In Congo è allarme deforestazione

In Congo è allarme deforestazioneDopo l’allarme di ieri sullo stato di emergenza delle isole Galapagos eccone subito un altro: a rischio la foresta della Repubblica Democratica del Congo, la più grande al mondo dopo l’Amazzonia. A denunciarlo è Greenpeace che in un rapporto racconta lo scempio delle attività delle multinazionali del legno. Secondo lo studio dell’associazione 50 milioni di ettari di foresta pluviale in Africa Centrale sono già sotto il controllo delle multinazionali e un terzo di quest'area, circa 15 milioni, si trova in Congo, dove 100 contratti di taglio sono stati stipulati e numerose concessioni sono state rilasciate illegalmente.

Il prezzo da pagare in termini di emissioni di CO2 è altissimo: le previsioni sull'espansione dell'industria del legno nel Congo – si legge nel rapporto - lasciano intendere che questo paese rilascerà oltre 34,4 miliardi di tonnellate di CO2, una quantità equivalente a quella rilasciata dalla Gran Bretagna negli ultimi sessantanni. Ci sono poi le ripercussioni sociali visto che 40 milioni di cittadini dipendono da queste foreste, fonte di cibo, energia e altri prodotti diversi dal legno.

Nello studio Greenpeace analizza il ruolo della Banca Mondiale. Anche se nel 2002 l’organizzazione internazionale riuscì a convincere il governo del Congo ad una moratoria sulle concessioni forestali, solo poche aree vennero da allora veramente protette. Proprio un mese fa era stata denunciata la violazione dei divieti nella regione del lago Tumba, terra dei pigmei Twa e dei bantù. Per l’associazione la Banca Mondiale potrebbe fare di più, mentre diventa sempre più urgente un rafforzamento della moratoria e la cancellazione di tutti i contratti di taglio stipulati dal 2002.

E’ un peccato scrivere oggi questa notizia ricordando quanto scritto da Ecoblog sulle foreste del Congo un anno e mezzo fa. Il post parlava della moratoria sul taglio di 40 milioni di ettari di territorio approvata dalla Repubblica.

Via | “Il saccheggio delle foreste del Congo”, rapporto Greenpeace

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