Rifugiati e migranti climatici da Maghreb e Medio Oriente

Mentre a Rio per la Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici e sviluppo sostenibile giocano a cambiare il mondo accade che il mondo sul serio sta cambiando.

Nel prossimi anni, uno scenario in cui la temperatura globale del Pianeta aumenti di 4 gradi Centigradi è plausibile. Nell'immaginario collettivo il migrante attraversa le frontiere, in verità nella maggior parte dei casi attraversa il proprio paese e per motivi diversi. I primi risultati di uno studio della Banca Mondiale vedono in Algeria, Egitto, Marocco, Siria e Yemen le popolazioni che subiranno maggiormente gli effetti dei cambiamenti climatici. Lo studio evidenzia che gli effetti dei cambiamenti climatici si possono verificare o per eventi estremi ( inondazioni, tempeste di sabbia, ecc) oppure gradualmente come deforestazione causata dal cambiamento della temperatura e della scarsità di piogge. Questo scenario rende complessa l'analisi dei futuri flussi migratori.

Dai paesi del Maghreb al Medio Oriente tra gli 80 e i 100milioni di persone da qui al 2025 potranno subire gli effetti di una crisi idrica. Da qui al 2050 la disponibilità di acqua per individuo potrebbe diminuire del 50%. Al di la degli impatti economici i cambiamenti climatici potrebbero essere associati a conflitti locali per l'accesso alla risorse in diminuzione. Il Cambiamento climatico presenta perciò delle sfide molto ampie.

I migranti del Medio Oriente e del Maghreb sono di sesso maschile nella maggior parte dei casi mentre le donne sono lasciate sole a gestire la famiglia e non hanno le stesse opportunità lavorative dei maschi. In questo contesto il Medio oriente potrebbe divenire una delle destinazioni delle migrazioni sub-sahariane esacerbate dai cambiamenti climatici. Lo Yemen ha conosciuto dal 2008 l'alternarsi di inondazioni e siccità che hanno danneggiato città quali Shibam sorta sul letto di un fiume. La popolazione dello Yemen vive in zone sensibili e altamente vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici. In Yemen si mettono in pratica tecniche di adattamento come i terrazzamenti,le rotazioni delle colture, la gestione integrata delle riserve di acqua a tutti i livelli, la riabilitazione dell'uso delle cisterne e lo si insegna ai più giovani e nelle scuole.

Se l'ambiente rappresenta una variabile tra le tante capace di favorire la migrazione, i fattori economici legati inseparabilmente ai cambiamenti climatici però, dominano le cause dei flussi migratori. L'ambiente ha così un impatto sulla politica: la crisi alimentare è stata l'elemento scatenante della Primavera araba e il cambiamento climatico che ha generato l'aumento dei prezzi delle derrate alimentari non ne è estraneo.

Infine l'ambiente può essere un fattore di attrazione. Non confondiamo le necessità dei rifugiati politici e di chi fugge da guerre.

In Egitto le tensioni sono causate dall'insicrezza alimentare e dall'esplosione demografica. Il paese dei faraoni importa il 50% dei cereali e la sua popolazione va a raddoppiare da qui al 2050 arrivando potenzialmente a 170milioni di abitanti. L'insicurezza alimentare è amplificata dalla vulnerabilità delle risorse idriche e secondo Engy Shehata, direttrice del dipartimento dei cambiamenti climatici presso l'Agenzia egiziana dell'ambiente, circa 2 milioni di persone in Egitto sono a rischio a causa dell'innalzamento delle acque marine.

Anche in Algeria la situazione è preoccupante: sono state costruite nel 2011 5 nuove stazioni di desalinizzazione, 9 dighe per alimentare il sistema idrico e la produzione agricola, ma non basta poiché circa 7 milioni di ettari si suolo sono minacciati dalla diga eolica.

Se il conflitto in Darfur ha avuto origini ambientali, i fattori della migrazione restano intrecciati e non si riesce a separarli. Solo il 10% dei migranti sono legati ai cambiamenti climatici e l'adattamento diviene un criterio a se stante nella strategia dello sviluppo. Più l'economia sarà redistribuita più saremo preparati agli choc climatici.

Via | Actu-Environement
Foto | TMnews

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