Gas serra, sugli obiettivi di Kyoto l'Europa va bene ma l'Italia no

Secondo due relazioni pubblicate mercoledì dall'Agenzia Europea per l'Ambiente (EEA) la crisi economica non sta impedendo all'Europa di rispettare gli impegni presi con la sigla del Protocollo di Kyoto: nell'ultimo anno l'Ue ha ridotto le emissioni di gas serra e Co2 del 2,5%, nonostante una crescita economica di solo l'1,5%, e quasi tutti i paesi membri stanno facendo la loro parte per rispettare gli impegni presi nel 1997 in Giappone.

Quasi tutti, perchè dietro la lavagna c'è il paese dei "soliti noti": l'Italia è stata messa in guardia dall'Eea perchè rischia di fallire anche l'obiettivo minimo, con il rischio concreto di dover acquistare decine di milioni di euro di "carbon credit" sul mercato internazionale.

Il plauso va tutto all'Europa che, oltre le aspettative, è riuscita ad abbattere le emissioni di gas serra dell'8% è dipendente dagli sforzi notevoli fatti da tutti i paesi membri dell'Unione: tra i migliori del 2001 Cipro (-13%), Belgio, Finlandia e Danimarca (-8%), ma tra i migliori in assoluto il Regno Unito (che ha tagliato in totale 36milioni di tonnellate l'anno di Co2, equivalente al 6% di emissioni in meno), la Francia e la Germania.

Nel rapporto "Greenhouse gas emission trends and projections in Europe 2012" dell'Italia però non esce un immagine particolarmente virtuosa: ci sono ancora 14,1 milioni di tonnellate di gas climateanti di troppo emessi nell'atmosfera peninsulare ogni anno e che devono essere tagliati.

L'obiettivo italiano è di tagliare le emissioni totali del 6,5% rispetto ai rilievi del 1990, da raggiungere come media annuale del periodo 2008-2012; una riduzione che ha riguardato il larghissima parte solo il settore industriale (settore Ets, la cosiddetta "borsa delle emissioni", cioè quegli impianti che possono acquistare quote di Co2 da altri più virtuosi) mentre le politiche sul settore "non Etf" si sono adagiate sulla speranza che avvenisse il miracolo; ma l'aritmetica e la scienza non sono soggette, pare, a chissà quali interventi divini.

Riscaldamento domestico, turismo, trasporti, servizi, agricoltura, mobilità: sono questi i settori "non Etf" su cui l'Italia è in ritardo; si legge nel rapporto:

L’Italia non ha ancora comunicato alcun piano concreto riguardo all’acquisto di quote supplementari (Kyoto unit) rispetto a quelle già previste in precedenza. E' l’unico paese dell’Ue a non aver fornito alcuna informazione sullo stanziamento delle risorse finanziarie.

In concreto il risultato di questo comportamento poco virtuoso, oltre alla ricca figuraccia internazionale su un tema che altrove è molto più sentito, comporterà che, qualora non ci fossero cambiamenti sostanziali entro il 2014, dovremo acquistare i diritti cosiddetti "carbon credit", per gli oltre 14milioni di gas serra emessi in eccedenza ogni anno, moltiplicati per 5 anni (quinquennio 2008-2012): uno scherzo da qualche decina di milione di euro.

Via | EEA
Foto | Flickr

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