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Economist: W il mercato del carbonio!

Pubblicato: 05 giu 2007 da Matteo Razzanelli

Commenti dei lettori

Speciale dell'Economist sul settore privato alle prese col riscaldamento globaleOggi continuiamo a spulciare lo speciale ambiente dell’Economist e parliamo di “mercato del carbonio” o “borsa delle emissioni” per gli amici.

La borsa delle emissioni è presentata dalla rivista come il futuro della lotta ai gas serra, lo strumento da potenziare per vincere la battaglia climatica. Credo che l’Economist abbia ragione: il mercato del carbone è l’unico strumento di riduzione delle emissioni credibile e realisticamente applicabile. Questo post lo dedico quindi alla spiegazione del suo funzionamento in concreto. Capita infatti di sentir parlare di borsa delle emissioni, ma a volte è difficile capire come questa borsa funziona in pratica e quali risultati ottiene.

Nel mercato delle emissioni si scambiano diritti di inquinare: certificati che attestano che un certo numero di tonnellate di CO2 non sono state emesse nell’atmosfera dal venditore e che possono pertanto essere emesse dall’acquirente. A monte di questi certificati va fatta dunque un’allocazione delle tonnellate di CO2 emettibili da ogni impianto obbligatoriamente sottoposto al sistema di limitazione dei gas serra. E’ a questo che servono i piani pluriennali di allocazione delle emissioni, come il PNA italiano recentemente approvato dalla Commissione europea.

Le borse delle emissioni consentono di andare a ridurre le emissioni laddove è più conveniente farlo, invece che accanirsi su quegli impianti o luoghi dove per abbattere la CO2 emessa si dovrebbero affrontare costi spropositati. Il mercato del carbonio consente quindi di livellare il prezzo della riduzione globale di emissioni di gas serra. Il principio base è il sacrosanto “chi inquina paga”: viene cioè messo un cartellino del prezzo al carbone rilasciato nell’atmosfera, sulla base dell’assunto che rilasciando gas serra si fa un danno all’ambiente che va risarcito. Per l’esattezza poi, i soldi pagati vanno a finanziare la riduzione del danno ambientale, innestando quindi un ciclo virtuoso senza che lo Stato sia coinvolto in alcun modo nella gestione dei fondi.

Possiamo dirci orgogliosi di essere europei, perché il primo sistema locale di scambio delle emissioni è nato proprio nell’Unione europea, ed è lo European Emissions-Trading Scheme (ETS), che è entrato in vigore il primo gennaio 2005.

Come ha funzionato, nei suoi primi anni, questo sistema per lo scambio di quote di emissioni?

L’Economist si guarda indietro e conclude che i primi tre anni sono stati anni di rodaggio, in cui la Commissione, che ha l’ultima parola sull’assegnazione delle quote di emissione, doveva calibrare il tiro. All’inizio, l’esecutivo europeo ha assegnato alle industrie troppe quote, col risultato che il prezzo dei certificati della prima tornata (2005-2008) è crollato a partire dal 2006, quando ci si è resi conto che i certificati disponibili sul mercato erano troppi. In pratica, l’eccessiva offerta di certificati ne ha fatto crollare il prezzo e il risultato ambientale è stato nullo. Infatti, più i certificati costano e più è conveniente ridurre le emissioni.
Nella seconda tornata però la Commissione ha imparato la lezione ed ha assegnato quote realistiche, disponendo di dati migliori sulla situazione europea delle emissioni. La Commissione ha inoltre collegato il proprio sistema al sistema internazionale stabilito dal Protocollo di Kyoto e chiamato CDM (Clean-Development Mechanism). In questo modo, le industrie europee possono comprare certificati anche dai paesi in via di sviluppo (PVS). Per garantire che i certificati di questi paesi non vengano “taroccati”, il CDM richiede che le quote dei PVS vengano certificate dall’ONU. Sul mercato europeo potranno quindi arrivare certificati extra-europei, chiamati CER (“Certified Emissions Reductions”). Il fatto che i nostri soldi vadano nei PVS consente di finanziare progetti che nel terzo mondo avvantaggiano la popolazione locale e l’ambiente. Un esempio è quello della produzione di biogas dagli escrementi dei maiali, progetto che si qualifica perfettamente per i CER.

Oggi il mercato del carbonio vale €22,5 miliardi ed il sistema europeo ne rappresenta l’80%! Di questi, l’anno scorso, €4 miliardi, equivalenti ad una riduzione di 562 milioni di tonnellate di CO2, sono andati ai PVS.

Ma sul versante dei risultati concreti, l’Europa ha ottenuto una riduzione delle emissioni?
La risposta è no, anche se, all’apice dei prezzi dei certificati verdi, ci sono stati casi di centrali elettriche convertite a carburanti meno inquinanti (passaggi da lignite al gas). In generale però, il prezzo dei certificati è ancora troppo basso. L’errore risale dunque al momento della distribuzione delle quote, in sede di approvazione dei PNA. Ma il sistema funziona e siccome il riscaldamento è globale non importa dove vengono ridotte le emissioni, basta che esse vengano effettivamente ridotte.

Sembra comunque che la Commissione, col prossimo piano di allocazione delle emissioni (2008-2012), abbia preso delle decisioni forti in merito ai PNA e che quindi il prezzo dei certificati si avvii ad essere sufficientemente alto, quanto basta perché le emissioni non calino solo a livello globale, ma anche in Europa.

Via | The Economist (2 giugno 2007)

» Mercato del carbonio, uno sguardo all’Emissions Trading europeo di Renato De Filippo su ambientediritto.it
» Nasce la Borsa delle emissioni su ecoblog

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17 commenti

Commenti dei lettori

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  • Profilo di Ale%

    Ale%

    05 giu 2007 - 09:48 - #1
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    Volevo solo Farvi notare come all’estero l’argomento Inquinamento/cambiamenti climatici sia in totale primo piano (persino Bush adesso!)…ma voi avete mai sentito Prodi parlarne? O D’Alema? O…Pecoraro Scanio??? Dov’è finito Pecoraro??? Cavolo ci sono i Verdi al governo! Pecoraro??! Pecoraro!! :-/

  • Profilo di verlok

    verlok

    05 giu 2007 - 09:53 - #2
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    Bel post, ce n’era bisogno per chiarire questo mercato oscuro…

  • Profilo di Proust

    Proust

    05 giu 2007 - 10:34 - #3
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    sai che non ho capito…

    in sostanza io mangio pane e cipolle per 3 anni per pagarmi i pannelli solari sul tetto, il mio vicino invece che è miliardario e se ne fotte del clima può inquinare anche per la mia quota perchè “paga”?
    non sarebbe meglio ‘bastonarlo’ di multe fin che non si adegua anche lui?

    ok, un po’ estremo, ma capisco che nell’ottica industriale certe cose non siano così semplici, ma come si fa a comprare quote dei paesi in via di sviluppo? quant’è la quota massima di ciascuno?
    è ovvio che un nomade africano inquina meno di me, ma non è che se lo pago posso comprargli le sue quote e io inquinare il doppio, perchè quello coi soldi che gli ho dato semtterà di fare il nomade e probabilmente sei metterà ad inquinare anche lui, comprando quote de altri e così via…

  • Matteo Razzanelli

    05 giu 2007 - 11:00 - #4
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    Proust, le quote sono assegnate prima dell’inizio degli scambi a tutti gli impianti obbligatoriamente sottoposti al sistema, quindi se ad un impianto vengono assegnate meno quote di quante esso effettivamente ne mette allo stato attuale, il certificato verde comporterà una riduzione delle emissioni. Il mercato del carbonio però consente di ridurle dove costa meno. Se costa meno ridurle nei PVS non vedo perché non ridurle lì. I PVS sono contenti perché vengono pagati e i gas serra diminuiscono.

    I sistemi di multe sono molto inefficienti ed inefficaci perché prevedono controlli continui. I controlli poi devono essere fatti periodicamente da personale specializzato ed in un’infinità di luoghi… Insomma, un sistema di multe, che poi significa anche passare per via giudiziaria, non darebbe neanche lontanamente i risultati che dà il mercato del carbonio.

  • Matteo Razzanelli

    05 giu 2007 - 11:05 - #5
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    Sui soldi:
    non è che mangi pane e cipolle, fai un investimento, solo SE VUOI farlo. Il contadino del 3° mondo non è obbligatoriamente sottoposto al sistema di quote: lo sono solo i grandi impianti inquinanti (cartiere, centrali elettriche, etc…). Se tu metti pannelli solari, ti crei un business perché puoi vendere le tue “non emissioni” alle imprese sottoposte PER FORZA al sistema di scambio.

    Su quello che dicevi sui soldi ai PVS non concordo: comodo negare loro lo sviluppo mentre noi inquiniamo anche per loro. La soluzione all’inquinamento è quindi relegare milioni di persone alla povertà? I PVS hanno il diritto di arricchirsi come noi, se mai è nostra responsabilità - visto che ci siamo arricchiti prima - di trovare modi di ridurre le emissioni globali anche mentre il resto del mondo continua a svilupparsi.

  • Profilo di Proust

    Proust

    05 giu 2007 - 11:10 - #6
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    se lo fanno evidentemente è meglio così, io probabilmente sono ancora troppo “paladino” nel mio modo di vedere le cose ;-)

    però l’idea che un’azienda italiana possa inquinare oltre i limiti di legge qui perchè ha dato dei soldi a dieci altre aziende in Corea perchè loro le riducessero mi sembra un po’ azzardato…l’ONU riesce veramente a controllare che in Corea le abbiano effettivamente abbassate?
    l’azienda italiana può inquinare da subito appena staccato l’assegno o deve aspettare che siano realizzate le migliorie nelle aziende in Corea?

    sarò “eco-fascisata” ma la politica del o stai sotto i limiti o chiudi credo che sia più efficace, in Italia dove tutti fanno i furbetti soprattutto.

  • Profilo di Proust

    Proust

    05 giu 2007 - 11:16 - #7
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    ok, ho capito il discorso sui pannelli, ma come ho detto era un esempio troppo estremo e poco calzante.

    non ho detto che devo relegare alla povertà i PSV per l’amor del cielo, solo che uno sviluppo sostenibile dovrebbe essere formato dall’esportazione delle tecnologie più efficienti per far si che il loro sviluppo non passi dal consumismo-inquinante, invece comprando le quote e allo stesso tempo vendendo gli impianti vecchi che da noi sono fuori legge non si fa il loro e il nostro bene.

  • Matteo Razzanelli

    05 giu 2007 - 11:18 - #8
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    Proust, un certificato verde prevede che la riduzione di emissioni sia già stata attuata, perché è proprio l’avvenuta riduzione che viene certificata. Visto che il problema è globale e ai fini del riscaldamento non fa differenza DOVE si riducono i gas serra, non capisco questo “nazionalismo” dell’emissione.

  • Matteo Razzanelli

    05 giu 2007 - 11:21 - #9
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    Sugli impianti vecchi, avviene l’esatto contrario: solitamente nei PVS si hanno tecnologie obsolete ed inquinanti, ma non i soldi per cambiarle. Il sistema di scambio permette loro di reperire i soldi per installare tecnologie nuove.

  • Profilo di Proust

    Proust

    05 giu 2007 - 11:37 - #10
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    non è nazionalismo, solo che da noi c’è un controllo maggiore, ci sono dei parametri standard europei e se uno sgarra lo puoi bastonare.
    Se uno qui riesce a comprare una quota di un PSV diventa intoccabile per un bel po’: ti dirà sempre che è in regola e che le ha comprate quelle emissioni.
    Magari in quel paese scoppia una guerra, cambia un governo, il certificato viene fatto come da noi si fanno le revisioni dei motorini dal cugino dell’amico etc…e nessuno saprà mai se veramente funziona tutto.

    diciamo che estendendo al globale il meccanismo si perde in efficienza per la crescente complessità di manovra, a mio avviso.

    in linea di massima hai ragione, i soldi servono per ammodernare, ma nella realtà dei fatti la fiat vende gli impianti vecchi ai cinesi per recuperare dei soldi, l’enel va ad impiantare impianti inquinanti altrove perchè qui ci sono le leggi e laggiù non ancora etc..

  • Matteo Razzanelli

    05 giu 2007 - 11:52 - #11
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    Proust, è chiaro che i controlli a monte sono il fulcro del sistema. Se non funzionano, niente risultati. Però secondo me non è vero che con le multe si ottiene di più. I costi a carico degli stati per fare le multe sono maggiori e ci vuole molto più tempo per fare gli accertamenti.

    E’ per questo che è nato un sistema di certificazione dell’ONU: per avere controlli indipendenti e multilaterali. Il fatto che un sistema sia a rischio frodi non ne inficia la validità. TUTTI i sistemi sono a rischio frodi: questo forse lo è un pò meno perché l’ONU è un organismo terzo. Il singolo stato da solo invece potrebbe avere incentivo a “barare”. Un sistema “nazionalista” quindi funzionerebbe in alcuni stati e non nella maggior parte degli altri, quindi a che servirebbe? A niente, perché le emissioni sono globali.

  • Profilo di Proust

    Proust

    05 giu 2007 - 12:09 - #12
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    convinto! :D
    grazie per le spiegazioni, spero davvero che funzioni!

    mi tengo qualche dubbio sull’ONU che secondo me non ha tutto il potere che dovrebbe (non riesce neppure ad impedire che i paesi occidentali vendano armi agli Stati africani :S) però come si dice in questi casi: la speranza è l’ultima a morire ;-)

  • rigitans

    05 giu 2007 - 15:37 - #13
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    le piantine della copertina sono i girasoli appena nati. io li ho piantati per ils econdo anno, e sono belli, sia appena nati con le due foglioline che quando sbocciano i fiori belli grandi e gialli ;)

  • rigitans

    05 giu 2007 - 15:37 - #14
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    le piantine della copertina sono i girasoli appena nati. io li ho piantati per ils econdo anno, e sono belli, sia appena nati con le due foglioline che quando sbocciano i fiori belli grandi e gialli ;)

  • iaele

    06 giu 2007 - 10:42 - #15
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    Se la certificazione è fatta dal’ONU, possiamo stare tranquilli in favoritismi verso certe nazioni ( in primis USA). Sono le passate risoluzioni fatte da quest’organo ad avvalorare questa tesi. Penso inoltre che la chiave di tutto sia la semplicità e la trasparenza. Invece di un sistema cosi complicato e poco credibile, basterebbe che le quote non fossero cedibili e ritoccate in ribasso ogni pochi anni in modo da garantire un impegno sempre costante verso nuove tecnologie. In piu assegnarle solo a quei Paesi gia industrializzati e con un cero reddito pro capite, in questo modo rientrerebbero tutte quelle nazioni che hanno realmente inquinato il pianeta. Mentre per i paesi in via di svilppo o sottosviluppati solo politiche di controllo con normative severe da rispettare sia per l’inquinamento che per il lavoro.

  • Profilo di axado01

    axado01

    09 giu 2007 - 22:50 - #16
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    Ma siamo proprio sicuri che questo sia l’unico modo per contrastare i cambiamenti climatici? Io credo vi siamo modi più efficaci e soprattutto equi. Intendo dire che il mercato del carbonio, posto che funzioni (e questo è ancora da dimostrare) è un mercato e come tale ha creato un’altra opportunità per fare soldi a chi si occupa di finanza (non credo siano le persone che ne necessitano maggiormente). Chi in questo momento fa dei soldini con questo giochino sono le società di investimento inglesi e le aziende cinesi che hanno pacchi di crediti da vendere nel meccanismo CDM. Si è vero alla fine avremo emesso qualche tonnellata in meno di CO2, ma siamo proprio sicuri che per noi italiani questa non sia un pò una fregatura?

  • Il cattocomunista « eurodillo

    26 set 2007 - 15:37 - #17
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    […] Al contrario, in tutti i luoghi del mondo dove il capitalismo non esiste, come ad esempio nelle dittature ad economia pianificata od oligopolistica (es. Corea del Nord, Russia, etc…) simili trend non esistono. Dove il capitalismo non esiste le condizioni di vita sono sensibilmente peggiori: si parla di vita media, mortalità infantile e di livello di istruzione. Quando ci si reca in paesi dove il capitalismo è sostituito da qualcos’altro, lo si nota immediatamente. E non è questione di democrazia, perché esistono paesi non democratici dove la scelta del libero mercato consente ugualmente standard di vita alti. La Cina è un esempio in fieri, ma ve ne sono altri consolidati, come Singapore. Ciò non vuol dire che il capitalismo non necessiti di regole, ivi comprese misure tese ad assicurare giustizia sociale e salvaguardia ambientale. Anzi, il capitalismo senza regole NON è capitalismo, perché senza la certa applicazione di regole ferree i mercati non possono rimanere liberi. La storia ha mostrato e mostra chiaramente che quando il mercato fallisce, sopprimerlo è un errore madornale. Vanno piuttosto applicati correttivi (per l’emergenza ecologica, un esempio di correttivo è il mercato del carbonio) che lo lascino libero di operare, altrimenti sono guai. E questo sembra dirlo anche il cattocomunista, quando afferma che «la logica del profitto» e quella della «equa distribuzione dei beni» non sono «in contraddizione l’una con l’altra», purché «il loro rapporto sia bene ordinato»: per la dottrina sociale della Chiesa, «il profitto è naturalmente legittimo e, nella giusta misura, necessario allo sviluppo economico». Salvo però poi sottolineare che «tuttavia […] il capitalismo non va considerato come l’unico modello valido di organizzazione economica»: può darsi, ma quali sarebbero gli altri modelli validi? Fra quelli sin qui sperimentati, non ne vedo alcuno. […]