La chiamano l’Arca di Noè dei semi. Ma si tratta di un immenso deposito destinato a conservare nel cuore di una montagna dell’arcipelago norvegese delle Svalbard in un bunker di ghiaccio a 100 mt al di sotto del suolo 3 miliardi di semi provenienti da almeno 100 paesi. Ma perché? Mi sono chiesta? E’ prevista qualche sciagura? Queste immense operazioni filantropiche mi scatenano sempre una strana allergia e ho voluto approfondire.
Intanto la parte ufficiale della notizia con strombazzamenti sui diversi media, Tg compresi racconta della cerimonia di inaugurazione alla presenza del primo ministro norvegese Jens Stoltenberg, del presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso ed esperti di agricoltura di tutto il mondo. “Insieme ai movimenti internazionali per salvare le specie in via d’estinzione o preservare la foresta pluviale del pianeta, è altrettanto importante per tutti noi conservare la diversità delle colture nel mondo per le generazioni future”, ha detto il Nobel Wangari Maathai, che ha depositato i primi semi.
Leggo, invece, da un articolo di Maurizio Blondet che: ” Il fatto è che il finanziatore principale di questa arca delle sementi è la Fondazione Rockefeller, insieme a Monsanto e Syngenta (i due colossi del geneticamente modificato), la Pioneer Hi-Bred che studia OGM per la multinazionale chimica DuPont; gruppo interessante a cui s’è recentemente unito Bill Gates, l’uomo più ricco della storia universale, attraverso la sua fondazione caritativa Bill & Melinda Gates Foundation. Questa dà al progetto 30 milioni di dollari l’anno”. Come dire? Ho la conferma del fatto che la mia allergia è giustificata. Autore dello studio però è William Engdah che ha pubblicato “Doomsday Seed Vault in the Arctic” un circostanziato studio sulla questione e che si pone una semplice domanda: che futuro si aspettano per creare una banca di sementi del genere?
Di banche, molto più piccole e gestite da volontari o da enti pubblici c’è ne sono diverse migliaia. Ricordo quella gestita dall’Arsia Toscana, che grazie alla partecipazione delle comunità montane, come quella del Casentino , sono riemerse specie che si credevano perdute (si propone addirittura una petizione sul futuro dei semi qui potete firmarla) .
Di questo e di altro ancora, ne ho parlato con Alberto Olivucci, presidente dell’Associazione “Civiltà Contadina” che coinvolge i suoi associati in qualità di “custodi di semi” e che in “banca” conserva varietà di semi come l’anguria da mostarda, immangiabile fresca ma buona cotta, o i fagioli sudamericani coltivati nella zona di Perugia da almeno 50 anni.
D.:Alberto, una notizia, quella della creazione dell’Arca delle sementi, che non la lascia sorpreso, mi pare di capire.
R.:Già dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti presero moltissime sementi tipiche dell’Italia e le depositarono nelle loro banche. Mi è capitato di chiederne ma ci hanno risposto che non è possibile averle. Anche alla Banca Italiana ci hanno risposto picche, se non inviandoci dei semi di cicoria. Di fatto non c’è una normativa nazionale che le tuteli. C’è però il Trattato internazionale delle biodiversità che viene, e lo dico a chiare lettere, violato dagli americani.
D.:Perché non tuteliamo abbastanza le nostre biodiversità secondo Lei?
R.: Posso dire, invece, che le persone, i volontari, i contadini o i semplici appassionati tengono molto alla biodiversità Ad esempio ci sono persone che per puro divertimento organizzano un campo coltivandolo a grano. E la mietitura avviene quando il grano non è perfettamente maturo. Lo si lascia in covoni sul campo e poi lo si pulisce. C’è da dire che mancano però macchinari di questo tipo. Ho visto i soliti appassionati usare mietitrebbiatrici di 50 anni fa. Manca una legge nazionale. Mancano le macchine adeguate, che seguono un po’ quello che dettano le multinazionali. Poi ci sono episodi spiacevoli come quello avvenuto all’Istituto del Germoplasma di Bari , dove si è perso il 40% di circa 80mila semi provenienti da tutto il mondo. Perché non dimentichiamolo mai, è nel Mediterraneo la più grande fonte di biodiversità.
D.:La sua prospettiva per l’operazione svedese?
R.: Un’operazione commerciale di fondo. Una banca immensa che conserva principalmente le sequenze genetiche di ogni seme. Quindi, qualunque cosa accada, in un futuro nulla impedisce di rianimare una specie piuttosto che un’altra. Ma secondo quali criteri e poi, perché?
chube
03 mar 2008 - 16:26 - #1Condivido la tua “allergia”, quale senso ha per delle multinazionali il cui scopo è sviluppare, commercializzare ed imporre sementi geneticamente modificate, conservare la biodiversità?
Forse non sono così tanto sicuri di quanto propongono, forse come qualcuno insinua si vuole affamare il mondo, forse è solamente un’assicurazione per il futuro (il loro).
Resta il fatto inconfutabile che a tutto (pure alla macchina) possiamo rinunciare, tranne al cibo ed all’acqua. Lentamente la globalizzazione sta privatizzando le fonti di sostentamento, lo scenario sconvolgente che si può immaginare è un mondo dove tutto è denaro, pure l’acqua che scorre ed il grano che cresce.
rutto
03 mar 2008 - 19:49 - #2chube
l’acqua che scorre e il grano che cresce sono gia’ “denaro”.
Non mi sembra che non ci sia la bolletta dell’acqua o che l’acqua in bottiglia sia gratis. e il grano viene cresciuto per venderlo, non per regalarlo…
verogabri
03 mar 2008 - 22:38 - #3Per me banche di questo genere servono solo per la felicità degli archeologi del futuro.
Il modo migliore per conservare le piante è mangiarle. Solo se le mangiano, qualcuno troverà conveniente coltivarle, altrimenti rassegnamoci a trovare a vendere solo zucchine verdi e mele gialle.
Poi vorrei sapere perché se queste cose le fanno i contadini toscani va bene, se le fa una multinazionale americana non va più bene.