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Autostrada a idrogeno in Norvegia

Pubblicato: mercoledì 30 agosto 2006 da lumachina

Corridoio a idrogeno in Norvegia, con distributori per auto.Ci saranno distributori di idrogeno lungo la strada che collega Oslo a Stavanger, sulla costa sud occidentale della Norvegia.

La Norvegia, che da sempre produce buona parte della sua energia sfruttando le biomasse e l’idroelettrico, ha poco margine di risparmio per tagliare le sue emissioni nel campo della produzione di energia, per questo ha deciso di puntare sul settore trasporti. Stavanger è il polo energetico nazionale ed è quindi simbolico che la si potrà raggiungere in modo pulito, rifornendosi di idrogneo prodotto con energia rinnovabile (idroelettrica, fotovoltaica, biogas, …).

Il corridoio è stato scelto per testare gli impianti in diverse condizioni climatiche: salinità dell’aria vicino alla costa, topografia variabile, estati calde e inverni rigidi. Il primo distributore dovrebbe già essere in funzione, gli altri saranno terminati entro il 2009. Sul corridoio si stanno testando anche autobus a idrogeno.

» Una presentazione del progetto Hynor (in inglese).
» L’unico distributore di idrogeno attivo in Italia.

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7 commenti

Commenti dei lettori

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  • Profilo di marco

    marco

    30 ago 2006 - 08:55 - #1
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    ..inutile dire quanto gli scandinavi siano uno step superiori a chiunque in fatto di rispetto e tecnologie ambientali. A cosa potremmo ambire noi piccoli italianetti dal momento che non riusciamo nemmeno a completare una semplice autostrada in cemento ? (vedi salerno-reggio)….vergognamoci!

  • Enrico Pascucci

    30 ago 2006 - 13:06 - #2
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    marco, in Italia per far funzionare le cose bisognerebbe assumere i dipendenti e i dirigenti statali col contratto co co co.

    E’ molto che non lascio un saluto sul blog, ciao lumachina :D

  • Profilo di Lumachina

    Lumachina

    30 ago 2006 - 15:09 - #3
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    Marco, si, per certe cose il Nord Europa è davvero avanti di decenni rispetto a noi.

    Enrico, grazie e bentornato!

  • Profilo di marco

    marco

    30 ago 2006 - 15:55 - #4
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    si , me ne sto accorgendo…faccio la spola da due anni circa tra milano e la Finlandia ,e ogni volta scopro QUANTO siano decenni avanti a noi italiani in materia di ambientalismo e politiche sociali!! impressionante.
    @ Enrico
    ..sono d accordo con quello che dici in fatto di assunzioni di dirigenti statali , occorrerebbe anche però radicare nella mentalità dei cittadini una maggiore attenzione in fatto di risparmio energetico e rispetto ambiantale per far funzionare bene le cose..

  • Alfx noto "avvocato del diavolo"

    30 ago 2006 - 17:30 - #5
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    Mi accodo sulla mancanza totale di responsabilità dei nostri amministratori (dovuta alla mancanza di controllo delle spese da parte dei contribuenti).
    Ma posso anche far notare che la situazione dei paesi scandinavi è così differente dalla nostra che è impossibile da paragonare (a mio avviso certamente!).

    Giustifico questa affermazione con alcuni dati:

    Finlandia
    -Popolazione 5milioni
    -territorio 300000 km^2

    Norvegia
    -popolazione 4.5 milioni
    -territorio 307000 km^2

    Italia
    -popolazione 58 milioni
    -territorio 294000 km^2

    Se poi contate le materie prime disponibili (italia zero), potete ben capire il vantaggio. E come paragonare l’italia all’india…potrete forse citarmi qualche stato africano, che per i rapporti territorio popolazione sono molto simili, ma oltre alla parola tribu, basterebbe quella colonialismo saziare gli animi.

  • Giancarlo Fiorito

    01 set 2006 - 11:23 - #6
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    Idrogeno, domanda, offerta - Una critica a Rifkin

    E’ bene chiarire alcuni aspetti relativi alla tanto discussa economia dell’idrogeno e della diversificazione delle fonti energetiche, partendo da alcune affermazioni del noto “guru” americano Jeremy Rifkin.

    In un’intervista (Il Sole 24Ore, 20 luglio 2006) Rifkin dichiara: “La produzione di idrogeno attraverso fonti non rinnovabili non risolve il problema di allontanarci dalla dipendenza di risorse energetiche limitate, costa cara e ha componenti inquinanti. E poi chi paga? Aumenteranno le tasse o le bollette della luce per il consumatore?”; Rifkin ritiene necessario, “Organizzare e gestire la terza rivoluzione industriale. Fin dal tempo dei Sumeri, una rivoluzione economica è avvenuta quando a una innovazione energetica si è unita una innovazione di comunicazione. I Sumeri hanno imparato a conservare il grano in magazzini, ma non avrebbero avuto successo se non avessero introdotto il linguaggio cuneiforme per gestire la contabilità. Quando è arrivato il telegrafo abbiamo potuto migliorare di molto i trasporti via treno e abbiamo gettato le radici per la prima rivoluzione industriale. Poi con il telefono ed il petrolio abbiamo avuto la seconda rivoluzione. Oggi con l’innovazione di comunicazione via internet e quella energetica dell’idrogeno stiamo preparando la terza rivoluzione industriale”, e aggiunge: “[L’idrogeno] è difficile produrlo nelle quantità che desidereremmo, ma è possibile farlo con l’energia eolica, con quella solare, con quella marina, con la forza dell’acqua, delle onde, delle correnti. Si potrà fare l’elettrolisi a casa per ottenere dei piccoli quantitativi, ma qui interviene la rete: ci si appoggerà a un network di computer per allocare milioni di piccoli surplus. Si dovranno adattare alcune delle reti esistenti, quella della distribuzione del gas ad esempio. E dovremo anche immaginare dei grandi depositi di stoccaggio: non sempre soffia il vento o splende il sole.”

    Credo che il pensiero di Rifkin sia, in un certo senso, nato presbite. L’analisi di Rifkin dei mutamenti di lungo periodo della società dell’informazione, dei cambiamenti dell’economia globale, della società civile e del ruolo e struttura dei governi, ben coglie le profonde interazioni tra rete, economia ed energia, ma porta ad una sottovalutazione degli aspetti tecnologici e strategici che l’uso dell’idrogeno comporta, nella transizione iniziale e, soprattutto, nel campo della mobilità. Da oltre due decenni infatti le industria petrolifera ed automobilistica sviluppano e brevettano tutte le componenti della filiera tecnologica, necessarie a produrre, stoccare e “bruciare” idrogeno: la transizione è quindi già in atto, ma per capirla e guidarla non è sufficiente ricordare come è possibile produrre idrogeno, ma anche trovare dove è più economico consumarlo; identificare cioè le applicazioni per creare una domanda di idrogeno, motivandone la produzione e coprendone i costi. Queste applicazioni comportano la tecnologia delle celle a combustibile polimeriche.

    Inizialmente sviluppate dalla Ballard di Vancouver, che alla fine degli anni 80 riprese dei brevetti obsoleti della General Electric, le celle sono la domanda di idrogeno. Questa tecnologia ha conosciuto uno sviluppo sorprendente in termini di compattezza, efficienza e robustezza ed è candidata a rimpiazzare il motore a scoppio in tutte le principali applicazioni: gruppi elettrogeni, autobus, automobili e motorini. Nei politecnici e laboratori di tutto il mondo, ricercatori, aziende e governi lavorano per ridurre la dipendenza dal petrolio, mediante lo sviluppo di tecnologia proprietaria, come reformers, elettrolizzatori, bombole al carbonio, catalizzatori, membrane, elettrodi e motori elettrici. Nel campo finanziario, tutte le banche di investimento internazionali hanno già identificato il cluster “nuove tecnologie energetiche” per la creazione di fondi centrati sulle compagnie più promettenti.

    La visione di Rifkin è presbite poiché non vede le soluzioni per le applicazioni di transizione che, diffondendo la tecnologia (ed abbattendone i costi) creano mercato, consenso e sapere, realizzando al contempo lo sganciamento del mondo occidentale dall’economia del petrolio. Produrre – e quindi offrire - idrogeno con energia rinnovabile equivale a consumare energia elettrica rinnovabile, e quindi costosa, con elettrolizzatori sperimentali. Per farne cosa? Rifkin immagina un futuro in cui la rete elettrica sarà sostituita dalla rete del gas naturale, riconvertita per contenere idrogeno. I cittadini diventano produttori-consumatori, potendo immettere e sottrarre idrogeno. L’idrogeno è prodotto con elettrolizzatori, immesso in rete e consumato in celle a combustibile, secondo capacità produttiva e bisogni del momento.

    Tralasciando alcuni processi marginali, quali lo split termico dell’acqua o la produzione da alghe e batteri, produrre idrogeno con elettricità fotovoltaica o eolica rappresenta comunque lo stadio finale di una transizione epocale. La produzione dei componenti della filiera di produzione, stoccaggio, distribuzione e consumo dell’idrogeno, credo rappresenti adesso la sfida strategica cui i governi europei devono far fronte, intervenendo con programmi di sostegno alla ricerca applicata e volti a creare le prime reti di produzione, distribuzione e consumo per piccole flotte di veicoli, quali, ad esempio, gli autobus per il trasporto urbano.

    In seguito, tra circa 20 anni, elettrolizzatori e celle a combustibile saranno divenuti di uso comune e il paesaggio rurale europeo presenterà delle “Hydrogen Inns” connesse a parchi eolici o dei “Solar-Agriturismi” immersi in campi di agricoltura biologica e circondati da serre costruite con moduli fotovoltaici. Degli stagni tecnologici per la bio-depurazione delle acque reflue ed i digestori per biomasse e rifiuti completeranno il ciclo delle risorse e dell’energia. E’ – lo spero sinceramente - il nostro futuro pacifico in cui le fonti rinnovabili produrranno la maggior parte dell’energia elettrica necessaria ai nostri bisogni domestici, informatici, produttivi in una società interconnessa.

    L’elettricità che sostiene la rete può invece acquisire ora valore aggiunto producendo idrogeno necessario a produrre elettricità dove e quando necessario, in una cella a combustibile cofinanziata dallo stato. Ad esempio per un veicolo pubblico elettrico o il server di una banca. La domanda di idrogeno – è necessario ricordarlo - viene dalle celle a combustibile; senza questi motori elettrochimici l’idrogeno non crea il valore aggiunto che motiva l’elettricità rinnovabile. L’impiego dell’idrogeno in un motore a scoppio, come propone l’Enel ad esempio, è irrealistico ed inefficiente, poiché l’idrogeno ha una resa accettabile solo in cilindrate di 2000 centimetri cubici. Anche in piccole celle a combustibile per biciclette invece, l’idrogeno è un carburante molto efficace, destinato a divenire la moneta comune della bio-economia mondiale.

    L’idrogeno rinnovabile è certamente la componente iniziale della fase finale dello sviluppo della catena energetica dell’idrogeno, mentre l’idrogeno fossile (prodotto dal metano) è, adesso, la componente iniziale della fase iniziale dello sviluppo della catena energetica dell’idrogeno. Un reformer a metano ha, ricordiamolo, un’efficienza termodinamica di oltre l’80%.

    La fase iniziale passa per la mobilità urbana elettrica leggera sovvenzionata da stato ed amministrazioni locali. Lo stato, nell’ambito dei progetti e finanziamenti europei ha l’obiettivo di garantire un approccio integrato tra settore pubblico, industria ed accademia, al fine di favorire il diffondersi della tecnologia e la formazione di personale specializzato. Pubbliche amministrazioni, industria ed università hanno lo scopo comune di creare la rete di installatori, punti vendita ed il servizio di manutenzione.

    In Italia sono individuabili tre livelli di intervento:

    1) Stato – Grande industria. I siti scelti per ospitare i rigassificatori ed i poli petrolchimici esistenti sono i candidati ideali a divenire nodi distributivi nazionali di idrogeno; queste aree industriali hanno i requisiti per garantire produzione efficiente ed economica di idrogeno per le prime applicazioni con celle a combustibile, in seguito il diffondersi del know-how, la produzione di massa e la conseguente discesa lungo la curva di apprendimento, permetteranno la produzione decentralizzata, di piccola taglia e da fonti rinnovabili.

    2) Stato – Amministrazioni locali – Industria – Università. Tre distretti industriali (almeno) devono essere identificati per la produzione delle componenti fondamentali della filiera metano/rinnovabili > idrogeno > celle a combustibile. Le componenti che l’industria italiana deve partecipare a produrre sono reformers, celle a combustibile, bombole, compressori, valvole, elettrolizzatori, motori elettrici ed elettronica di controllo.

    3) Amministrazioni locali – Università – Industria. Centri storici, parchi nazionali, comunità montane e località balneari sono i candidati ideali per ospitare distributori di idrogeno e flotte di piccoli veicoli a celle a combustibile, in quanto inquinamento, rumore e congestione hanno il massimo impatto negativo. Le amministrazioni locali hanno un ruolo centrale per ottenere sia i finanziamenti che il consenso dei cittadini: trattandosi di progetti costosi, è infatti assolutamente necessaria una dilazione dell’orizzonte di rendimento dei progetti stessi; tali progetti tuttavia, poiché finalizzati alla valorizzazione del territorio, permetteranno la creazione di isole di mobilità sostenibile, con ricadute positive per l’economia locale.

    P.S. Per il reformer vedi: http://auto.howstuffworks.com/fuel-processor2.htm

    Giancarlo Fiorito

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    […] Il vice presidente del progetto Bmw Clean Energy, Frank Ochmann, ha deto che la velocità di penetrazione nel mercato di questi modelli dipende criticamente dalla volontà dei politici di volersi impegnare nella realizzazione di una rete strutturale di rifornimento di idrogeno. In Norvegia e in Danimarca lo stanno già facendo. […]

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