Da circa 20 anni la semina su sodo e le lavorazioni minime sono state utilizzate in agricoltura per la loro capacità di arricchire il terreno di sostanza organica. Questo in quanto il terreno essendo meno arieggiato ha una minore capacità di ossidare velocemente i residui colturali in esso presente.
Altri vantaggi riguardano una minore erosione dei suoli collinari e montani con conseguente mantenimento dello strato fertile di terreno. Insomma, una serie di caratteristiche alle quali si aggiunge un ridotto consumo energetico per la trazione dei trattori ed una minore usura degli strumenti.
Sembra tuttavia che, per quello che riguarda il bilancio del carbonio nel terreno (leggasi sostanza organica), nei primi 60 cm non si evidenzierebbe una sostanziale differenza tra l’aratura tradizionale e le lavorazioni minime. I ricercatori hanno evidenziato che nei primi 20 centimetri di terreno possiamo riscontrare un effettivo incremento di sostanza organica con la semina su sodo, mentre con l’aratura tradizionale le concentrazioni maggiori si trovano ovviamente vicino alla suola di lavorazione.
Quindi per le misurazioni sarebbe bene considerare una profondità maggiore per poter rilevare effettivamente il vantaggio in termini di accumulo di sostanza organica nel terreno. Andrebbe infine considerata la concimazione azotata che, per le lavorazioni tradizionali, ridurrebbe fortemente il carbonio nei primi strati di terreno stimolando l’attività di flora e fauna e quindi la mineralizzazione della sostanza organica presente.
Via | SSAJ (Soil Science Society of America Journal) qui il pdf dello studio
Foto | pizzodisevo (sorry, I have no much time)
ivo.sco
08 mar 2009 - 11:52 - #1Ho fatto l’Istituto Tecnico Agrario, finito giusti giusto 10 anni fa, e ricordo che la semina su sodo era una tecnica statunitense nuova e poco adatta ad alcuni terreni italiani… tuttavia, se studi e ricerca evidenziano un miglioramento della “qualità” dei terreni, beh, meglio così… io ricordo che per le minori lavorazioni al terreno, questa tecnica riduceva i consumi globali di energia (e di denari) per gli imprenditori agricoli, benché, poi, ogni 3-5 anni (se ricordo bene) era necessario fare uno “scasso”, cioè, una aratura profonda per evitare l’eccessivo compattamento del terreno che ridurrebbe l’ossigeno presente nel terreno, necessario alle radici ed ai micro-organismi per vivere ed operare… Insomma, pare che sarà una tecnica che in tempi di crisi energetico-ambientale possa tornare molto utile… speriamo…
Luca M
08 mar 2009 - 20:53 - #2@ivo.sco
Dallo studio si evidenzia che non c’è un vero e proprio miglioramento, o meglio: i primi 10 cm hanno una maggiore quantità di sostanza organica, però gli altri 40 cm ne sono poco provvisti. Quindi se si considerano 60 cm di un terreno arato o di un terreno con semina su sodo il quantitativo di sostanza organica nel complesso non cambia.
Rimane vero che c’è un minor consumo non solo energetico ma anche delle attrezzature.
Rimane anche vero il fatto che per questa tecnica agronomica sia indispensabile avere un quantitativo di sostanza organica maggiore rispetto alla media dei terreni italiani proprio per un discorso di ossigenazione del terreno e della microfauna e microflora.
Saluti