Desertificazione, in Italia il rischio è elevato

La copertina del rapporto sulla desertificazioneSiccità nei campi e invasi vuoti. Questa l’agghiacciante situazione in Toscana che sta creando profondo disagio agli agricoltori. La Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) Toscana denuncia la situazione agli assessori regionali all'agricoltura Susanna Cenni, e alla difesa del suolo e risorse idriche Marco Betti, in cui si sottolinea la pesantezza dei cali produttivi che hanno contraddistinto il settore olivicolo e che stanno affliggendo anche altri settori produttivi.

L'agricoltura toscana ha sete e non tanto per aumentare la produttività - dato che è principalmente orientata verso colture a basso consumo idrico - ma per poter mantenere uno standard produttivo e di reddito per le imprese agricole.

E a confermare quanto la situazione stia degenerando non solo in Toscana, ma nell’intera nazione è il rapporto dell’ INEA (Istituto nazionale di economia agraria) “Atlante nazionale delle aree a rischio desertificazione” che nella sintesi dello studio riferisce che il 51,8% del territorio italiano, è stato considerato potenzialmente a rischio, in particolare la totalità di Sicilia, Sardegna, Puglia, Calabria, Basilicata e Campania, e parte delle regioni Lazio, Abruzzo, Molise, Toscana, Marche e Umbria. All’interno di quest’area, utilizzando i dati a disposizione del progetto, sono stati calcolati 12 indici di impatto che costituiscono la sintesi dell’Atlante.

I risultati mostrano che il 21,3% del territorio Italiano (41,1% dell’area studiata) è interessato da fenomeni di degrado delle terre che individuano aree a rischio di desertificazione. Nello specifico, il 4,3% del territorio italiano (1.286.056 ettari) ha già caratteristiche di sterilità funzionale; il 4,7% (1.426.041 ettari) è sensibile a fenomeni di desertificazione; il 12,3% (3.708.525) può essere considerato vulnerabile alla desertificazione.

Altro punto critico, è riferito nello studio, è nel mare Mediterraneo che dopo una fase iniziale di innalzamento, negli ultimi 30 anni è rimasto stazionario o si è ridotto: l’ipotesi più accreditata è che il livello delle acque non cresca in quanto è aumentata l’evaporazione a seguito del riscaldamento globale e, contestualmente, è diminuito l’apporto idrico dei fiumi e delle acque interne a causa della riduzione delle precipitazioni. Il maggiore problema è quindi soprattutto l’aumento della salinità.

La soluzione è offerta, invece, dal rapporto: "Agricoltura irrigua e scenari di cambiamento climatico" che evidenzia, tutte le possibili misure di adattamento che già ora possono essere attuate attraverso politiche attive in alcuni settori (fondo di ricerca, coesione, sviluppo rurale, LIFE+, fondo sociale, ecc), adottando criteri e principi di solidarietà a favore delle aree a rischio. Insomma, la soluzione risiederebbe nelle strategie politiche europee e viene, quindi, lanciata una riflessione su quanto si può già prevedere e su quali eventuali “aggiustamenti” delle politiche in corso potrebbero essere necessarie o auspicabili.

In relazione alle politiche di sviluppo rurale, il rapporto evidenzia come gli obiettivi siano mantenere alta la competitività dell’agricoltura europea con obiettivi di sostenibilità e come questi obiettivi siano essi stessi a rischio in presenza di scenari di cambiamento negativi per l’agricoltura, con particolare riferimento alla siccità e ai conseguenti rischi sulle produzioni e sull’abbandono delle terre coltivabili.

L’agricoltura può, quindi, avere un ruolo determinante nelle politiche di adattamento, partecipando direttamente alla protezione del suolo e dei sistemi idrici naturali attraverso opere di manutenzione e regimazione e gli usi naturalistici e multifunzionali dei terreni.

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