Tra le opzioni che diversi paesi considerano per ridurre la concentrazione di anidride carbonica il sequestro del carbonio è senza dubbio una tra le maggiori. Ecco quindi nascere aziende che si specializzano nel settore. Tra queste la Global Research Technologies ha prodotto ACCESS - Atmosferic Carbon CapturE SystemS.
Grazie a questo sistema l’anidride carbonica viene filtrata e stoccata per un periodo di tempo abbastanza lungo: il gas intrappolato viene poi rilasciato utilizzano delle sostanze chimiche che si legano all’anidride carbonica e, attraverso un processo elettrolitico, si riesce ad isolare la CO2 sotto forma di gas.
Per il futuro sono in fase di studio moduli aggiuntivi in grado di trasformare il gas rilasciato dall’idrolisi in solido e, anche se la tecnologia non sarà pronta nel brevissimo termine, tra 5 anni forse si potrà vedere già qualche applicazione ma solo dopo il 2020 saranno commercializzati i primi esemplari.
Attualmente il prototipo prodotto è in grado di catturare solamente 100 kg di anidride carbonica al giorno ma in futuro ci saranno modelli in grado di sequestrare una tonnellata. Forse un po’ poco visto che negli USA nel 2006 sono state prodotte più di 7.000 milioni di tonnellate di CO2, ovvero circa 20 milioni di anidride carbonica al giorno.
Una nota negativa è che allo stato attuale il sistema non prende in considerazione fonti rinnovabili, anche se ovviamente questo sarà il passo successivo. Concludiamo con i costi decisamente fuori mercato, infatti una tonnellata di gas sequestrato può arrivare a qualche centinaia di dollari, ma le previsioni tendono a portare il prezzo sotto i 30 dollari a tonnellata (a me sembra comunque tanto).
Personalmente sono molto restio difronte a queste tecnologie, mi sembra il pannicello caldo che non cura o il cerotto antidolorifico che funziona per 12 ore. Una mano la darà anche, su questo non discuto, ma per risolvere un problema di cui sono note le cause, possibile che non si possa andare oltre la convenienza economica ed il PIL?
Via | Popular Mechanics
Foto | Popular Mechanics
DrSlump
17 apr 2008 - 11:33 - #1Un attimo, credo di non aver compreso a fondo lo scopo di questo dispositivo: supponiamo che riesca effettivamente ad “ingabbiare” tutta quell CO2, poi con tutto quel materiale stoccato, che si fa?
Rec
17 apr 2008 - 12:48 - #2butti la CO2 in vecchi pozzi petroliferi esauriti?
Giù dal pero!
17 apr 2008 - 13:21 - #3Anche l’Economist ha scritto che queste tecnologie al momento non sono praticabili. Sono esperimenti interessanti: tutto qui. Se ne parla tanto perché così si pensa di poter continuare a produrre CO2 perché “tanto poi si troverà un rimedio”. In realtà, il rimedio non c’è ancora.
paolomot
17 apr 2008 - 14:43 - #4Da quello che invece io ho capito,la CO2 viene intrappolata e poi rilasciata legata ad altre sostanza: “il gas intrappolato viene poi rilasciato utilizzano delle sostanze chimiche che si legano all’anidride carbonica” e poi traformarla in solido: “Per il futuro sono in fase di studio moduli aggiuntivi in grado di trasformare il gas rilasciato dall’idrolisi in solido”
Luca M
17 apr 2008 - 15:01 - #5Esatto, il concetto è quello che ha inteso paolomot.
il gas potrà poi essere stoccato in “vecchi giacimenti” di metano o di petrolio.
Pure secondo me è una sola questa tecnologia e concordo con Giù dal pero! queste persona hanno una fede smisurata nei confronti della scienza non capendo il contesto di riferimento.
Spero di aver colmato i dubbi =)
Saluti
simonemuscas
17 apr 2008 - 15:30 - #6A me l’idea pare interessantissima e mi auguro che la ricerca vada anche in questo senso. Immaginiamo in un futuro non lontano di raggiungere un livello alto per questa tecnologia. Il settore industriale (e non solo) si vedrebbe senza dubbio beneficiato e si aggiungerebbe anche questa possibilità come soluzione al rispetto delle quote di emissione di Co2, senza dimenticare naturalmente l’importanza che hanno in questo senso il miglioramento dell’efficienza energetica degli impianti e l’acquisto dei diritti di emissione dalle aziende meno contaminanti. Ovvio, ancora tutto è in alto mare e le quantità che si riescono ad ingabbiare secondo il post sono ancora molto basse, però secondo me vale la pena percorrere “anche” questa strada.
clayco
20 apr 2008 - 23:42 - #7Ho appena letto Mario Tozzi su National Geografic di aprile che dice che il prossimo secolo avremo un aumento da 1 a 6 ° C°( dato ottenuto con i modelli climatici dell’ipcc che ritengono il vapore riscaldante, cioè feedback positivo) questo riscaldamento causerà morte per siccità e distruzione per i tornadi (falso), allagamento di isole e di città costiere, per lo scioglimento dei ghiacci (falso), esplosione di malattie tropicali come la malaria (falso) e questo sarà tutta colpa dell’uomo.(mai dimostrato)
Colgo l’occasione per controbattere a questa tesi catastrofista con questo articolo di Blondet
http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&t ask=view&id=2807&Itemid=171
Che prende spunto da questo articolo di Owen McShane
http://freerepublic.info/focus/f-news/1999066/posts
Owen McShane, «Climate change confirmed but global warming is cancelled», National Business Review, 07/04/ 2008.
Per chi non sa chi è Owen McShane
Owen McShane
Owen McShane is chairman of the policy panel of the New Zealand Climate Science Coalition and director of the Centre for Resource Management Studies (www.RMAStudies.org.nz), a privately sponsored New Zealand-based “think tank” specialising in resource management matters. The group’s activities are funded by the Centre for Resource Management Studies Trust, which is registeredas a charitable trust for educational purposes. McShane has New Zealand degrees in architecture and town planning and also studied urban eco¬nomics at the University of California - Berkeley towards a Master’s degree in city and regional planning. He writes a fortnightly column for New Zea¬land’s National Business Review, titled “Straight Thinking,” and has been published in many magazines and newspapers.
omcshane@wk.planet.gen.nz
clayco
20 apr 2008 - 23:44 - #8Che si rifà alla relazione al congresso di NY 2008 Roy W. Spencer
http://www.weatherquestions.com/Roy-Spencer-on-global-warming.htm
Roy W. Spencer, «Global warming and Nature’s Thermostat», WeatherQuestions.com, 07/04 2008
Commento: i dati del satellite Aqua interpretati da Spencer ci dicono che esistono dei sistemi climatici di feedback, o retroazione, legati al vapore, che si oppongono al riscaldamento con una minore produzione di cirri (effetto iride) questo permette uno sfogo di calore dalla troposfera alla stratosfera, e con un sistema di nuvole e precipitazioni che raffreddano il pianeta perché aumenta la schermatura ai raggi solari, e perché la precipitazioni rinfrescano il pianeta.
Queste retroazioni non sono contemplate correttamente nei modelli previsionali dell’ipcc che si dimostrano quindi profondamente sbagliati, quindi profondamente sbagliati i principi della mitigazione che stanno alla base del protocollo di Kyoto.
Spencer parla di un riscaldamento di max un grado a secolo( anche con il raddoppio della CO2) con un aumento della piovosità, una cosa benefica non catastrofica
Luca M
21 apr 2008 - 18:04 - #9Grazie per i link e per il materiale, purtroppo ora non ho molto tempo per analizzare il tutto e tra l’altro l’unico link in italiano non mi si apre, se potessi postarlo nuovamente mi faresti un gran piacere.
Sappiamo delle teorie dell’irradiazione solare che starebbe alla base del riscaldamento globale. Però, recentemente abbiamo pubblicato un post su uno studio che affermerebbe il contrario.
Al momento dovrai accontentarti di questo, sono convinto che il tema tornerà prima o poi e allora cercherò di farmi trovare preparato per controbattere anche su questo aspetto. Nel frattempo spero che continuerai a leggere il blog e a criticare ciò che non ti sconquiffera (non siamo esperti in ogni singola materia, facciamo ciò che si può!) =)
Saluti
http://www.ecoblog.it/post/5596/lattivita-solare-non-provoca-cambiamenti-climatici
clayco
22 apr 2008 - 00:07 - #10L’articolo di Blondet introduce la teoria di Spencer, il sole c’entra poco, sono i feedback che amplificano, e che non sono stimati correttamente.
E’ ufficiale: i modelli matematici che spiegavano il riscaldamento globale come provocato dalle industrie umane sono errati. L’ente che manovra questi modelli, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), dovrà correggerli (1).
La verità era emersa già nella conferenza sul clima indetta a Bali dall’ONU il dicembre scorso. Allora vari climatologi fecero notare che il modello IPCC faceva previsioni sbagliate.
Per esempio, prevedeva che i gas ad effetto serra avrebbero prodotto vasti «punti caldi» nella troposfera tropicale, che avrebbero rafforzato l’effetto di riscaldamento. Tali punti caldi non si sono fatti vedere. I satelliti meteo, specie il nuovo «Aqua», non li registravano.
In quell’occasione il britannico Christopher Monckton e l’australiano David Evans rilevarono alcuni errori nella «equazione Stefan-Boltman» usata dall’IPCC. Corretti quegli errori, l’aumento di temperatura terrestre risulta di due terzi inferiore a quello predetto dai modelli, diciamo così, ufficiali.
Tecnicismi a parte, la questione si riduce a questo: l’importanza del CO2 (di presunta origine industriale) nell’effetto serra è stata ampiamente sopravvalutata, mentre è stato sottovalutato l’effetto del vapore acqueo.
Secondo i modelli, l’accresciuta evaporazione degli oceani riscaldati dall’effetto-serra doveva produrre grandi quantità di vapore acqueo che si stabilizzava nell’alta atmosfera, rinforzando l’effetto calorico e provocando i mitici «punti caldi» (hot spot) ora dimostrati inesistenti.
Il satellite «Aqua» invece ha mostrato che le nuvole di vapor acqueo si formano a più bassa quota, e non sono affatto stabili. Anzi, tutto il vapore in più precipita rapidamente in piogge, che dilavano il vapor acqueo e insieme il CO2, con il risultato di indebolire, anziché intensificare, l’effetto-serra. L’indebolimento è accentuato dalle pioggie che, cadendo più intense, raffreddano gli oceani sottostanti. Insomma nel mondo è in azione una sorta di auto-regolazione climatica.
Nel complesso, il clima non è molto sensibile alla quantità di CO2 presente, perché lo contrasta con il termostato naturale (il complesso ciclo del vapore e delle precipitazioni) che tende piuttosto al raffreddamento. E’ questo il motivo per cui nei millenni ci sono state numerose Ere Glaciali, ma nessuna Era Rovente: il periodo caldo del Medioevo fu una benigno tepore, non una torrida estate plurisecolare.
Soprattutto, non esiste il temuto «punto di non ritorno» cui Al Gore, premio Nobel per il terrorismo climatico, richiama con i suoi allarmi, tipo: bruciare meno petrolio «prima che sia troppo tardi».
Non c’è un «troppo tardi», perché l’aggiunta di CO2 nell’atmosfera ha un effetto via via minore. Un po’ come una prima mano di vernice su un vetro ha un potente effetto sulla trasparenza del vetro, ma mani ulteriori cambiano poco o nulla.
L’IPCC ha accettato di cambiare i parametri dei suoi modelli matematici per tener conto di queste nuove scoperte. A questo punto, c’è da chiedersi se il danno che si tenta di imporre all’economia di tutti i Paesi sottoponendole a costose misure per contrastare gli effetti avversi «predetti» dal falso modello abbiano un senso. Ci si può chiedere anche se quel modello sia solo errato o «falsato» dall’ideologia, o da inconfessate volontà di «crescita zero» dei poteri occulti.
Il Nobel dato in fretta e con tanta grancassa all’insignificante Gore, il politico oggi smentito dai climatologi, può essere una risposta. E sarà bene ricordare che su questo allarme è nata tutta uno lucrosa industria per salvarci da un effetto inesistente, una grande offerta di servizi contro un pericolo fantastico e di una immane regolamentazione globale, come quella di Kyoto coi suoi calcoli su – «debiti» e «crediti» di emissioni di carbonio, la cui applicazione necessiterebbe di un governo mondiale dittatoriale.
Burocrazie transnazionali e fonti alquanto sospette d’autorità - la britannica Royal Society, sir Nicholas Stern il banchiere che nel 2006 preparò, per volontà di Tony Blair un «Rapporto Stern» in cui proponeva misure costose per scoraggiare le emissioni, l’ONU, decine di ambientalisti divenuti famosi per effetto dell’effetto-serra, miriadi di «competenti» ed «esperti» ben pagati, cattedratici ben finanziati per allarmare, nonché celebri giornalisti - ora dovranno rimangiarsi tutto. In attesa di suonare l’allarme generale per l’imminente glaciazione.
«L’illusione che con la raccolta differenziata, il riciclaggio e i trasporti pubblici potevamo salvare il pianeta sarà presto rioconosciuta per quello che è sempre stata: una scemenza infantile», ha scritto il giornalista Christopher Pearson del giornale The Australian il 22 marzo.
In Australia saranno contenti i canguri: scampato pericolo. Che cosa c’entrano i canguri? C’entrano, se seguite il ragionamento elaborato al CSIRO, un ente australiano creato e finanziato per studiare come impedire ai ruminanti bovini e ovini di emettere flautulenze al metano, altamente inquinanti e tragicamente colpevoli dell’effetto serra (ecco un bell’esempio di ricerca inutile ma finanziata).
I ruminanti dispongono di quattro stomaci, uno dei quali consente loro di assimulare la cellulosa, inassimilabile per l’uomo. Ma con un effetto collaterale sgradevole: il processo che avviene nel rumine libera metano, che poi esce nell’atmosfera in forma di peti (2). C’è poco da ridere, specie se siete convinti dell’effetto-serra e sotto la minaccia dei protocolli di Kyoto.
Specie l’Australia, che dispone di cento milioni di pecore (ciascuna delle quali emette da dietro 7 chili di metano l’anno) e milioni di vacche (ben 90 chili): i peti del bestiame sono responsabili del 14% dei gas-serra emessi dall’Australia intera, seconda causa inquinante del continente dopo le centrali a carbone. Che fare?
Gli scienziati del CSIRO hanno identificato i colpevoli nei batteri che, dentro il rumine, trasformano la cellulosa in zuccheri, ma come sottoprodotto producono metano. Da anni gli scienziati stanno studiando un vaccino che distrugga la metanogenesi attraverso il sistema immunitario. Con poco successo.
Finalmente uno di loro - sia affidato il suo nome alla storia: Athol Klieve, capo del programma anti-metano dello Stato del Queensland - ha fatto la scoperta decisiva.
I canguri.
I canguri, essendo vissuti isolati da centinaia di migliaia d’anni dagli altri ruminanti, hanno sviluppato una flora intestinale del tutto differente. I batteri dei canguri decompongono la cellulosa ma non producono metano, bensì acetati. Il peto del canguro è acido, ma non contribuisce all’effetto-serra. Il progetto ora è di isolare questi batteri, poi di innestarli nel tubo digerente di pecore e vacche, per vedere (da lontano) l’effetto che fa.
Molto canguri verranno sacrificati alla scienza. Ci vorranno tre anni di duro lavoro e ricerca, dicono gli scienziati. Tre anni di finanziamenti sicuri per la petologia; e nemmeno la correzione dei modelli sull’effetto-serra li metterà in pericolo. Perché i petologi del CSIRO hanno già trovato un valore aggiunto per le loro ricerche: i microbi acidi dei canguri metabolizzano la cellulosa in modo «più efficiente» dei loro confratelli metanofili.
I canguri non solo risultano neutrali di fronte ai protocolli di Kyoto, ma digeriscono meglio e trasformano meglio i cibi in energia. Trasferiti i loro microbi alle vacche, esse diverranno più reditizie oltrechè ambientalmente corrette.
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1) Roy W. Spencer, «Global warming and Nature’s Thermostat», WeatherQuestions.com, 7 aprile 2008; Owen McShane, «Climate change confirmed but global warming is cancelled», National Business Review, 7 aprile 2008.
2) Catherine Vincent, « Assainir l’atmosphére grace au gas du kangorou », Le Monde, 5 aprile 2008.