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Capitanata, meglio i pannelli solari del grano?

Pubblicato: 18 dic 2009 da Marina

Commenti dei lettori

In Capitanata parchi fotovoltaici al posto del grano

Vi parlavo ieri della protesta degli abitanti di Acquaviva Picena che non desiderano che al posto dei vigneti siano messi parchi solari. Ebbene a Foggia e nella sua provincia, in quella zona denominata Capitanata, vero granaio d’Italia, gli agricoltori stanno pensando seriamente di mettere da parte trattori e vanghe e di convertire i terreni agricoli in parchi solari, composti da migliaia di pannelli solari. Fotovoltaico al posto del grano? Sembrerebbe di si. Ne parla la Gazzetta del Mezzogiorno, raccontando che:

In Capitanata siamo alla resa dei conti. A fine anno si fa il bilancio degli investimenti da effettuare nel prossimo anno e si pagano anche i debiti con banche e fornitori. Quest’anno sarà dura fare l’una e l’altra cosa. Le semine per il grano duro vengono date in picchiata, mentre non si è persa la fiducia di una moratoria sui debiti con l’Inps.

La virata in favore dell’energia ha dunque motivazioni esclusivamente economiche, per niente ambientaliste e conferma il fallimento della politica agricola italiana e europea. Le cifre della conversione? Eccole: il grano duro è pagato 16 euro a quintale; da un ettaro di terreno si ricavano in media 30 quintali di grano, pari a circa 480 euro; affittare un terreno su cui poi saranno installati pannelli solari rende tra i 5000 e i 7000 euro per ettaro.

Intanto, sono già state presentate 6 mila richieste per installare su campi agricoli pannelli fotovoltaici per 18mila megawatt. Spiega Gianmaria Gasperi coordinatore del Pear, il Piano energetico regionale:

Il piano ha però un valore previsionale. Se ci accorgiamo che si può arrivare a 200 megawatt, quello dei 150 non è sicuramente un tetto tassativo. Il problema è che sul fotovoltaico è fiorito un commercio spropositato. Siamo convinti che quando, tra qualche mese, verranno esaminate tutte le domande ci sarà una selezione naturale dei progetti e solo quelli validi resteranno in piedi.

In Capitanata, però c’è anche chi preferisce usare i terreni agricoli per colture da destinare alla biomassa. Racconta Michele Ruberto agricoltore foggiano titolare della Mipa agricola:

A marzo del prossimo anno costruiremo a Foggia il primo impianto per la produzione di energia da biogas che avrà una potenza installata di 999 kilowatt. Abbiamo già avviato le coltivazioni di orzo e triticale, a maggio pianteremo anche sorgo e mais: in pratica sostituiamo con queste colture che poi andranno ad alimentare la centrale, coltivazioni ormai non più redditizie come il pomodoro e l’ortofrutta.

Via | La Gazzetta del Mezzogiorno
Foto | Flickr

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17 commenti

Commenti dei lettori

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  • giudus

    18 dic 2009 - 19:12 - #1
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    semplicemente disgustoso… questi sono i “veri” effetti degli incentivi

  • Profilo di gbettanini

    gbettanini

    18 dic 2009 - 19:41 - #2
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    In realtà gli affitti dei terreni sono molto più bassi di 5-7000 euro/ettaro…. ma a parte questo la cosa veramente interessante da andare a verificare sarebbe CHI finanzia questi impianti.

    Comunque dall’articolo non si capisce quanti MW vogliono installare nella regione… c’è scritto: “6 mila richieste per installare su campi agricoli pannelli fotovoltaici per 18mila megawatt”.
    18.000 MW sono troppi… vorrebbe dire investire circa 70 miliardi di €.
    18 MW sono troppo pochi… vorrebbe dire in media 3 kW a impianto, sarebbero tanti piccoli impianti domestici…non certo agricoli.
    Quanti sono questi MW? Boh.

  • Sandro kensan

    18 dic 2009 - 20:16 - #3
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    @ Bettanini
    Il costo chiavi in mano di un impianto fotovoltaico abbastanza grande non è di 4-5 euro al watt di picco. Per esempio per i piccoli impianti il costo è di 12 mila euro per 3 Kwp, quindi 4 euro/wp.

    Per i grandi impianti penso si arrivi a 2-3 euro per watt di picco. Ho presente quanto affermavano alcuni articoli inglesi per le tecnologie più economiche e si diceva che anche le tecnologie classiche (policristallino) avevano costi in diminuzione.

  • mapis76

    18 dic 2009 - 20:29 - #4
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    @gbettanini
    18000 non è un numero sbagliato!!!
    Presumibilmente 6000 richieste è un mix tra DIA e pratiche in Autorizzazione Unica! Comunque la Puglia non credo che abbia elettrodotti idonei ad acquisire tale potenza, senza dimenticare tutte le richieste di impianti eolici!!!
    P.S.: ma da dove è stata presa quella foto schifosa di parco fotovoltaico con un casino di cemento!!!!!

  • mapis76

    18 dic 2009 - 20:31 - #5
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    inoltre nel conteggiare il guadagno ad ettaro dal grano si sono dimenticare di parlare delle integrazioni!!! E poi come diceva @bettanini 5000-7000 euro ettaro non ci sta, è un valore un pò gonfiato!

  • 3350

    18 dic 2009 - 20:41 - #6
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    Non trovo corretto adibire terra fertile per istallare campi fotovolitaici per 20 anni. A sto punto meglio fare impianti biomasse che sono incentivati per 15 anni con energia 24 ore al giorno, almeno i terreni restano in lavorazione e possono essere utilizzati da un anno all’altro per qualsiasi produzione sia food che no food.

  • Profilo di gbettanini

    gbettanini

    18 dic 2009 - 22:50 - #7
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    @ Sandro Kensan

    A me risulta che un impianto da 3 kW decente costa 16.000 €, se poi si prendono panneli cinesi di bassa qualità e componentistica scarsa forse si arriva ai 12.000 € ma non credo che sia una scelta saggia un impianto ‘al risparmio’ che potrebbe non arrivare a compiere i 20 anni.
    I 2€/W sono ancora lontani.

    @mapis

    Ribadisco che 18.000 MW di richieste di installazione sono troppi….. è come se ogni abitante della Puglia si facesse un impianto da 4,5 kW.

  • Profilo di sandro-kensan

    sandro-kensan

    18 dic 2009 - 23:57 - #8
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    @bettanini

    Qui si ullustra un grande piano di acquisti (GAS) e si parla di 5000 euro al kWp:

    http://www.newsfood.com/q/bc5ca53b/padova-successo-del-gas-solare/

    Poi in concreto sono diventati molto meno:

    12375 €/3kwp
    http://www.energiacomune.org/assets/letterafamiglieoffertaGAStabella.pdf
    I pannelli sono in silicio policristallino, l’azienda offre anche pannelli di ottima fattura per un costo lievemente superiore.

    Poi faccio presente che i costi dei *soli* pannelli se si cercano quelli convenienti è di circa 6000€/3kwp:

    http://www.kensan.it/articoli/Fotovoltaico_Tellururo_di_cadmio.php

  • Profilo di tob

    tob

    19 dic 2009 - 01:39 - #9
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    @mapis76
    Ho vicino a casa un esempio di impianto a terra: ci sono blocchi di cemento mostruosi.

  • Strio

    19 dic 2009 - 19:55 - #10
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    Alcuni commenti non si rendono conto che il guadagno di produzioni agricole come il grano sono in discesa libera.

    Chi fa queste coltivazioni a volte fa fatica persino a coprire le spese anchse se non c’è qualche evento avverso.

    Andate pure in giro ci sono molti agricoltori che hanno deciso che non vale più la pena di seminare il grano. Quelli che lo seminano è solo perché hanno le attrezzature e non possono magari seminare altre colture che richiedono irrigazione.

    Se il prezzo continueranno a farlo solo i grossi intermediari in Italia resteremo senza produzione agricola interna.

    Il futuro del “made in Italy” che abbiamo davanti è solo l’inscatolamento mentre le materie prime arriveranno sempre di più dall’estero.

    Patate, cipolle, grano, mais e molto altro. Se avete un piccolo orticello iniziate a curarlo se non l’avete cercate qualche agricoltore per una filiera corta.

  • Profilo di petronas

    petronas

    19 dic 2009 - 22:23 - #11
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    Behind solar batteries the future

  • Profilo di alter_ego

    alter_ego

    20 dic 2009 - 00:15 - #12
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    @ Strio
    Certo non essere in grado di produrre il proprio cibo sembra grave. Ma io il problema lo vedo cosi’:
    Nei paesi sviluppati, a causa della scolarizzazione e qualita’ della vita, il costo della manodopera si impenna. Al tempo stesso si rifiuta/e’ impossibile di eliminare l’uomo dai processi produttivi.
    I processi quindi vendono spostati all’estero, ma se per le auto non sembra un problema, per il grano si.
    Al tempo stesso la situazione non e’ cosi’ triste per i paesi dell’estero. Se nonostante i dazi all’import e le sovvenzioni squallide, l’agricoltura in Ita e’ troppo costosa, significa che forse cominceremo a compare dai paesi in via di sviluppo. Che cosi’ avranno soldi ricavati da un’economia in crescita, e non soldi ricevuti in cambio di non sviluppare la propria economia. E con l’aumento della qualita’ della vita & co saranno presto nella nostra situaz, e torneremo in equilibrio.
    Certo e’ un peccato non aver cercato di tenere la produzione in Ita riducendo le spese al massimo, cioe’ eliminando il piu’ possibile gli uomini dai processi produttivi. Ma dove l’automazione non fosse cmq piu’ economica dell’operaio/contadino del secondo mondo, non c’e’ scelta.
    Interessante che il contandino sostituisca il campo (che funziona perche’ sovvenzionat0) con FV (che funziona perche’ sovvenzionato). Che il contadino abbia capito come si ciulano soldi in Ita e io no???? In ogni caso con il FV si affossa l’economia con le sovvenzioni, il turismo con la bruttura, la qualita’ della vita con la decrescita e il proibizionismo energetico.

  • 3350

    20 dic 2009 - 00:23 - #13
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    FV solo sui tetti!

  • Profilo di sandro-kensan

    sandro-kensan

    22 dic 2009 - 01:51 - #14
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    Dal blog di ASPO riporto:

    created by Stefano Saviotti

    Egregio Direttore,
    mi preme ritornare sulla questione dell’energia verde, sulla quale si è espresso in maniera tanto radicale il Sig. *** nel numero scorso.

    Credendo che agli impianti di energie rinnovabili siano preferibili gli effetti collaterali del petrolio cadiamo in un grosso errore: se si cerca di incrementare la produzione di energia rinnovabile non è solo per lucro, ma perché finalmente qualcuno comincia a capire che se non abbandoniamo il petrolio, sarà lui che abbandonerà noi, e molto prima di quanto si pensi.

    I dati produttivi confermano che nel 2005 è stato raggiunto il picco massimo di produzione di petrolio convenzionale, e nell’estate 2008 si è raggiunto quello comprensivo anche di tutti i combustibili assimilati (gas liquidi, sabbie bituminose, petrolio marino e polare)(per maggiori dati vedasi il sito aspoitalia.net).

    Da allora, la produzione fatica a rimanere stabile. Nel frattempo, lo sviluppo di Cina e India ha richiesto sempre più petrolio. L’aumento di prezzo dal 2002 al 2008 è diretta conseguenza di questa maggiore domanda e della stasi nell’offerta, con l’aiuto di una robusta componente speculativa, ed è stato a sua volta una delle principali cause dello scoppio dell’attuale crisi economica.

    Secondo il rapporto 2009 World Energy Outlook della International Energy Agency (IEA) (worldenergyoutlook.org) nei prossimi anni la produzione petrolifera crollerà del 5 % annuo: tempo due-tre anni, e tutti noi cominceremo a soffrire la mancanza di petrolio, per l’aumento dei prezzi della benzina e quindi di tutte le merci, che sono in ogni caso prodotte e/o trasportate grazie al petrolio.

    Questo ucciderà ogni speranza di ripresa economica, a meno che non si provveda a trovare nuove fonti energetiche, e potrebbe portare a conflitti internazionali per il controllo dei paesi produttori.

    Riguardo l’innegabile saccheggio del territorio, posso dire che esso è stato reso possibile proprio dal petrolio: l’abbondanza di energia a basso costo che esso fino ad oggi ci ha fornito, ha permesso lo sviluppo tecnologico e la creazione di grandi ricchezze.

    Con questi capitali sono poi state costruite le autostrade, i centri commerciali, i grattacieli, le fabbriche, gli elettrodotti, le selve di antenne per i cellulari e tutte le altre opere che devastano il territorio molto più delle torri eoliche e dei campi fotovoltaici, ma che ci fanno comodo.

    Il petrolio ci ha dato l’energia per sviluppare la civiltà, ma l’uomo non è stato capace di gestire questo dono della natura e l’ha sprecato, lasciando dietro di sé solo devastazione e rifiuti. Se anche volessimo sviluppare il nucleare, con tutti i dubbi che dà, è ormai troppo tardi: anche l’uranio si sta esaurendo, e da tempo le grandi potenze riciclano nelle centrali civili quello delle bombe atomiche eliminate grazie ai trattati di non proliferazione.

    Neanch’io però mi fido solo di eolico e solare: le fonti rinnovabili purtroppo per ora hanno scarsi rendimenti, e da sole non potranno fornire MAI tutta l’energia a cui siamo abituati ora: volenti o nolenti, dovremo in ogni caso abbandonare tante comodità moderne. Forse questo è un bene, perché ci costringerà a ritornare solidali con il nostro prossimo per condividere le risorse, come si faceva una volta tra vicini, prima che il benessere portasse l’egoismo. Se non si punterà in tempo sulle rinnovabili per gestire l’inevitabile decrescita energetica, la nostra stessa civiltà sarà in pericolo.

    Stefano Saviotti

    http://aspoitalia.blogspot.com/2009/12/lettera-picchista-un-giornale-locale.html

  • Filippo Riccio

    22 dic 2009 - 13:54 - #15
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    @Sandro Kensan sulla lettera di Stefano Saviotti
    L’economia moderna è fortemente dipendente dal petrolio, ma ci sono tante soluzioni alternative che possono essere sviluppate se necessario nel giro di pochi anni, nel bene e nel male: dalle centrali nucleari alla benzina sintetica (dal carbone), come pure l’energia eolica e fotovoltaica, le auto elettriche o a idrogeno o a gas, eccetera. Quando la produzione di petrolio comincerà a calare, l’aumento repentino del suo prezzo (grazie alla speculazione) darà un enorme spinta a tutte queste soluzioni alternative: altro che sovvenzioni statali. Una volta che queste alternative verranno messe in campo, e non si vede perché non debba essere possibile, l’esaurimento del petrolio non ci costringerà alla decrescita più di quanto l’esaurimento del grasso di balena abbia eliminato la luce artificiale.
    La decrescita richiede necessariamente una fortissima imposizione politica dall’alto.
    E infatti anche nei commenti su aspoitalia si dice che ci devono essere delle misure che devono guidare la decrescita, che è necessaria e che può essere felice solo se guidata.
    Visto che secondo i ragionamenti sulla decrescita si hanno le implicazioni drastiche misuredecrescita felice, e niente misuredecrescita disastrosa, dando la decrescita come inevitabile, non stupisce che i sostenitori dell’idea di decrescita felice siano generalmente favorevoli a organismi di governo mondiali, limitazioni della libertà e quant’altro. Ma mi chiedo se sia la convinzione dell’inevitabilità della decrescita a far ritenere necessarie certe conseguenze politiche, ritenute di per sé spiacevoli, oppure se sia il sostegno a queste stesse idee politiche, ritenute di per sé auspicabili, a far sposare più facilmente la causa della decrescita.

  • Profilo di sandro-kensan

    sandro-kensan

    22 dic 2009 - 15:19 - #16
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    Interessante l’esempio della fine del grasso di balena, in effetti l’età di Moby dick e del capitano Accab (si scrive così?) è stata una curva a campana come la curva della produzione petrolifera. Se non sbaglio il grasso di balena è stato sostituito da fonti energetiche più potenti come il carbone e il petrolio.

    Invece l’età dell’impero romano è stata una epoca che non ha trovato sostituti e dove la prosperità dell’impero romano è stata sostituita da piccole comunità che si difendevano dagli attacchi esterni. Quindi non è detto che il fatto che i prezzi si alzino comporta il fatto che l’impero romano viva all’infinito.

    Questo per dire che la decadenza di un impero (quello attuale ad esempio) è dietro l’angolo.

  • Profilo di sandro-kensan

    sandro-kensan

    22 dic 2009 - 15:22 - #17
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    A dimostrazione dell’interesse che abbiamo per il tempo della caduta dell’Impero Romano, nel 2003 è uscito un film intitolato “de Reditu”, tratto piuttosto liberamente dal testo di Rutilio Namaziano e che ci racconta della condizione dell’Impero nei primi anni del quinto secolo. E’ stato ben poco nei cinema e il dvd non si trova in nessun posto. Sono riuscito però a scaricarlo da Internet (ringrazio Fabio Santoni per il link) e ora ve ne passo un breve commento.

    Il “De Reditu Suo” è un documento raro che abbiamo dal tempo della dissoluzione dell’Impero. Scritto da un patrizio Romano in fuga dalla città ormai diventata invivibile, ci presenta un quadro impressionante di un mondo che stava scomparendo rapidamente. Nei primi anni del quinto secolo, Namaziano viaggia in nave verso la Gallia e ci parla di strade crollate, città abbandonate, fortezze in rovina, disordini e guerre. Insomma, gli ultimi anni di un impero che poi sarebbe scomparso anche formalmente qualche decennio dopo.

    Ho commentato in un post sulla caduta dell’impero romano come Namaziano veda il crollo davanti ai suoi occhi ma non riesca a capirlo. Per lui è solo qualcosa di temporaneo che - prima o poi - dovrà passare con il ritorno di Roma alla gloria del passato. L’interesse del libro è sia nel quadro che ci da del crollo, sia in questa incapacità degli uomini del tempo di capirlo. L’ho chiamata la maledizione del pesce che nuota ma non riesce a percepire l’acqua. In questo problema sta il fascino del “De Reditu” che ci colpisce perché sentiamo di soffrirne anche noi.

    Claudio Bondi, regista del film, deve aver sentito anche lui il fascino del libro in questo senso e si è dedicato a ricostruire per immagini il senso e lo spirito del testo di Namaziano. Certo, fare un film storico di un’epoca così remota è difficile e per forza ci si scontra con delle incongruenze. Qui, la casa di Namaziano ha degli infissi che sembrano comprati alla Obi. La barca di Namaziano sembra presa da un acquapark e la scena dei gladiatori è banale, per non dir di peggio, con la storia del “pollice verso” ripresa senza il minimo spirito critico. L’incontro con il miliziano toscano che parla in dialetto pisano moderno, poi, non può non far venire da ridere.

    Ma, a parte questi dettagli, il film riesce a essere credibile, forse più per merito di Namaziano che di Bondi. In qualche modo, vediamo veramente il mondo degli ultimi sprazzi di esistenza dell’impero romano, con le sue rovine, le sue campagne desolate e le spiagge deserte. Ci sono i guerrieri Goti, alti e biondi, che bevono vino nelle poche locande rimaste e gli eremiti cristiani, sulla loro isola di Capraia, fanatici così come Namaziano ce li ha descritti. Ci sono anche elementi del medioevo che avanza: gli amici di Namaziano gli raccontano come hanno organizzato i loro contadini in milizie ormai indipendenti dal potere centrale. Sono i “domini”, i signori locali che nei secoli si trasformeranno nei feudatari medievali.

    In contrasto, c’è l’Impero che ancora non si rassegna alla propria scomparsa; con il prefetto di Roma che ancora lancia condanne a morte e con l’imperatore Onorio, che sta a Ravenna, che manda i suoi cavalieri corazzati a far vendetta contro Namaziano. Quest’ultimo è un po’ forzato nel ruolo che il regista gli impone; quello di rivoluzionario/restauratore, partito con l’idea di fomentare una rivolta delle legioni della Gallia e di restaurare l’Impero di una volta. Eppure, è una parte che non stona rispetto a quello che possiamo capire da quello che Namaziano ci ha lasciato scritto.

    Atmosferico, lento, didascalico, avventuroso, strano, sognante, curioso. Da vedere.

    Testo del Prof. Ugo Bardi
    http://aspoitalia.blogspot.com/2009/09/de-reditu.html