
Spesso i paladini del cemento sotto la frana si nascondono dietro la creazione di nuovi posti di lavoro che sfamano gente che c’ha famiglia e bla bla bla, la filastrocca la conosciamo tutti ed è la stessa che riguarda le industrie più inquinanti che creano occupazione in aree depresse, vedi ILVA di Taranto.
Quasi come se la messa in sicurezza del territorio e le buone pratiche non creassero altrettanti posti di lavoro. Prendiamo il dissesto idrogeologico, ad esempio. In Italia ben l’82% dei comuni presenta situazioni a rischio. Oltre la metà della popolazione vive in aree soggette a frane ed alluvioni. Lo Stato, leggi noi cittadini, spende ben 2 miliardi di euro ogni anno per tamponare i danni, ovvero intervenire dove non se ne può fare a meno, dopo un incidente o l’ennesima emergenza maltempo.
Negli ultimi 80 anni in Italia ci sono state 5.400 alluvioni e ben 11 mila frane. Scrive Massimo Gargano, presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni:
Si tratta di una situazione di drammatica vulnerabilità in cui la fragilità del territorio è aggravata dalla intensa urbanizzazione: si stima che il consumo del suolo, nel periodo 1990-2005, sia stato di oltre 244.000 ettari all’anno (circa 2 volte la superficie del comune di Roma), cioè oltre 668 ettari al giorno (circa 936 campi da calcio).
L’ANBI ha presentato un Piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico che comprende diverse tipologie di interventi per la messa in sicurezza del territorio: dal contenimento delle frane, alla sistemazione delle pendici, alla regolazione di torrenti e corsi d’acqua, alla bonifica idraulica. Nell’immediato abbiamo bisogno di 2.943 interventi per un costo complessivo di quasi 7 miliardi di euro. Tradotto significa più sicurezza per i cittadini e migliaia di nuovi posti di lavoro. Queste le stime dell’ANBI:
Ogni milione di euro, investito in manutenzione del territorio, genera 7 nuovi posti di lavoro; da un facile calcolo, il Piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico, composto perlopiù da progetti immediatamente cantierabili avendo già espletato i necessari iter burocratici, ne creerebbe oltre 47.000, dando anche un importante contributo alla ripresa occupazionale.
Paolo Marani
22 feb 2012 - 13:22 - #1Sono daccordissimo in linea di principio, mi preme però sottolineare che fra lavoro industriale e lavoro per il recupero del dissesto idrogeologico, c’è una differenza non da poco, che è brutto dirlo ma è determinante.
Il lavoro industriale, artigianale, edilizio, etc, produce RICCHEZZA in termini monetari, quindi permette una distribuzione del reddito.
Il lavoro in infrastrutture pubbliche, in recupero idrogeologico, in bonifiche, in tutela del territorio e in tutela dai rischi sismici e alluvionali, E’ A CARICO DELLA FISCALITA’ GENERALE, e quindi non è sorretto da ricchezza creata (se non naturale o potenziale) per pagarne gli stipendi.
Per le GRANDI infrastrutture pubbliche, al di la di un potenziale vantaggio di competitività (oggi tutto da dimostrare), in realtà la ricchezza è data dalla possibilità di dare appalti a grossi nomi industriali, a spese delle tasse e dei fondi europei… quelli si che andrebbero dirottati verso lavori di pubblica utilità sul territorio. Niente TAV ma spianamento degli abusi edilizi e messa in sicurezza degli alvei fluviali… ma si sa, in italia, funziona tutto alla rovescia, pur di far guadagnare i poci a discapito dei molti.
altereco
22 feb 2012 - 14:25 - #2esatto, grazie per le delucidazioni. Anche senza dirottare quei fondi verso lavori di pubblica utilità, potremmo partire investendo quei 2 miliardi che ogni anno spendiamo per gestire frane ed alluvioni in interventi di prevenzione. Il conto a noi cittadini arriva comunque.
Fuori_melone
23 feb 2012 - 01:06 - #31. Non è per nulla detto che dirottare i 2 miliardi attuali in prevenzione non richieda COMUNQUE di spenderne altri, per molti anni, in ogni caso, in emergenza; l’equazione è suggestiva, ma non regge: non puoi dire agli alluvionati di Aulla: ‘Mi spiace, i soldi li abbiamo spesi a Gaimpilleri, tu arrangiati e spala’.
2. Due miliardi non sono i SETTE indicati nel piano in oggetto, che diventerebbero facilmente 35 in corso d’opera
3. Sono pronto a scommettere che se andassimo a cantierare i 2934 interventi indicati, per almeno due terzi troveremmo qualche comitato locale ‘no questo no quello’..
Ps. non è che i comitati li troveremmo altrove… li troveremmo qui.. tra gli stessi commentatori.
emme53
23 feb 2012 - 10:38 - #4E’ giusto pensare che i due miliardi spesi annualmente per “tamponare” se dirottati non aiuterebbero, poi, a risolvere le emergenze, ma potremmo, vista la drammatica mancanza di risorse, cominciare ad utilizzarne una porzione per mettere in sicurezza le situazioni più a rischio. Quel denaro sarebbe ben impiegato ed eviterebbe ulteriori spese di emergenza. Alla lunga, questi interventi andrebbero previsti su di un piano ultradecennale, con la possibilità di aumentare gli introiti col migliorare della situazione economica nazionale, la situazione sarebbe sanata. Le spese andrebbero attentamente monitorate, evitando gli appalti attuali al ribasso, proprio per evitare quegli aumenti in corso d’opera (le vere e proprie truffe) indiscriminati e criminali, che da cinquant’anni arricchiscono i pochi a discapito dei cittadini contribuenti. Per quanto riguardi i “comitati del no”, non sono così certo che interventi a favore del territorio sarebbero da loro così malvisti, dato che in molti casi sono proprio queste associazioni a chiederne la realizzazione. Sarebbe utile, invece, che proprio i comitati cittadini fossero coinvolti in primis, così da avere collaborazione e minori contestazioni alla realizzazione di lavori necessari. In quasi tutti i comitati del genere, si possono trovare validissimi rappresentanti delle categorie professionali interessate ed in genere, proprio perchè inseriti in esse, sarebbero disposti a fornire il loro aiuto senza compensi.
Balzarini
23 feb 2012 - 16:20 - #5…questo discorso l’ho sentito fare prima di prendere la maturità…era il 1974…non mi pare sia cambiato molto. Inoltre il dissesto idrogeologico è diventato sempre più un fattore di rischio per la vita e per i beni materiali, anche per il modo in cui è stato gestito il territorio. Non penso che la situazione possa migliorare fin quando non si cambierà totalmente il sistema dalla A alla Z. I fondi europei sono una risorsa che troppo spesso viene ignorata per mancanza di conoscenza, per mancanza di preparazione a redigere dei progetti con un contenuto verosimile, per mancanza di capacità nel gestire i rapporti con omologhi di altri paesi (spesso per limiti linguistici…) SVEGLIA ITALIA! La storia deve ricominciare, non serve puntare sul turismo, se poi i villaggi si riempiono di fango alla prima pioggia…eccecc