L’impatto ambientale delle Olimpiadi di Torino 2006

Costose, impattanti e inutilizzate, le opere realizzate sulle montagne olimpiche di Valsusa e Val Chisone sono un monito per i sostenitori di Roma 2024

Le Olimpiadi Invernali di Torino 2006 erano state annunciate in pompa magna come una manna dal cielo per una città intenzionata a svincolarsi dal monopolio economico-occupazionale della Fiat. Una quindicina d’anni fa ricordo di avere intervistato uno degli organizzatori del Toroc (il comitato organizzatore dell’evento) e di essermi sentito rispondere che tutte le strutture ricettive pensate per ospitare gli atleti sarebbero state costruite ragionando sul loro utilizzo futuro e temporaneamente adattate all’evento olimpico.

Nessuna di queste promesse è stata mantenuta. Pensiamo, per esempio, agli edifici della zona dell’ex Moi che avrebbero dovuto avere destinazione residenziale, cosa che non è mai avvenuta. Successivamente quegli edifici sono stati occupati da alcuni rifugiati politici. Oppure pensiamo a tutte le strutture che avrebbero dovuto ospitare attività sportive e attività fieristiche. Belle favole raccontate alla cittadinanza.

Un’altra delle favole raccontate nell’avvicinamento all’appuntamento olimpico fu quella della ricaduta sull’occupazione: questa è stata la promessa maggiormente disattesa. O, meglio, la ricaduta occupazionale c'è stata solamente per i dirigenti dell’evento convertitisi in uomini e donne per tutte le stagioni, in una città politicamente monopolizzata dal blocco Pd.

Per il grande evento olimpico è stata creata una narrazione simile a quella che da tre decenni descrive la Tav Torino-Lione come opera “necessaria” e chi si oppone a essa come un “terrorista”.

A pagare i costi delle Olimpiadi sono stati i torinesi che devono fare i conti con le tasse locali (dall’Imu alla tassa rifiuti) più alte d’Italia. Il comune di Torino che si appresta a rinnovare la propria amministrazione ha imposto ai suoi cittadini tasse indirette che fanno accapponare la pelle. Un esempio? Basta compiere una comparazione fra le tariffe cimiteriali di Torino e quelle di Roma per rendersi conto che un loculo arriva a costare fino a 8mila euro nel capoluogo torinese, mentre nella Capitale si spendono al massimo 3.600 euro.

Dopo l’appuntamento olimpico la Sanità piemontese è entrata in un tunnel, con voragini nel bilancio e la chiusura di alcuni centri ospedalieri che rappresentavano punti di eccellenza a livello nazionale.

Già, ma adesso c’è la metropolitana, potrebbero obiettare i torinesi più ottimisti. Certo, una bella cosa la metro che decongestiona le strade di Torino, ma fatevi due risate con i suoi orari a macchia di leopardo, con le chiusure variabili a seconda dei giorni e l’ultima corsa del lunedì con partenza alle 21.10 che tanto ricorda i coprifuoco dell’epoca bellica.

Risultano incomprensibili gli entusiasmi con i quali viene lanciata la candidatura di Roma 2024. Una cosa è certa: i lavori di adeguamento a un eventuale appuntamento olimpico della Capitale non solo trasformeranno le vie di Roma in un girone infernale, ma faranno lievitare le tasse locali. Non è una profezia catastrofista, ma un dato di fatto. Vuoi le Olimpiadi? Bene, pagate(ve)le.

Uno degli aspetti meno indagati è quello dell’impatto ambientale dell’appuntamento olimpico sulle montagne delle Valli di Susa, Chisone e Pellice.

Il giornalista Andrea Rossi ha pubblicato su La Stampa un interessante reportage dalle sedi olimpiche montane.

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Cesana Torinese doveva diventare uno dei fulcri delle specialità invernali grazie alle piste della discesa e del bob e all’anello dello sci di fondo costruito per il Biathlon nella vicina Sansicario. La pista del Biathlon verrà presto smantellata e al suo posto sorgeranno alcuni campi da tennis, mentre la pista del bob è una lastra di cemento che nel corso dell’ultimo decennio ha subito numerosi saccheggi da parte dei ladri.

Roberto Serra, sindaco di Cesana Torinese dal 1999 al 2009, ricorda quando nell’Alta Valsusa arrivarono il ministro degli Esteri Franco Frattini, il sottosegretario Mario Pescante, il sindaco di Torino Sergio Chiamparino, il governatore regionale Enzo Ghigo e perfino Alberto di Monaco per convincerlo a ospitare la pista da bob. Il fronte bipartisan piegò le resistenze locali. E la pista da bob si fece. Costo della struttura: 110 milioni di euro. Costi annuali di gestione: 2 milioni di euro. È stata usata venti volte, il che significa, conti alla mano, 6,5 milioni di euro a gara.

6,5 milioni di euro per una singola gara di bob.

Ci sono poi i trampolini del salto di Pragelato, una striscia artificiale sul fianco di una montagna. Nel 1999 quando Torino e le sue valli ottennero le Olimpiadi si pensò a due trampolini provvisori da smontare dopo l’evento. Una soluzione ritenuta troppo pratica ed economica. E così si fecero i trampolini di salto. Costo dell’operazione: 35 milioni di euro. Altre favole: si faranno gare, campionati, diventerà il fulcro dell’attività nazionale. Neanche a livello nazionale si è riuscito a far diventare il trampolino di Pragelato un punto di riferimento. I saltatori continuano ad allenarsi a Predazzo ed è lì che si tengono normalmente i campionati italiani di specialità.

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Anche la pista di sci di fondo è una cattedrale nel deserto: ci vorrebbero 20 milioni di euro per cablarla, ma per che cosa?

L’impianto del Freestyle di Sauze d'Oulx ha ospitato la gara olimpica che è stata, allo stesso tempo, la prima e l’ultima. Costo: 9 milioni di euro.

Nel suo articolo su La Stampa, Rossi racconta che cosa è andato storto: dopo l’appuntamento del febbraio 2006, la Fondazione XX Marzo (Regione, Provincia, Comune di Torino e Coni) si è rivolta ai privati. Nel 2009 il 70% delle quote di Parcolimpico (società creata per il riutilizzo delle strutture olimpiche) viene messo al bando. Non c’è la fila: la prima gara va la deserta, nella seconda si corregge il tiro e si elimina l’obbligo di far funzionare la controversa pista del bob.

Entrano i privati. Live Nation ha attualmente il 90% delle quote di Parcolimpico ma gli investimenti li fa solamente su ciò che rende: soprattutto l’ex PalaIsozaki, ora PalaAlpitour, per i maxi-concerti. Gli impianti delle Valli Olimpiche, invece, sono improduttivi. I costi di manutenzione sono insostenibili anche per i comuni montani.

Valter Martin, sindaco di Sestriere e presidente della XX marzo sottolinea come l’evento abbia avuto una ricaduta positiva sul turismo della neve: “Nel 2004 solo il 40% degli sciatori della Vialattea era straniero; oggi siamo all’85%” dice a La Stampa.

È davvero una magra consolazione e le ferite – non solo metaforiche – sulle montagne della Valsusa e della Val Chisone restano.

Foto | Google Earth e Google Street View

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