Vestiti pesanti e filiera corta: il 20% degli obbiettivi di Kyoto in Toscana

Riutilizzo lane locali e impatto dei vestiti sul clima a Terra Futura

Giampiero Maracchi, direttore dell'Istituto di Biometeorologia del CNR, durante il convegno su clima, energie e sfide ambientali di cui parlavamo qualche giorno fa, ha raccontato di come l'istituto biometereologico abbia calcolato che solo vestendosi in maniera più saggia e abbassando di due gradi il riscaldamento nelle abitazioni durante l'inverno, si sarebbe già al 20% dello sforzo necessario per rispettare gli impegni del protocollo di Kyoto.

Fino a 50 anni fa la gente usava vestiti più pesanti della media attuale per proteggersi dal freddo. Per rendere numericamente il concetto un capo di abbigliamento dei nostri nonni pesava mediamente 550 grammi al metro quadro, mentre uno di quelli che usiamo noi si aggira sui 200. Oggi buona parte dei tessuti che usiamo e' di importazione, mentre fino a pochi decenni fa si usava lana italiana e altre fibre come la canapa; ovviamente, la filiera tessile nasceva e si chiudeva localmente.

Oggi il 95% della lana che viene tosata in Italia finisce in discarica come rifiuto speciale. Quel 5% rimanente viene usato in edilizia, come isolante, o da qualche artigiano che la infeltrisce per farne borsette e cappellini. Certo, la lana delle pecore del cachemire e' un po' più morbida della nostra e confezionare i vestiti dove il lavoro costa meno permette di guadagnarci molto, ma in tutto questo discorso andrebbero inclusi i costi ambientali del trasporto che, per ora, i produttori che fanno viaggiare le loro merci scaricano sulla collettività.

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