Ilva, il protettorato dei veleni ambientali: ora le bonifiche

La notizia della chiusura dello stabilimento Ilva di Taranto, giunta solo qualche ora più tardi l'arresto dei sette dirigenti Ilva a vario titolo incriminati per i disastri ambientali di Taranto, è l'incarnazione di quello che in molti hanno definito "il ricatto": salute o lavoro, per entrambi, nel capoluogo pugliese, non c'è proprio spazio.

Non abbiamo favorito i Riva. Gli abbiamo fatto una guerra in solitudine perché nessun giornale né giornalista ci ha accompagnato

era stato il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola a sostenere questo al Fatto Quotidiano: gli arresti, in larga parte, lo hanno sconfessato.

Lo scrive il gip Todisco nell'ordinanza di arresto, evidenziando i

numerosi e costanti contatti di Girolamo Archinà, direttamente, e di Fabio Riva, indirettamente, con vari esponenti politici tra cui il governatore della Puglia Nichi Vendola.

Va certamente garantita la presunzione di innocenza per tutti: è inutile guardare le responsabilità individuali a indagini in corso, come è pretestuoso esprimere un giudizio prima ancora che il processo abbia avuto inizio; certo è che la mossa della procura di Taranto può essere interpretabile come l'ennesima mossa sul grande gioco dell'oca tarantino, che vede gli altri partecipanti fermi ad attendere il corso degli eventi.

E' possibile tuttavia fornire un contributo importante, e in tal senso ci aiuta la deputata radicale Elisabetta Zamparutti, sulla dicotomia tra lavoro e salute, divenuto ricatto perpetrato nel silenzio sindacale per anni; se la "sindacalizzazione" della politica ha portato solo ad impoverire i contenuti della politica stessa, che per anni si è semplicemente accodata alle battaglie sindacali, a Taranto abbiamo assistito alla politicizzazione dei sindacati, un irrigidimento su principi che oggi portano necessariamente l'azienda a disattivare i badge dei dipendenti dell'acciaieria Ilva.

In questo scambio di ruoli il governo ha effettuato un goffo tentativo di mediare tra le parti, procura, Ilva e lavoratori, senza tuttavia arrivare ad alcun risultato; ha dichiarato la deputata Zamparutti, in seguito alla notizia degli arresti e della chiusura imminente dello stabilimento:

Il governo si astenga dall’intervenire contro la decisione dei magistrati di Taranto e l’Ilva paghi i danni socio-sanitari e ambientali che ha provocato. Non può esserci una soluzione politica per Ilva in nome di una malintesa difesa dell’occupazione legata a un’idea obsoleta e insostenibile di sviluppo economico, né può esserci un’assoluzione giudiziaria di un’azienda che sarà pure il primo polo siderurgico in Europa, ma anche il primo polo cancerogeno a Taranto.

A Taranto, oggi, la primaria necessità è dunque quella di salvaguardare la salute pubblica e l'occupazione, due aspetti della vita sociale che tuttavia sembrano irrimediabilmente compromessi: oltre un terzo dei tarantini lavora, direttamente o indirettamente, con Ilva, ma il restante vive sotto la nube rossa che esce dai camini del polo siderurgico; ma una soluzione, a grandi linee, ci sarebbe:

Gli operai dell’Ilva siano impiegati nell’opera di bonifica del territorio di Taranto, un’impresa che sarà purtroppo titanica e di lunga durata, ma l’azienda deve contribuire in maniera adeguata a coprirne i costi, perché occorre dire basta alla nota prassi italiota della socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti

ha concluso Elisabetta Zamparutti.

Via | Radicali.it

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