
In questa primavera mancano all’appello molti cuculi, beccamosche, pappafichi e tortore: chi passeggia per i parchi può facilmente accorgersi che gli uccelli migratori non sono ancora arrivati dall’Africa, dove passano gran parte dell’inverno. A confermare questa tendenza, i dati allarmanti della Royal Society for the Protection of Birds parlano di 50 miliardi di esemplari che non esistono più.
Appena 21 specie delle 36 censite dal 1997 si prevede che potranno tornare nel Regno Unito con vistosi cali che ci obbligano ad allungare la lista delle specie in via d’estinzione: -80% di tortore, -30% di cuculi, mentre per il l’averla si parla già di estinzione. Il fenomeno non è ristretto alla sola UK, dove la primavera ancora fredda potrebbe far pensare che le specie preferiscano il caldo africano, ma riguarda l’Europa intera: giusto per dare un esempio, l’usignolo, sempre più raro, non viene più considerato tra le specie da monitorare.
All’osservatorio ornitologico di Radolfzell, sul lago di Costanza, il mese prossimo si terrà un incontro tra tutti gli scienziati europei, per cercare di capire cosa sta succedendo. Le ipotesi sono variegate e quasi tutte, purtroppo, sono state originate dall’azione umana: la scomparsa dei migratori può dipendere dalla distruzione del loro habitat nel continente africano dovuto sia alle coltivazioni intensive che con l’uso intensivo di pesticidi distruggono ciò di cui si nutrono. In altri casi si pensa all’apporto delle variazioni del campo magnetico terrestre, che li potrebbe aver disorientati in volo.
Il problema di fondo è che nessuno è in grado di stabilire se queste ipotesi combinate insieme sono davvero rappresentative del problema, proprio come avviene per la scomparsa delle api. Il mondo scientifico è diviso: non si può stabilire esattamente se il dannoso intervento umano sta aumentando gli effetti di una probabile nuova glaciazione o una fase di surriscaldamento del pianeta. Sta di fatto che gli uccelli migratori non tornano più.
Via | LaStampa.it
Foto | PiccoloSocrate.com
chube
23 apr 2008 - 17:49 - #1Una notizia che mi preoccupa gravemente. Per responsabilità diretta od indiretta la catena trofica si sta spezzando. Si notano serie compromissioni in ogni ambito, dai terreni agricoli dove ogni forma di vita viene spazzata per far posto alla superata agricoltura chimica, ai mari sempre più ricettacolo di immondizia e pesca indiscriminata, passando per i cieli dove gli uccelli pagano a caro prezzo la perdita del loro habitat.
Per stemperare la tensione dico che nel Veneto gli ardeidi sono in aumento, si sono formati nuovi roost ed una situazione che prima appariva critica sta lentamente migliorando. Purtroppo il costo per riparare un danno è infinitamente maggiore al guadagno immediato che si può avere causandolo.
monel
23 apr 2008 - 18:45 - #2chube: Eh!! Si, anche io sono molto preoccupato, non solo per me,ma per la vita in se. Approfitto se posso per chiederti una cosa, dato che abiti in Veneto: mi piacerebbe sapere come è andata finire la storia della moria dei fenicotteri nel delta intossicati dal piombo. Credo che una concausa a questo crimine ambientale sia da addebitare anche ai cacciatori che da molto tempo riversano i loro pallini in quello splendido abitat.
Tlgmagister
23 apr 2008 - 22:05 - #3a leggere queste cose mi si spezza il cuore, cosa sarebbe la vita senza il cinguettare degli adorabili volatili!!!
Vediamo il lato positivo
Dove sto io (Piacenza) vedo stormi di passerotti, merli gazze e corvi, fin quì niente di strano.
Più strano è che da qualche anno, malgrado il mare disti 100 km circa, si vedono anche i gabbiani (!)
Inoltra i falchi anni fa si vedevano solo sulle colline, adesso mi capita di vederli di frequente anche in pianura, che si librano solennemente sui campi, oppure appollaiati sui radi alberi scampati alla coltivazione intensiva.
E’ veramente bello ammirarli.