Il futuro della suinicoltura? In ospedale

Saremo tutti verdi e clonati?L'intervista che vi riporto, e rilasciata in esclusiva a Veronafiere, non è stata fatta al dott. Frankenstein ma al prof. Cesare Galli padre di Prometea e di Galileo, rispettivamente una cavalla e un toro clonati. Oggi si occupa di suini "marcati"con una proteina che li rende verdi e successivamente questa proteina sarà sostituita da Dna umano. E Galli lascia intravedere i futuri spiragli della suinicoltura: «Siamo partner di un progetto europeo per ottenere la compatibilità degli organi dei maiali sull’uomo. Fra 10-15 anni alcuni allevatori potrebbero produrre per gli ospedali».

Il discorso si innesta (è il caso di dirlo) nella più ampia crisi che sta vivendo la filiera suinicola, dove la carne del "re della tavola" ha subito un crollo dei prezzi disastroso. Dunque, dal punto di vista di Galli, le sue ricerche aprirebbero nuovi mercati e nuove soluzioni che dibatte nell'intervista a tutto campo: di riproduzione animale, di ricerca scientifica, di clonazione e di OGM. E racconta dei suini verdi creati qualche mese fa in laboratorio, «un’alternativa che fra 15 anni potrebbe davvero diversificare il reddito dei suinicoltori, e se non di tutti, almeno di qualcuno».

VF.: Professore, prima di parlare dei maiali verdi, facciamo il punto della situazione sulla ricerca in agricoltura. In Italia è sempre acceso il dibattito sugli ogm…

Galli: «Sì. Il problema è che non si tratta di un vero e proprio dibattito. Assistiamo a due prese di posizione, una sorta di colpevolisti e innocentisti che dicono da una parte no agli ogm e dall’altra sì alla ricerca. Bisogna andare oltre le speculazioni emotive, con una mente aperta e un approccio fondato su un giudizio tecnico-scientifico, senza pregiudizi politici o ideologici».

VF.: Gli ogm, in base alla sua conoscenza, costituiscono un rischio per l’uomo?

Galli: «Allo stato dell’arte non c’è niente che faccia ritenere che gli ogm siano meglio o peggio delle coltivazioni o delle genetica tradizionale. Anzi, per dirla tutta, gli ogm porterebbero un vantaggio economico, con la riduzione dei costi e vantaggi per la salute. Pensiamo ad esempio al mais resistente alle aflatossine, sostanza cancerogena per l’uomo. Se estendiamo però l’ambito della discussione, il fatto è che negli ultimi 40 anni la ricerca in agricoltura è stata fortemente penalizzata. Forse negli ultimi tempi assistiamo ad un cambio di tendenza, anche se tardiva».

VF.: Cosa manca al mondo della ricerca italiano?

Galli: «Manca un disegno a lungo termine. Non si riesce a ragionare e ad impostare progetti proiettati in avanti, nell’arco di dieci anni. In Italia quando va bene si ragiona su ricerche di un anno, due al massimo. Invece la ricerca e la sperimentazione deve potersi esprimere con uno sguardo lungo. Non dimentichiamo, ad esempio, che la tecnica di clonazione degli animali del nostro centro è stata brevetta all’inizio di quest’anno, al termine di un iter durato 9 anni. Se non si terrà conto dei tempi e ci si limiterà all’oggi, correremo il rischio di dover pagare le royalties di studi effettuati e brevettati all’estero, restando sempre al palo».

VF.: Il laboratorio di tecnologie della riproduzione, che lei dirige a Porcellasco, vede impegnate complessivamente 13 persone. Di che cosa vi occupate, precisamente?

Galli:«Il nostro laboratorio è una divisione del Centro per l’incremento zootecnico (Ciz) di S. Miniato di Pisa e nasce nel 1991 per svolgere attività di ricerca nell’ambito dei servizi agli allevatori di riproduzione avanzata. Gli scopi iniziali erano tendenzialmente due: selettivi, per il miglioramento genetico e morfologico; e produttivi, per migliorare le performance della zootecnia italiana, in special modo quella bovina. Adesso il laboratorio orienta le proprie attività di ricerca in tre grandi direzioni, a vantaggio degli allevatori, per il settore biomedico e per l’industria chimica e farmaceutica».

VF.: Proviamo ad analizzare sinteticamente i tre ambiti d’azione…

Galli.: «Gli studi per gli allevatori riguardano la produzione di embrioni, attraverso una tecnica che si chiama Ovum Pick Up, un sistema già utilizzato per produrre embrioni dalle migliori donatrici. Negli ultimi anni abbiamo ottenuto risultati significativi, incrementando la media di produzione di embrioni per prelievo e riuscendo ad ottenere in breve tempo tutti gli embrioni e gli accoppiamenti desiderati. Un altro segmento della ricerca riguarda invece il problema, in crescita nelle stalle da latte, della diminuzione della fertilità, a causa di patologie uterine cliniche e subcliniche. Il progetto è finanziato dalla Regione Lombardia. In questo caso il laboratorio simula, attraverso la produzione di embrioni in vitro, le diverse situazioni a cui le cellule possono essere esposte, identificando i meccanismi che riducono la vitalità embrionale e proponendo soluzioni all’infertilità. Ma utilizziamo anche seme sessato prodotto all’estero, che consente di sapere se dall’inseminazione nascerà un esemplare maschio o femmina. Negli allevamenti di bovini è un aspetto molto importante sapere che da un parto nasceranno con una certa sicurezza delle vitelle e ciò rappresenta un investimento sul futuro dell’azienda».

VF.: Poi ci sono le esperienze nella clonazione animale. Tutti ricordano il toro Galileo e la cavallina Prometea…

Galli: «Siamo stati i primi al mondo a produrre la copia di un toro. Ma oltre a Galileo, copia di Zoldo, sono nati tre cloni del famoso toro Mtoto. La clonazione rappresenta una sorta di assicurazione sulla vita dei migliori riproduttori».


VF.: Quanto costa clonare un animale?

Galli: «Dipende dalle specie. Per un bovino la spesa si aggira intorno ai 30mila euro, clonare un maiale è più economico, intorno ai 5mila euro, per un cavallo si può arrivare anche a 150mila euro».

VF.: Fra i nuovi servizi del centro di Porcellasco c’è anche un’attività di ricerca in campo biomedicale. Che cosa fate, in particolare?

Galli: «Lavoriamo sulle cellule staminali, soprattutto di pecore e maiali. Il nostro centro è coinvolto in un progetto europeo insieme ad altri 21 partner, con un investimento di 10 milioni di euro nei prossimi 5 anni. Lo scopo è quello di “ingegnerizzare” il genoma suino e renderlo compatibile con l’uomo. Arriveremo a impostare prove pre-cliniche sui primati e in un futuro non è escluso che interi organi di maiali, partendo da rene e pancreas, per passare anche a cuore, polmoni e fegato, possano essere trapiantati sugli esseri umani».

VF.: Arriviamo dunque al suino verde…

Galli: «Sì, anche se il suino con questa pigmentazione verde è solamente un passaggio di controllo dell’evoluzione delle cellule. Questi maiali verdi, fotografati anche su alcune riviste, sono stati ottenuti utilizzando il Gfp, la proteina di una medusa, come marker. In pratica, se i suini ottenuti avessero avuto la colorazione verde, significava che l’intervento sul genoma è riuscito. In una fase successiva, poi, tale proteina verrà sostituita con geni umani».

VF.: Quindi potrebbero aprirsi nuove possibilità per gli allevatori di suini? Azzardiamo un’ipotesi, tenuto conto che il comparto suinicolo sta attraversando una profonda crisi…

Galli: «Potrà essere una strada per la diversificazione delle produzioni. In futuro, tra 10-15 anni, alcuni produttori potranno allevare per gli ospedali, anziché per i prosciutti e la carne. Certo, non risolverà affatto crisi di mercato e non potrà nemmeno essere una soluzione adottata da qualsiasi suinicoltore, in quanto è ovvio che gli standard e le condizioni di allevamento saranno particolari ed estremamente controllate, ma l’ipotesi è corretta ed assolutamente verosimile, se i risultati della ricerca europea dimostreranno la compatibilità degli organi dei maiali per i trapianti sull’uomo».

VF.: Lavorate anche per l’industria chimica e farmaceutica. Che cosa fate, in particolare?

Galli: «Sviluppiamo dei test di tossicità, che possano svelare effetti negativi di composti chimici su gameti ed embrioni. È un segmento della ricerca in forte crescita in Europa e promette di fornire all’industria nuove e sensibili tecniche per gli studi tossicologici nella sfera riproduttiva».

Foto | Flickr

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