Terremoto, petrolio ed acqua nella Basilicata che trivella

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La scossa di terremoto di questa notte che ha fatto sobbalzare dai loro letti i cittadini lucani e della Calabria del Nord è solo l’ultima di uno sciame sismico lungo due anni e su cui, per evitare “inconvenienti” più gravi che non l’infartuato di questa notte, sarebbe bene aprire un dibattito pubblico con la partecipazione di tutti gli attori istituzionali e scientifici del caso.

Gli allarmismi e il panico generalizzato sono certamente da evitare, ma altrettanto da evitare è il tuttapostismo tipicamente italiano, non solo in materia di terremoti: la Basilicata infatti è già chiusa in sè stessa per colpa di quest’atteggiamento che, in materia di petrolio, gas, trivelle, inceneritori ed inquinamento, in Lucania è all’ordine del giorno in qualunque dibattito pubblico si cerchi di avviare.

Il riferimento, piuttosto chiaro, è in particolare alle trivellazioni sul territorio della Regione Basilicata, sopratutto alla luce della nuova corsa all’oro nero messa per iscritto all’articolo 35 del decreto “CrescItalia”.

Oltre al grande rischio urbano, per cui l’attività sismica in Basilicata dovrebbe fungere da “molla risolutrice”, il problema legato ai pozzi petroliferi e sopratutto all’impiantistica ad essi annessa è certamente uno dei più delicati da dover affrontare; l’Eni, accusata da numerose associazioni ambientaliste di una politica ambientale fortemente lassista sul territorio, è infatti interessata (e non è l’unica “sorella” ad esserlo) ad incrementare l’attività estrattiva in Basilicata (si calcola che se tutti i permessi venissero accordati si coprirebbe il 65% del territorio lucano).

L’esempio del centro oli di Viggiano di cui abbiamo parlato, dimostra che le attività petrolifere in Basilicata mal si sposano con il rispetto delle normative ambientali e del senno comune. Come denunciato dal radicale Maurizio Bolognetti pochi giorni fa:

Lasciamo decidere all’Eni, alla Total e alla Shell. Meglio che decidano loro se piazzarci un pozzo a ridosso di una diga o di un centro abitato, in un’area a rischio frana o in zona sismica. Lasciamoci guidare dalla lungimiranza e dalla munificenza degli epigoni di “Aldo Troya” e gioiamo per il ricco bottino rappresentato dalla card benzina. Se sapremo mostrare la nostra gratitudine, a Natale papà Scaroni e mamma Eni sapranno ricompensarci.

La Regione che estrae l’80% del petrolio italiano meriterebbe un monitoraggio costante delle attività petrolifere e di stoccaggio, anche in ragione degli incidenti che si verificano con pericolosa regolarità (sia al centro oli di Viggiano che ai pozzi adiacenti al lago del Pertusillo): come denunciano i Radicali lucani da tempo infatti, non solo i monitoraggi sarebbero pressocchè inesistenti, ma anche la totale mancanza di informazione ai cittadini rappresenta una criticità che in questo territorio istituzionalmente omertoso andrebbe immediatamente risolta.

L’estrazione petrolifera in Basilicata infatti si concentra spesso in prossimità di dighe e sorgenti, di centri abitati ed in zone dove il rischio idrogeologico ed il rischio sismico sono già altissimi; si contestualizza all’interno di parchi nazionali e non fa mistero di mirare ad altrettante zone protette (come l’altopiano Tempa Rossa, dirimpetto al patrimonio Unesco dei Sassi di Matera); lo scorso anno lo stesso Bolognetti affermò che

La regione Basilicata, tra il 1996 e il 1998, scopre che gli abitanti della Val d’Agri si ammalano di malattie respiratorie due volte di più rispetto agli abitanti del resto della regione. La Val d’Agri viene definita con un pizzico d’ironia la valle dell’Agip. L’Eni sta investendo in Lucania 270 milioni di euro per lavori di ampliamento e rinnovo del suo centro oli.

Questo, unito al rischio sismico alto su tutta la Regione (lo sciame degli ultimi due anni ne è solo una dimostrazione), dovrebbe prevedere accortezze maggiori da parte delle “sette sorelle”; invece, fa notare il segretario dei Radicali Lucani Maurizio Bolognetti:

Il Pozzo di Reiniezione Monte Alpi 9 è ubicato in zona ad alto rischio sismico e a pochi decine di metri in linea d’aria dalla Diga del Pertusillo. Dopo la scossa (l’ennesima) registrata questa notte verrebbe da chiedere a quei geni dell’Eni se sia saggio ubicare un pozzo di reiniezione in zona rossa e a ridosso di un lago.

Una domanda non da poco cui una risposta sarebbe dovuta, non per scatenare allarmismo ma per evitare danni maggiori di quelli registrati fino ad oggi, per aiutare le persone a riflettere sul fatto che la Basilicata ha due risorse principali: il petrolio e l’acqua, e il primo non si beve. Ha in tal senso spiegato il geologo napoletano Fabrizio Ortolani, professore all’Università Federico II di Napoli, sulla Gazzetta del Mezzogiorno:

Le attività petrolifere hanno necessità serie, cioè devono avere a disposizione vaste aree da inquinare. Tali attività sono incompatibili in un territorio ricco di falde idriche e di attività antropiche anche di pregio.

La Val D’Agri infatti è una delle aree italiane a maggiore potenziale sismogenetico; dal 2006, da quando sono state installate sei stazioni sismiche lungo la Valle, i sismogrammi evidenziano fenomeni d’amplificazione di ampiezza e durata del moto del suolo determinati dalla risonanza dei depositi quaternari alluvionali e lacustri del bacino, che poggiano su rocce carbonatiche, dati verificabili sul sito internet dell’INGV Irpinia.

Foto | Eni

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