Ilva, la procura impugna il decreto: "incostituzionale"

Continua il braccio di ferro tra corpi dello Stato, governo e magistratura, che sull'Ilva stanno dando degna prova della patologica bipolarità del nostro apparato istituzionale: non è andato giù alla Procura di Taranto quel decreto n.207 convertito in legge e le varie altre norme cosiddette "salva-Ilva", bocconi talmente indigesti che ad un ricorso alla Corte Costituzionale.

L'ipotesi avanzata dalla Procura di Taranto nel suo ricorso è gravissima: conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, cosa già trapelata negli ambienti giudiziari tarantini subito dopo il voto del Senato che aveva convertito in legge il Ddl.

Secondo gli inquirenti il decreto rappresenta un'ingerenza nella sfera di esercizio delle funzioni della magistratura indicate nella Carta Costituzionale e un'ingerenza del ministro uscente Corrado Clini, che presentò un emendamento, poi approvato, per bypassare il sequestro dei prodotti finiti e semilavorati sequestrati dalla Procura e giacenti fino a pochi giorni fa sulle banchine del porto (con il rischio di bloccare la produzione anche di Genova).

Secondo il Presidente dei Verdi Angelo Bonelli:

Il ricorso alla Corte Costituzionale contro il decreto Salva-Ilva è un atto dovuto a tutela della salute dei cittadini, dei lavoratori e in difesa della Costituzione

Il decreto, che nella fattispecie consente alle acciaierie tarantine di continuare la produzione e commercializzare i prodotti finiti e semilavorati, anche prima dell'entrata in vigore del decreto stesso, nonostante il sequestro giudiziario, rappresenta il capitolo più recente della incredibile saga dell'Ilva, che vede oggi scontrarsi nell'arena del diritto e della legalità, della tutela ambientale, sanitaria e occupazionale di Taranto, il governo e la magistratura.

Il governo, impedendo l'esercizio dell'azione giudiziaria della Procura, sarebbe uscito, secondo gli inquirenti, dai binari che ne indicano doveri e diritti istituzionali; in particolare la Procura tarantina contesta quell'emendamento sulla commercializzazione dei prodotti finiti e semilavorati, che rappresenta una vera e propria forzatura sull'azione inquirente, avvenuta tra l'altro mentre questa è in pieno svolgimento.

Certo è impensabile risolvere l'annosa questione tarantina scontrandosi a carte bollate internamente al corpo dello Stato, ma questa è la cartina tornasole di un Paese malato nelle sue istituzioni e nelle lotte di potere tra esse e nelle sue politiche industriali ed ambientali.

Qualora il ricorso venisse accolto dalla Corte Costituzionale dovrà essere notificata l'accettazione al Governo e fissata la data della prima udienza: potrebbero passare mesi, ma intanto gli effetti della nuova legge sarebbero validi e si continuerebbe a produrre e commercializzare, in attesa dell'avvio delle bonifiche, incastrandosi nella classica situazione dell'Italia del Gattopardo, dove non cambia niente pur cambiando tutto.

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