Rinnovabili, dopo il crollo di Solyndra l'industria solare americana è al tramonto?

solare americano

Sono spaventato. Non penso che ce la faremo. C'è una crisi climatica.

Sono le prime parole dell'ormai celebre conferenza sui cambiamenti climatici di John Doerr al TED. Era l'8 marzo del 2007, quando il miliardario americano si rivolgeva con voce incrinata dalla commozione all'America capitalista, a quei magnati che come lui, a detta di sua figlia, essendo responsabili del riscaldamento globale, erano chiamati ad intervenire in prima linea per ridurre le emissioni, investendo nella riconversione energetica degli Stati Uniti.

Doerr si è rivolto alle energie rinnovabili con lo stesso spirito pionieristico che lo spinse a credere nell'Information Technology, investendo in quelli che sarebbero diventati i nomi più famosi della Silicon Valley: da Netscape ad Amazon a Google. Una scomoda verità di Al Gore aveva scosso le coscienze, la dipendenza dai fossili costava all'America un prezzo troppo alto: insomma, i tempi erano maturi per trasformare la Silicon Valley nell'Arabia Saudita delle energie pulite. Poco importava se da decenni la Green Technology cercava di farsi strada su larga scala, forte del suo know-how, con una crescita costante, anche se non vertiginosa. Il germe di un mondo migliore si era insinuato nelle tasche dei capitalisti, disposti a tutto pur di trasformare la Silicon Valley in una valle verde, fuorché ad aspettare. Un approccio reputato oltremodo arrogante dalle aziende impegnate da anni nelle rinnovabili, non certo spinte da Al Gore, da figli adolescenti preoccupati per il loro futuro e sicuramente senza discese in campo altrettanto plateali.

Nel 2006, gli investimenti nelle energie rinnovabili della Kleiner Perkins Caufield & Byers, leader tra le società venture capital della Silicon Valley, arrivarono a sfiorare gli 1,75 miliardi di dollari. Nel 2007 raggiunsero quota 4,1 miliardi. Attraverso una serie di sussidi, agevolazioni fiscali e prestiti, tra la fine del 2009 ed il 2011 il settore delle rinnovabili statunitense arrivò ad alimentare un mercato da 44,5 miliardi di dollari. Doerr non fu l'unico a lanciarsi nelle tecnologie rinnovabili. Come lui, Martin Roscheisen, dopo aver venduto a Yahoo Egroups per 450 milioni di dollari, fondò la Nanosolar nel 2002. Vinod Khosla, CEO della Sun Microsystems, dirottò i suoi capitali verso la produzione di biocarburanti.

Insieme al solare, anche l'eolico attirava sempre più investitori. Alla fine del 2006, la capacità totale di tutte le turbine eoliche installate negli Stati Uniti era di 11.468 megawatt, abbastanza per alimentare 3,2 milioni di case. Entro il 2010 l'apporto energetico dell'eolico arrivò a quadruplicare.

solyndra

A distanza di pochi anni da quel discorso Solyndra, fondata da Christian Gronet nel 2005, simbolo di quella Green Economy dopata, ha dichiarato bancarotta, malgrado il mezzo miliardo di dollari ricevuto da Obama, lasciando a casa 1.100 dipendenti ed infrangendo quel sogno di ricchezza pulita che per qualche anno aveva solleticato, come un hobby, le coscienze dei magnati della Silicon Valley. Solyndra era riuscita a produrre pannelli solari più efficienti e versatili grazie all'utilizzo di moduli cilindrici, più resistenti al vento, alla polvere ed adattabili a più superfici. Inoltre, utilizzando un mix di rame, indio, gallio e selenio (CIGS), erano più competitivi, dal momento che il silicio cristallino come semiconduttore iniziava a diventare troppo costoso.

Solyndra conobbe una crescita vertiginosa, ma ben presto l'entusiasmo sulle energie rinnovabili e l'attenzione sui cambiamenti climatici si sgonfiarono, con un brusco calo degli investimenti. Gli investimenti nelle energie pulite passarono dai 4,1 miliardi del 2008 ai 2,5 miliardi del 2009. Un crollo generato da una confluenza di fattori: dalla volatilità dei prezzi del silicio al decremento del costo del gas naturale, sempre più a buon mercato, dalla rapida ascesa dell'industria solare cinese alla grave crisi finanziaria internazionale del 2008. La crisi del comparto delle rinnovabili statunitense ha avuto profonde ripercussioni sull'eolico, sulle biomasse, sulle auto elettriche ma soprattutto sul solare. Un flop che ha visto i repubblicani gongolare come il grillo parlante colpevolizzando Obama per i cospicui aiuti ricevuti dal settore, reputati a questo punto soldi spesi invano.

Secondo gli analisti, uno dei fattori del crollo di Solyndra ed in generale dell'approccio sbagliato alle rinnovabili dei magnati californiani è l'impazienza. Imprenditori abituati ad ottenere risultati in 4-5 anni di attività e magari convinti di poter replicare il boom dell'Information Technology nella Green Technology, agli stessi tassi di crescita, con gli stessi margini di profitto. Ma la riconversione energetica di un Paese, fondato sui combustibili fossili e sul nucleare, non è una sfida per animi impazienti. Insomma, la formula quattro ragazzi in un garage per l'industria energetica non funziona. Servono capitali iniziali ingenti ed investimenti a lungo termine anche nelle infrastrutture per conquistarsi il mercato.

Lo sa bene la Cina che ormai produce oltre la metà delle componenti fotovoltaiche mondiali e che ha abbattuto i costi fino al 20 per cento rispetto a quelli americani. Cliff Stearns dell'House Energy and Commerce Oversight and Investigations Subcommittee è stato costretto ad ammettere che gli Stati Uniti non possono più competere con la Cina né per quanto riguarda l'industria fotovoltaica né nella produzione di turbine eoliche.

Il sogno rinnovabile americano è dunque al tramonto? Dalle pagine del New York Times, è lo stesso John Doerr a dichiarare che la chiusura di un'industria solare non significa la morte di un intero settore. Il Governo, ha dichiarato Doerr, dovrebbe continuare ad incentivare le rinnovabili perché le grandi imprese sono costellate inevitabilmente di fallimenti e l'America non può permettersi di rimanere indietro nella corsa alle energie pulite. Di alba o tramonto che si tratti, il sole, dopo il crollo di Solyndra, splende meno sull'America.









Foto | Flickr
Via | Wired; New York Times; TED

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