La spesa a chilometri zero non salva l'ambiente

Forse la spesa a chilometri zero non aiuta l'ambienteDopo il colpo di Greenpeace al sequestro di anidride carbonica (di cui Ecoblog vi ha dato conto) che dati alla mano, non risolve la riduzione del gas nell'atmosfera, arriva un altro duro colpo per le teorie ecologiste: la "spesa a chilometri zero" non contribuisce ad abbattere le emissioni di C02. Lo sostiene Dario Bressanini ricercatore presso l'Università di Como che circostanzia la sua tesi dalle pagine di le scienze blog. Secondo il ricercatore, acquistare alimenti che hanno percorso pochi chilometri non serve a ridurre l'impatto ambientale poiché studi recenti mostrano che le cose non sono così semplici e che i chilometri percorsi non sono un indicatore sensato della sua sostenibilità.

"Secondo il DEFRA (Department for enviroment, food and rural affairs) che ha commissionato lo studio " The Validity of Food Miles as an Indicator of Sustainable Development "- scrive Bressanini - Una delle difficoltà risiede nel fatto che circa la metà del chilometraggio percorso, il 48%, è attribuibile al compratore. Da questo punto di vista è ecologicamente preferibile acquistare i prodotti in un supermercato centralizzato che non effettuare vari viaggi in negozi più piccoli. In più la grande distribuzione, continua il rapporto britannico, trasporta in modo più efficiente le merci, utilizzando meno autoveicoli pesanti al posto di un numero più elevato di veicoli più piccoli meno efficienti che verrebbero utilizzati da un sistema distributivo non centralizzato".

In sostanza tutto il sistema di trasporto e acquisto va rivisto nell'ottica dell'"ecologia di scala":" E’ stata trovata una correlazione tra le dimensioni dell’azienda e il consumo energetico - scrive Bressanini- aziende piccole sono meno efficienti dal punto di vista energetico, e questo si riflette sul prodotto finale. Nonostante gli oceani di mezzo per il trasporto via nave, serve meno energia per produrre carne d’agnello in una grande fattoria neozelandese e portarla via nave ad Amburgo, che produrla in una piccola fattoria in Germania".

Facciamo outing: quanti di noi comprano al supermercato frutta e verdura che non sono di stagione? E anche in questo caso Bressanini ci assolve (nel caso lo abbiate fatto!): "i pomodori a febbraio anche se sono prodotti a due passi da casa e li acquistate in un Farmer’s market, sono cresciuti in serre riscaldate e illuminate artificialmente, e quindi hanno richiesto più energia di analoghi pomodori coltivati in sud Africa".

Non siete convinti? Produrre un 1kg di pomodori in Svezia (in serra ovviamente) costa 66 MJ/Kg mentre importarli dalla spagna “solo” 5.4 Mj/Kg. Far arrivare Fragole via aerea dal Medio Oriente 29 MJ/Kg, esattamente come cucinare al forno delle patate svedesi a Km 0. Se invece le patate vi rassegnate a bollirle e vi scordate il profumino delle patate arrosto (cosa non si fa per “la causa”) allora consumate totalmente solo 4.7 MJ/kg.

Insomma, conclude Bressanini: " se acquistate cibo prodotto vicino a voi, fatelo perché è di buona qualità ed ha un buon prezzo, poiché i benefici per l’ambiente sono tutt’altro che dimostrati e, anzi, potrebbero anche essere inferiori a quelli ottenibili acquistando cibi prodotti a migliaia di chilometri di distanza. In mancanza di altre informazioni, privilegiate il giusto rapporto qualità/prezzo".

Via | lescienzeblog
Foto | Flickr

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