A dire che nei prossimi anni fermeranno le esportazioni di prodotti equi e solidali è lo stesso padre fondatore del commercio equo e solidale: l’olandese Frans Van der Hoff.
Frans Van der Hoff è un prete lavoratore: coltiva (biologicamente) fagioli e caffè nel suo campo in Messico, guadagnando 3 Dollari al giorno come gli altri contadini. Ha un dottorato in teologia ed uno in economia, ottenuto difendendo la teoria del commercio equo dagli attacchi di professori universitari di fama mondiale. Quando parla del futuro del commercio equo, sa quello che dice e ha valutato a fondo le ricadute mondiali del processo.
In una intervista a Redattore Sociale, ripubblicata da GreenPlanet, ha detto: “Stiamo cercando di costruire un mercato equo e solidale locale. Già oggi vendiamo il 30% dei nostri prodotti in Messico: frutta tropicale, succhi di frutta e marmellate, pomodori e parte del caffè. Dal punto di vista economico il commercio locale è molto più vantaggioso di quello orientato all’export, perché tutto il plusvalore resta nel nostro Paese. ”
Concretizzati in questo suo discorso ci sono concetti di filiera corta, chiusura dei cicli naturali degli elementi, inquinamento da trasporto, internalizzazione dei costi sociali nei prezzi, sviluppo sostenibile, … Questi sono gli uomini da fare santi!
Nel frattempo le multinazionali, fiutando l’affare di un settore in crescita, cominciano a proporre ai loro clienti qualche prodotto equo: lo fanno Nestlè e McDonald. Le opinioni a riguardo sono discordanti: i più cinici ci vedono solo una operazione di marketing, senza effetti concreti a lungo termine visto che mancano le giuste motivazioni. I più ottimisti vedono l’inizio di un cambiamento e una piccola vittoria dell’opinione pubblica. Frans, con l’esperienza di una vita sulle spalle, è convinto che le multinazionali vadano mantenute sotto pressione, utilizzando il boicottaggio.
»Max Havelaar, le label du commerce équitable
»Fair Trade Coffee Supporters Welcome McDonalds Decision To Sell Fair Trade Coffee
»Nestlé and fair trade coffe
Alessio Proietti
30 ott 2006 - 01:27 - #1Mi è capitato spesso di consumare prodotti del commercio equo & solidale e quello che ho sempre notato è che spesso si tratta di prodotti fatti in europa con materie prime eque e solidali.
Il che significa che solo una piccola parte del valore di quel prodotto va ai coltivatori, mentre, inevitabilmente, una buona parte si perde tra materie prime “non eque” e produzione!
francesco
30 ott 2006 - 01:39 - #2ricordo di aver letto tempo fà un commento riguardo all’interesse di MacDonald sulle mele, più o meno diceva:
…prima di adesso MacDonald non aveva mai considerato le mele, poi d’un tratto i dietologi e le mille riviste costringono la multinazionale a introdurre tra i grassi paninacci insalate e macedonie,e si ritrova d’un tratto ad essere il più grande compratore di mele del mondo…
questo per dire che anche se l’avvicinarsi all’equo solidale può sembrar sospetto, d’altro canto può rivelarsi un ottima spinta economica e propagandistica verso il mondo.
Gre
30 ott 2006 - 10:00 - #3Io invece, sempre per quanto riguarda Mc Donalds, ho letto quest’estate su un inserto del Guardian, che ora ahimè ho buttato, un articolo su come invece le varie multinazionali dei panini siano tornate recentemente dalle insalatine e macedonie ai panini supercalorici, iperproteici e iperlipidici. A quanto pare i risultati della ricerca di marketing che evidenziava il bisogno dei clienti di cibo più sano si sono rivelati falsi, in pratica le insalate e le mele rimanevano sugli scaffali. Effettivamente voi pensate, quando avete voglia di un’insalata o un po’ di frutta… andreste da McDonalds? Io no…
Non capito bene l’articolo sul commercio equo invece, significa che la tendenza per il futuro è la vendita dei prodotti equi sul territorio nazionale e non l’esportazione? Se è così non mi sembra una cosa negativa…
Alessandro MI
09 nov 2006 - 10:39 - #4Ho molti amici che vendono (volontari) i prodotti del commercio equo. Probabilmente funziona come i biglietti dell’unicef;
Quando comprate i biglietti di auguri per Natale, quelli che vende l’Unicef per ricavare dei fondi (ma non solo i biglietti) che costano 4,5,6 o 7 euro, devono pagare:
- Trasporti
- Tipografia
- Bustificio
- Spese interne
- Grafci
- e non quanto altro ancora…
Per ogni vendita, all’Unicef va circa 0,05 €.
Ne vale la pena? se uno donasse 1 euro, si potrebbere “fregare” 10 persone in meno.
Luigi (Va)
15 nov 2006 - 17:23 - #5Io sono dell’idea che la beneficienza, adesso come adesso, è praticata non tanto perchè tutti si sentono più buoni, ma semplicemente perche’ “rende molto”.
E’ impossibile fare beneficienza da soli, se gli altri da cui devi dipendere, a loro volta non te ne fanno. I costi saranno alti e il ricavato servirà quasi tutto a coprire le spese….come al solito, a chi ha bisogno, solo le briciole. In compenso tanto benessere in più a chi ci lavora intorno…che bello essere buoni…
Luigi (Va)
15 nov 2006 - 17:26 - #6opss…scusate la mia “i” di troppo…beneficenza….
Nigu
21 nov 2006 - 00:18 - #7Ciao, vorrei risponedere ad alessio proietti… introduco che faccio volontariato in una bottega equo solidale (completam a titolo gratuito)… ed è inevitabile che i prodotti alimentari ke si vendono nelle botteghe del mondo siano prodotte in Europa, siccome nei paesi d’origini non ci sono le industrie x il confezionamento e altre cose simili… e poi si fa attenzione a ki le si da.. nn li si da a multinazionali.. ma a delle aziende serie di cui si conoscono.. o anke a cooperative sociali, di handicapati, o di recupero tossicodipendenti… e poi secondo te è meglio ke nn si faccia niente?? anche se fosse csì guadagnano o vivono in modo dignitoso di più di come potrebbe farlo se è al servizio di una multinazionale…
Nigu
21 nov 2006 - 00:23 - #8Vorrei rispondere a Luigi (VA)….
Preciso che il commercio equo e solidale NON è beneficienza… è assai diverso… ai lavoratori non glieli regalano i soldi… ma li guiadagna lavorando… ma la cosa diversa è che lavorerà in modo sicuro, in modo dignitoso, a un prezzo maggiore, e il prezzo è garantito… e si effettuano pure dei prefinanziamenti… cioè gli si anticipano x potergli dare l’opportunità di poter ricominciare il ciclo di produzione….
LARA
23 nov 2006 - 01:28 - #9NIGU SEI TROPPO BONOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!
unicef volontario
22 dic 2006 - 19:01 - #10scusate l’inerruzione ma ho letto parecchie stupidaggini, sia sull’unicef che sul commercio ecquo e solidale:
del valore delle cartoline unicef c’è da dire che quasi tutto il lavoro (il 95%, dati sul sito dell’Unicef Italia)viene svolto da volontari (non pagati) e che il prezzo di una cartolina normale (per essere redditizia!) costa di solito meno di un euro.
ne viene da solo che il valore aggiunto per le popolazioni è l’80% del costo della cartolina.
Informatevi prima di spararle grosse!
unicef volontario
22 dic 2006 - 19:06 - #11Luigi (va) sei un c…..o e ti spiego perchè:
non ti informi,
non hai voglia di informarti,
ma sei molto bravo a sputare sentenze.
ti sei mai chiesto perchè si chiama volontariato? Forse perchè chi lo fa non viene pagato!!!
ale
08 gen 2007 - 23:53 - #12il commercio equo nasce non per fare beneficenza ma per avere un commercio “giusto” cioè avere un rapporto paritario tra esportatore e importatore a differenza di quanto fanno le grandi multinazionali che aquistano a prezzi irrisori e vendono con ricarichi da rapina.(una scarpa nike prodotta in vietnam costa alla multinazionale americana meno di 50 centesimi di euro…!)
Nel commercio equo il prezzo al consumatore e così diviso: una percentuale intorno al 30% va al produttore tale da garantirgli una vita dignitosa il resto sono spese per il trasporto, dogana, ecc restante margine va diviso all’importatore e al distributore, quindi siamo ad una divisione di 30/30/30 circa.
Credo che non ci sia niente di male che ad occuparsi del commercio equo non sia solo l’associazionismo e il volontariato ma che si possa fare del commercio equo anche il proprio lavoro, anzi credo che non ci sia niente di più coerente che fare un lavoro che coincida con i propri ideali.
Personalmente ritengo che i prodotti del commercio equo debbano riguardare prevalentemente prodotti come caffe, cacao, zucchero di canna… cioè prodotti “esotici” che non è possibile produrre localmente, e quindi cercare quanto più possibile di consumare prodotti locali e quando dico locali intendo non distanto oltre 50 km dalla propria residenza.
Coopericcio
10 dic 2009 - 17:51 - #13non si possono accostare due concetti così distanti, l’unicef è un associazione che a livello internazionale si occupa i sviluppo con raccolta fondi ( vendita gadget, finanziamenti statali, parastatali e affini..etc etc…) il commercio equo si chiama commercio proprio perchè il concetto non è quello di beneficenza ma un modello economico alternativo…sono aziende alternative che investono per produrre, rispettando i diritti dei lavoratori…
Dell’unicef è meglio che non parlo…è solo un’agenzia di controllo dello sviluppo…70% dei finanziamenti dell’unicef finiscono in spese amministrative…bha…viva il volontariato si, ma quello critico…