Pasta made in Italy: come uscire dalla crisi puntando sulle risorse interne

Dal fallimento alla conquista del mercato globale, la storia emblematica del Pastificio Ghigi

Siamo tornati ai tempi dell’autarchia, anche se adesso la si chiama con nomi più morbidi depurati da suffissi che spesso erano associati a prefissi fastidiosi e antipatici. L’Italia scopre l’agricoltura di prossimità e la filiera corta o forse sarebbe meglio dire “riscopre”. E lo fa per anche per quanto riguarda la pasta, il caposaldo della dieta mediterranea.

La pasta fatta al 100% con grano italiano fa registrare livelli record. I consumatori optano per una spesa sostenibile, per prodotti forse più cari ma che danno un contributo all’economia locale.

Il caso del Pastificio Ghigi è emblematico: dichiarato fallito nel dicembre 2007, il pastifico romagnolo aveva rischiato di sparire dale tavole italiane ma è stato rilevato da una cordata di consorzi agrari che hanno deciso di puntare su innovazione, qualità e sulla filiera corta.

I dipendenti del pastificio sono raddoppiati, è stato realizzato un nuovo stabilimento di 65mila metri quadri con un investimento di 29 milioni di euro e il Pastificio Ghigi lavora oggi con circa settemila agricoltori.

È soprattutto il mercato estero ad aver dato nuovo slancio alla produzione di Ghigi: l’85% della produzione varca i confini nazionali, verso la Francia (45%), la Germania (25%), gli Stati Uniti (15%) e Corea, Etiopia, Spagna, Repubblica Ceca, Libia, Malta e Giappone che si spartiscono il restante 15% dell’export.

Il modello di Eataly è virale ed è la chiave per costruire una nuova economia nazionale basata su beni non delocalizzabili che tutto il mondo ci chiede. La politica, ora, faccia la sua parte defiscalizzando chi investe al 100% in Italia.

Via | Coldiretti

Foto © Getty Images

 

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