Planetary, idee per uno sviluppo sostenibile

Planetary inizia dallo spazio, dagli astronauti in orbita intorno alla Terra e dal loro sguardo di insieme sul nostro pianeta. Inizia come un film sull’astronautica, ma subito dopo diventa altro, un saggio sui danni dell’antropocentrismo che ricorda, sotto forma di documentario, uno dei temi cari all’ultimo Terrence Malick ovvero il grande equivoco della cultura moderna, quello di una superiorità umana nei confronti della natura, un fraintendimento che ha radici profonde, dalla strutturazione della società all’evoluzione tecnologica, passando, ovviamente, attraverso un’esperienza religiosa sempre più distante dalla natura.

Non è un caso che Guy Reid, il regista di Planetary, sia laureato in filosofia con una specializzazione in buddismo indo-tibetano. Nelle decine di interviste che compongono questo saggio in forma di documentario emergono voci contrarie alla crescita infinita e allo sviluppo incontrollato. Filosofi, scrittori, sociologi, scienziati e umanisti partecipano a un viaggio filosofico che esplora le origini della vita nel cosmo e il futuro della nostra specie.

Sottolineato da un’incessante musica che accompagna interviste e immagini del nostro pianeta, il film di Guy Reid propone un radicale cambiamento di prospettiva. Uno degli intervistati spiega come nel 1980 sia stata data per la prima volta la notizia dell’inizio di una nuova fase di estinzione di massa, una news riportata a pagina 26 del New York Times il giorno successivo.

Fra filosofia, sociologia e scienza, il film di Reid esprime concetti pienamente condivisibili sia per quanto riguarda la critica alla società che per le soluzioni proposte. Purtroppo il documentario ha il proprio punto debole nell’esasperata sottolineatura musicale, nell’enfasi con la quale i concetti vengono ribaditi e in una ricerca della frase definitiva e lapidaria che può andare bene per qualche minuto ma rischia di diventare un stucchevole se reiterata per un’ora e mezza.

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