Ho appena finito di leggere la versione italiana di “from cradle to cradle” di William McDonough e Michael Braungart, un libro che descrive un nuovo approccio al design industriale, capace di combinare la produzione di beni di massa con la salvaguardia dell’ambiente.
McDonough è un architetto e Braungart un chimico e insieme ridisegnano ecologicamente processi industriali.
McDonough e Braungart sostengono, tra le altre cose, che sarebbe bello potersi disfare degli imballaggi buttandoli via, dal finestrino di un treno per esempio, con la coscienza tranquilla di fare un atto utile all’ambiente. I loro imballaggi ideali sono dei “nutrienti”, non degli inquinanti per l’ambiente, un po’ come lo erano le foglie di vite che imballavano i formaggi caprini, o le scatole di legno e i cesti di vimini.
Per far ciò bisogna includere nella progettazione di un oggetto anche il suo riciclo, fin dall’inizio. Bruciare gli imballaggi per ricavarne energia è una soluzione di emergenza, con delle controindicazioni dovute al fatto che gli imballaggi erano stati progettati per imballare, non per essere bruciati. I materiali industriali dovrebbero entrare a far parte di cicli tecnologici “dalla culla alla culla” come avviene in Natura, mentre adesso i materiali vengono estratti, lavorati, parzialmente consumati e poi smaltiti. Vanno “dalla culla alla tomba” a senso unico.
Il loro libro, per esempio, è stato stampato utilizzando, al posto della carta, un polimero plastico che può essere riciclato con meno spesa e più facilità della carta. L’inchiostro si lava via facilmente (senza richiedere bagni sbiancanti al cloro) e i prodotti del riciclo hanno una alta qualità (non sono brutti come le panchine di plastica riciclata e non sono tossici come i pile fatti dalle bottiglie di plastica che rilasciano antimonio). (Purtroppo in Europa si trova solo la versione di carta FSC. :-( )
Il sito di William McDonough
Il sito di Michael Brungart
Il design Cradle to cradle sulla wikipedia
lumachina
15 giu 2006 - 13:04 - #1Una precisazione: la definizione di inquinamento che più mi piace è “alterazione dei parametri naturali”.
Troppo o troppo poco di qualsiasi cosa è inquinamento. Anche troppi cesti di vimini gettati dal finestrino di un treno!
I due autori non credono che si riuscirà a ridurre davvero la quantità di beni prodotti. Non credono alla decrescita e non pensano che “limitare i danni” sia una buona strategia, per questo puntano a reinventare totalmente e con lungimiranza i prodotti industriali.
Mauro Masiero - Gruppo FSC-Italia
20 giu 2006 - 12:29 - #2Buongiorno,
premetto di non avere letto il libro in questione, ma mi permetto una considerazione sul commento proposto e solo su di esso. In particolar modo trovo fuori luogo e del tutto immotivata la considerazione conclusiva: “Purtroppo in Europa si trova solo la versione di carta FSC”. Forse era intenzione di chi ha scritto riferirsi alla carta riciclata TCF o ECF, ovvero sbiancata senza uso di cloro. FSC, infatti, acronimo che sta per Forest Stewardship Council, è un’organizzazione non governativa e senza scopo di lucro che si preoccupa di gestione responsabile (in termini ambientali, sociali ed economici) e corretta delle foreste di tutto il mondo. E’ vero che in Europa (e non solo) esiste carta certificata FSC, non è vero invece – e lo dico con rammarico – che si trova solo carta FSC. Il rammarico deriva dal fatto che una maggiore disponibilità di carta FSC significherebbe un maggior numero di foreste correttamente gestite, con benefici tanto su scala locale, quanto su scala globale. Francamente ciò non mi sembra affatto deprecabile, anzi.
Quanto al preferire l’uso di un polimero plastico alla carta, credo che si tratti di un’affermazione da motivare in maniera molto più articolata e compiuta rispetto alla considerazione (generica e poco convincente) secondo la quale tale polimero può essere riciclato con meno spesa e più facilità della carta. Sarebbe utile, ad esempio, sapere, quale sia il costo ambientale necessario per produrre a monte quello stesso polimero, dove sia prodotto, con quali materie prime, secondo quali modalità, con quali emissioni ecc.
Ripeto, non ho letto il libro in questione e non intendo (come potrei?) esprimermi su di esso. Ci tengo solo a fare chiarezza, per tutelare il lavoro che ogni giorno il Gruppo FSC-Italia porta avanti, a titolo volontario e gratuito, per promuovere la buona gestione delle foreste.
Sono certo che visitando il nostro sito web, www.fsc-italia.it, ed il sito internazionale del FSC, www.fsc.org, questi equivoci saranno prontamente chiariti.
Cordiali saluti.
Mauro Masiero
FSC-Italia
Lumachina
20 giu 2006 - 13:09 - #3Gentile sig. Masiero, apprezzo molto il suo interessamento e le sue precisazioni in materia a quanto scriviamo su ecoblog. Come avra’ potuto constatare dai numerosi articoli che abbiamo pubblicato in materia, riteniamo che FSC stia facendo un ottimo lavoro nel proteggere le foreste.
Il libro di cui parlo reca il logo FSC, accompagnato dalla scritta “Questo volume e’ stato stampato su carta certificata FSC”. Ritengo pertanto esatto riferire che il volume e’ stato stampato su carta certificata FSC. (Se lei ritiene che il vostro logo sia stato usato in modo inappropriato, la prego di rivolgersi direttamente a BluEdizioni o a Filoderba.)
Il mio ramamrico in fatto che si trovi solo la versione stampata su carta FSC deriva dal non poter toccare la versione stampata sul polimero originale. Concordo con lei nell’affermare che una maggior diffusione di carta FSC sia auspicabile.
Per quanto concerne la riciclabilita’ del polimero utilizzato al posto della carta, posso dirle che la formula e’ stata studiata da Charlie Melcher ( Melcher Media ) ed e’ attualmente commercializzata dal gruppo Yupo a cui potra’ rivolgersi per ottenere i dettagli tecnici e chimici che la interessano. Nel caso riscontrasse che quanto scritto nel libro non corrisponda a realta’, saremmo lieti di darne notizia.
Cordialmente
Francesca D’Amato (Lumachina)
www.ecoblog.it
ecoblog
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