Il gabbiano, l'indignazione "virale" e i click

Sul video che fa il giro del web e diventa “virale”, ma che non vedrete su Ecoblog

A man feeds seagulls by throwing pieces of bread in the air over the river Po on December 12, 2015 in Turin. AFP PHOTO / GIUSEPPE CACACE / AFP / GIUSEPPE CACACE        (Photo credit should read GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Negli scorsi mesi ho provato a più riprese una sorta di fastidio per l’utilizzo “commerciale”, “brandizzato” e “renzizzato” della frase “Restiamo umani” che chiudeva gli articoli dell’attivista e giornalista Vittorio Arrigoni, ucciso nel 2011. Come un riflesso pavloviano, ogni volta che la sentivo pronunciare da qualcuno ripensavo a un cartello che mi è capitato di vedere in Portogallo, all’ingresso di un parco naturale, e che, cito a memoria, dice: “Comportatevi come animali”. Si tratta di uno slogan molto efficace per sottolineare come siano gli animali e non gli uomini, gli ospiti che non impattano sull’ambiente circostante e che non creano danni al proprio ecosistema, a meno che in gioco non ci sia la loro stessa sopravvivenza.

L’uomo, invece, ha una gamma molto più estesa di moventi con i quali offende la propria e le altre specie e, fra questi moventi, vi è anche il puro divertimento.

Nelle ultime ore circola sul web un video di un gabbiano al quale alcuni pescatori hanno legato intorno al petto un petardo, come quelli fatti esplodere a Capodanno da altri individui della specie homo sapiens sapiens (!?) per celebrare l’arrivo del nuovo anno. Il petardo ha una miccia abbastanza lunga da consentire al gabbiano di allontanarsi dall’imbarcazione sulla quale ha avuto la sfortuna di atterrare, ma abbastanza corta per permettere ai due pescatori (probabilmente sardi vista l’origine della pubblicazione su Facebook) di assistere all’esplosione, alla morte e alla caduta in acqua dell’animale.

L’atto di crudeltà verso l’uccello è diventato un video da ostentare sui social network, è stato condiviso, commentato e ha ottenuto il considerevole numero di like che accompagna spesso i contenuti cosiddetti “shock”.

Una volta appurata la viralità di questo contenuto trash sui social network, alcuni testate giornalistiche hanno pensato bene di condividerlo sulle loro homepage. Naturalmente il video che testimonia l’atto di crudeltà nei confronti del gabbiano viene accompagnato dall’indignazione e dalla riprovazione, ma intanto testate che dovrebbero occuparsi di notizie degne di questo nome si mettono al servizio di due persone che maltrattano gli animali e riprendono la scena per poi riuscire ad avere un’audience. Perché sia chiaro che quando si riprende qualcosa e lo si posta su di un social l’intento è partecipare alla società dello spettacolo.

Il video è stato postato su Facebook da un cittadino residente a Thiesi, in provincia di Sassari; in poco tempo ha ottenuto 5mila condivisioni: numerosi commenti di condanna, ma anche alcuni like di sostegno.

L’indignazione via web e l’approvazione degli idioti partecipano alla diffusione, quindi, nell’ottica degli autori di questo atto di crudeltà sono entità alleate. La pubblicazione su testate giornalistiche e quanto ne consegue in termini di monetizzazione, però, sono prioritari rispetto a qualsiasi visione di business di medio-lungo termine, al rispetto della propria deontologia professionale e dell’essere vivente vittima dell’esplosione e, soprattutto, alla conservazione di un’immagine del brand giornalistico da spendere presso il pubblico.

Pochi, maledetti e subito, click ovviamente. La logica è solo questa.

Per cui la prossima volta che sentirò la frase “Restiamo umani” e lo stridio interiore che sempre mi provoca, mi ricorderò di questo sfregio gratuito al mondo animale (solo un esempio su un milione di casi) e dell’indignazione lecita ma mal indirizzata e mal condivisa che ha come oggetto le idiozie e i suoi troppo pubblicizzati artefici che meriterebbero soltanto la damnatio memoriae.


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