nell’atmosfera, ma non saranno certo le iniziative di oggi che ci salveranno da quello che è accaduto negli ultimi cinquant’anni.

La soluzione perciò? Lasciare che l'Ilva resti dov'è a patto che arrivino i soldi per far partire le bonifiche. Sarà che io non capisco nulla di politica, sarà che non mi rendo conto che l'economia in Puglia giri sull'industria pesante ma non riesco a capire che genere di introito e indotto i tarantini riescano a racimolare dalla fabbrica dei veleni che non possa essere compensato con una nuova attività industriale pulita. La green economy è piena, stracolma di aziende che sanno convivere con tutela della salute e dell'ambiente. Ma com'è, e ora cari lettori rispondetemi voi, che le aziende di questo Bel Paese delocalizzano tutte tranne quelle inquinanti? Perché l'Ilva di Taranto non delocalizza? e quella di Priolo, di Gela? e in Sardegna?

Via | La Gazzetta del Mezzogiorno
Foto | Flickr

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