
L’associazione ambientalista Greenpeace accusa le grandi marche di scarpe e articoli sportivi, su tutte Nike, Reebok e Adidas, che per soddisfare la loro necessità di pelle starebbero sostenendo gli allevatori di bestiame che distruggono la foresta amazzonica.
Complici silenziosi, secondo Greenpeace, potrebbero essere anche gruppi come Ikea, BMW e Kraft. Queste società sanno da che produttore arrivano le loro pelli, ma potrebbero non sapere da che allevatori quest’ultimo a sua volta le acquista. Questo può parzialmente giustificarne il comportamento, ma sono comunque coinvolti e secondo gli ambientalisti devono farsi carico della situazione.
Infatti, anche se all’apparenza i bovini non hanno grandi connessioni con la deforestazione dell’Amazzonia, in Brasile gli allevatori bruciano illegalmente la foresta per poter crescere tanti animali da soddisfare la domanda di carne, prodotti in pelle e glicerina. Quest’ultima viene usata anche per medicine e prodotti di bellezza.
La deforestazione riguarda anche i cambiamenti climatici, visto che in Amazzonia vengono trattenute grandi quantità di anidride carbonica che altrimenti contribuirebbero ad essa. Alla distruzione delle foreste viene attribuita la responsabilità per circa 1/5 delle emissioni globali di gas serra. Un inquinamento maggiore di quello prodotto da macchine, camion, treni, aerei e navi tutti messi assieme. L’industria dell’allevamento in Brasile è la più grande causa di deforestazione al mondo, e l’aumento della domanda di pelle significa più foresta distrutta per creare allevamenti.
Via | Greenpeace
Foto | Flickr
Mahurin
03 giu 2009 - 14:31 - #1Ecco dimostrato che mostrarsi a parole ambientalmente sostenibili, come ad esempio fà ormai di continuo Ikea, è cosa assai più facile ed infinitamente meno costosa ed impegnativa che non esserlo veramente. E, ovviamente, in questo mondo di stupidi è anche enormemente più vantaggioso dal punto di vista dei ritorni commerciali ed economici. Saluti
hesperius
03 giu 2009 - 14:39 - #2Una buona occasione per parlare del sempre attuale Ghandi: il boicottaggio dei tessuti stranieri (in gran parte inglesi) fu una delle armi pacifiche del Mahatma contro l’Inghilterra. Non abbiamo noi tutti la possibilità di usare questo mezzo quando andiamo a fare spesa?
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Lo Swadeshi, ovvero il consumo delle merci prodotte in India, era un altro caposaldo del movimento di non cooperazione ed era collegato al boicottaggio dei tessuti, esso fece rivivere in breve tempo un economia che era stata dimenticata: agricoltura, tessitura manuale e commercio ripresero vita in un economia locale ma diffusa, cioè decentralizzata.
Non è ciò in sintonia con il concetto odierno di “sviluppo sostenibile” o meglio di “decrescita felice”?
SpaceApe101
03 giu 2009 - 16:50 - #3D’accordo con te Mahurin, però considera che Ikea fra tutte le “mega corporazioni” (passatemi la definizione cyberpunk) è realmente una delle più ecologiche.
Basta pensare che il legname che usano è per la stragrande maggioranza riciclato e trasformato in truciolare, o proviene da foreste non vergini e correttamente gestite.
Sembra poco, e forse lo è, ma rispetto al resto delle aziende è moltissimo.
Mahurin
03 giu 2009 - 17:26 - #4Attenzione SpaceApe101 a fare certe affermazioni ! Non c’è mai una dichiarazione di Ikea che corrisponda sino in fondo alla verità dei fatti . Basta per tutte il tanto, da loro stessi ovviamente, decantato protocollo IWAY cioè il codice di condotta di Ikea in materia ambientale e di condizioni di lavoro ! Su cosa sia in realtà questa ignobile farsa Ti consiglio la lettura dell’ articolo di Bailly, Caudron e Lambert, tre giornalisti indipendenti belgi riportato in italiano su “Le Monde Diplomatique” e che troverai a :
http://www.monde-diplomatique.it/ricerca/ric_view_lemonde.php3?page=/LeMonde-archivio/Dicembre-2006/0612lm20.01.html&word=Ikea.
Se poi volessi farti una idea vera di che cosa è la multinazionale “democratica” e “che vuole bene ai bambini” sono a tua disposizione per eventuali altri interessanti link sul Web. Saluti
nello1
03 giu 2009 - 20:09 - #5L’unica nostra salvezza nell’ ecosistema è coltivare assolutamente di estrema interesse strategico nazionale è la —-CANAPA— per un mondo migliore più pulito più riciclabile.Vero che con la —CANAPA— si risolvono molti problemi attualmente non possiamo che guardare alla nostra innesorabile sorte,lento degrado delle nostre metropoli invase da cumuli di immondizia e per il futuro non si vedono soluzioni.Con la —CANAPA—si possono produrre fino a 50.000 articoli ed è tutto riciclabile, ritorna nella natura sotto altre spoglie.Perché non sbrigarci???????
Jappo87
04 giu 2009 - 01:29 - #6Perchè siamo un paese di bigotti…
L’Italia era il secondo produttore su scala mondiale di canapa…poi sono arrivati quelli che, dato che ce la si fuma, hanno deciso di metterla al bando…
Figurati proporre di introdurla nuovamente!!!
-Jappo-
Ps e poi se qualcuno ci si fa uno spinello ogni tanto dov’è il problema? viva il km zero!!!al posto che farla arrivare dalla Jamaica…:)
Gianluca Aiello
04 giu 2009 - 08:30 - #7Perchè nell’articolo non si nomina anche l’italiana Geox? Nel dossier di Greenpeace è nominata alla pari con i marchi stranieri.
Non è questione di italiano o straniero, ma di materiale di fabbricazione. Nessuno pensa a come sia possibile che abbigliamento e accessori in pelle costino quasi meno di quelli sintetici? Eppure la produzione non dovrebbe avere costi cosi bassi. Il discorso si lega alla produzione di carne come denunciato anche da Report recentemente.
gbettanini
04 giu 2009 - 09:02 - #8@Jappo
Sono d’accordo che lo spinello non fa male… od almeno non più di una sigaretta o di una birra media… almeno da quello che si legge in giro perchè ho esperienza diretta solo della birra.
Però lo spinello va mantenuto illegale….. una componente dell’animo umano ci porta a voler trasgredire…. negli adolescenti per vari motivi questa componente è quasi un obbligo.
I nostri 15-18 enni, diciamo 1 su 2, ci danno dentro con gli spinelli e si sentono ‘fichi’….. nel momento in cui la canna diventasse legale la trasgressione passerebbe per sostanze più forti (coca… extasy…) e quindi è meglio mantenere lo status quo.
Mahurin
04 giu 2009 - 13:58 - #9Basterebbe concedere al compimento dei 18 anni la possibilità di coltivare all’ anno 1 o 2 piante per uso personale (1 se in campo aperto, 2 se in vaso) e perseguire inflessibilmente e duramente ogni forma di commercio (escludendo ovviamente la canapa tessile per uso industriale che dovrebbe essere libera purchè sottoposta a seri controlli a campione). Ciò avrebbe l’ effetto di ricollegare un piacere (la maria) al lavoro necessario per poterne usufruire, renderebbe non appetibile sotto l’aspetto economico lo spaccio e riaffermerebbe una fondamentale libertà dell’ individuo. E cioè che se non contribuisco ad un crimine e non faccio del male a nessuno questa scelta rimane nell’ esercizio del mio libero arbitrio di individuo e ne rispondo alla mia morale e alla mia etica. Saluti
Jappo87
08 giu 2009 - 06:58 - #10Sono d’accordissimo con gbettanini sul fatto che se diventasse legale poi si passerebbe a sostanze più forti, però spero che concordiate che mi pare la legge italiana sia un pò troppo severa su chi usa la cannabis…mi sembrava addirittura che se si guarda la pena in alcuni casi “conviene” tirare coca…
Io ho 21 anni, e quindi non è che sia così distante dall’adolescenza, ma ho sentito cose da amici più piccoli che io solo 4 anni fa nn avrei mai pensato…droghe pesanti..ma pesanti, e poi sintetiche, alchool e superalcolici da sfondarsi…
E vedo compagni di università alcolizzati, ma per davvero! Che non sanno divertirsi se non si ubriacano…d’obbligo è essere ubriachi marci mercoledì venerdì e sabato sera, poi se capita anche qualche altro giorno ben venga… mah… e spesso nn è solo alchool…
Comunque il mio commento sulla coltivazione di cannabis in casa era solo per il km zero, e poi: sai cosa fumi! :D
-Jappo-