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Shell e Total: “È finito il petrolio facile”

Pubblicato: 11 apr 2007 da Matteo Razzanelli

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Shell e Total: fine del petrolio facile I giorni del petrolio e del gas facile sono già finiti: le riserve di petrolio rimaste sono in mare aperto, più difficili da raggiungere e pertanto bisognose di grandi investimenti e di tecnologie avanzatissime.

Lo hanno dichiarato ad una conferenza Christophe de Mangerie e Jeroen van der Veer, CEO rispettivamente della Total SA e della Royal Dutch Shell Plc.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, questa non è una notizia drammatica per compagnie come la Shell, che vengono pagate dai grandi clienti per organizzare lo sfruttamento di giacimenti difficili, mentre non vengono interpellate nel caso di giacimenti onshore, più facili da sfruttare. Siccome da qui al 2030 – secondo dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia – la domanda di petrolio dovrebbe aumentare del 39%, la Shell già si frega le mani pensando ai giacimenti offshore che avranno bisogno dei suoi preziosi servigi.

Secondo Lehman Brothers Holdings, le compagnie petrolifere spenderanno – solo per quest’anno – un 9% in più per le esplorazioni, mentre da qui al 2011 l’aumento complessivo delle spese per esplorazioni in acque profonde dovrebbe aggirarsi intorno al 44% ($6 miliardi in più rispetto ad oggi, stime Douglas- Westwood Ltd).

Ma allora ci stiamo avvicinando alla curva discendente del picco del petrolio? Non è detto: le dichiarazioni di Shell e Total potrebbero anche dipendere dalla volontà di rassicurare i propri investitori, facendo buon viso a cattivo gioco. La concorrenza da parte delle compagnie petrolifere statali cinese e indiana si fa infatti sentire in tutto il mondo, spingendo al rialzo le aste per i diritti di esplorazione. L’unico modo per non perdere terreno è allora quello di far leva sulla maggiore specializzazione tecnologica che le compagnie occidentali hanno rispetto a quelle asiatiche, concentrandosi quindi sui pozzi “difficili” dove la concorrenza è minore.

De Mangerie e van der Veer hanno anche dichiarato che le loro compagnie stanno investendo nelle tecniche di cattura ed immagazzinamento delle emissioni di CO2 (il cosiddetto “sequestro” dell’anidride carbonica) da abbinare agli impianti a carbone, così da rendere il carbone ambientalmente più accettabile soprattutto nell’immenso mercato cinese. In poche parole, con un occhio guardano al petrolio, e con l’altro al carbone!

Via | Bloomberg

[Matteo Razzanelli]

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3 commenti

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  • […] Se la dichiarazione dei CEO di Shell e Total di cui abbiamo reso conto nel post precedente si rivela esatta, siamo di fronte ad una vera e propria “bomba silenziosa”. Non ripresa dai giornali di massa, cambia comunque tutto. Cambia prospettive, investimenti, futuro delle energie rinnovabili e delle politiche di efficienza energetica. Quello che Shell e Total dicono, tradotto, significa: “Signori, estrarre petrolio costerà sempre di più”. Chi lavora sul campo, ci sta dando un indizio sulla tendenza al rialzo dei prezzi del petrolio almeno per i prossimi cinque anni. PUBBLICITÀ PUBBLICITÀ Ciò significa che il prezzo del barile di oro nero non tornerà ai livelli degli anni ‘90, anzi, continuerà a salire per avvicinarsi ai livelli visti durante gli shock petroliferi (nel grafico sopra, vedremmo la linea rossa tornare a rialzarsi). Indipendentemente dal raggiungimento o meno del picco del petrolio, possiamo quindi ragionare sulle conseguenze di un trend al rialzo dei costi di produzione che si verificherà contemporaneamente ad un sensibile aumento - previsto dalla IEA - della domanda giornaliera pro-capite di petrolio. La domanda di greggio infatti dovrà, per esempio, fare i conti con la motorizzazione di centinaia di milioni di cinesi ed indiani. Che rapporto c’è fra prezzo e domanda di greggio? Nel breve periodo, anche di fronte ad aumenti consistenti, la domanda è rigida: in poche parole non scende molto, perchè non si cambiano auto ed abitudini in una settimana. Nel lungo periodo però gli aumenti rimangono impressi nella testa delle persone e nei provvedimenti legislativi, portando alla scelta di auto più efficienti, alla creazione di nuovi standard per gli elettrodomestici, etc… Gli shock petroliferi degli anni ‘70 ed ‘80 per esempio hanno azzerato la tendenza al costante aumento dei consumi mondiali di petrolio giornalieri pro-capite (linea blu). Nel grafico che vedete, la freccia blu rappresenta il trend della domanda di petrolio, come previsto prima degli shock. Dopo gli shock, la domanda ha smesso di aumentare e si è mantenuta costante nei 30 anni successivi! Risultato: gli shock petroliferi ancora oggi ci fanno risparmiare un trilione di galloni l’anno di greggio!! [calcolo zfacts.com] Tutto sta nel vedere quanto gli aumenti dei costi di esplorazione e sfruttamento si rifletteranno sul prezzo del barile. Come dicevo però, in questo i prezzi sono aiutati dall’aumento della domanda mondiale. […]

  • Un ciclone al Parlamento europeo

    27 giu 2007 - 12:55 - #2
    0 punti
    Up Down

    […] P.S. Al minuto 22 Mercalli rimprovera la stampa italiana di non aver parlato della “fine del petrolio facile”, come invece ha fatto la stampa estera. I nostri lettori lo sanno: ecoblog invece ne ha parlato (ad esempio qui e qui). postato da Matteo Razzanelli il mercoledì 27 giugno 2007 in: […]

  • […] Su ecoblog poi abbiamo più volte citato le dichiarazioni del presidente di Total Christophe de Mangerie: tutte le volte quest’uomo ci azzecca. L’ultima volta ha detto che il prezzo del petrolio non sarebbe più sceso. E infatti siamo quasi a quota 100 e capitomboli non se ne vedono. Un’altra dichiarazione di de Mangerie che abbiamo citato riguardava la “fine del petrolio facile”. Neanche a farlo apposta, un’analisi di Marcello Colitti (esperto di problemi energetici, allievo di Mattei ed ex vicepresidente Eni) diffusa da Adnkronos sembra confermare le frasi di de Mangerie e chiudere il cerchio rispetto alle notizie di cui sopra. Colitti dice (cito da Adnkronos): Il prezzo del petrolio resta alto perché ”la mano invisibile del mercato prefigura il momento in cui il greggio non convenzionale sarà necessario per coprire la domanda, con costi molto superiori”. […] Secondo Colitti l’ipotesi spiegherebbe anche la volontà di non investire in nuovi impianti di raffinazione che costituiscono ”il collo di bottiglia che influenza il mercato non solo della benzina ma di tutto il barile”. […]