Raffinerie: sconti ambientali in cambio di posti di lavoro?

Pasquale De Vita annuncia pesanti tagli nel settore italiano della raffinazione

Se in Francia Total prevede di riconvertire la raffineria di Dunkerque in un rigassificatore per riportare l’impianto in utile e mantenere l’occupazione, in Italia la situazione si preannuncia molto più drammatica. A lanciare l’allarme è Pasquale De Vita, presidente dell’Unione Petrolifera Italiana, che annuncia tempi duri per le raffinerie e, soprattutto, per i suoi lavoratori:

I consumi di prodotti petroliferi stanno scendendo per quel che riguarda la nostra area e l’export diventa più difficile con la crisi che ha portato ad una riduzione del nostro sistema nel mercato internazionale. Di questo dovremmo occuparci e cioè di un piano per sostenere e difendere il sistema petrolifero italiano ed eventualmente eliminare ciò che è di troppo

E, con quel “troppo” De Vita intende almeno quattro o cinque raffinerie italiane, su un totale attuale di 16, con conseguente sacrificio di 7.500 posti di lavoro. Come si legge nel “Consuntivo petrolifero 2009” presentato oggi a Roma dall’Unione Petrolifera, infatti, i margini di guadagno per le raffinerie sono scesi dai 3,4-5 dollari per barile lavorato della fine del 2007 agli attuali 0,96-1,52 dollari per barile. I valori cambiano in base al tipo di greggio. Allora, con numeri del genere, che fare? La ricetta anticrisi di De Vita è chiara: servono

regole più semplici possibili, regole ambientali in linea con gli altri Paesi e un quadro normativo di riferimento fermo e certo nel tempo



Resta da capire, però, cosa intenda De Vita con "regole ambientali in linea con gli altri Paesi", visto che di questioni ambientali aperte per le raffinerie italiane ce ne sono molte: ci sono ben 17 provvedimenti di Aia (Autorizzazione Ambientale Integrata) pendenti al Ministero per l'Ambiente e sono in corso alcune vertenze sindacali, come quella della raffineria Eni di Gela, direttamente legate a problemi ambientali.

Gela, poi, è un caso emblematico: per anni Eni ha tenuto in bilico circa 2.500 lavoratori tra diretti e indotto a causa della mancata autorizzazione, da parte del Ministero dell'Ambiente, di un piano di investimenti da ben 500 milioni di euro. In tale piano, tra mille altre cose, rientrava anche la costruzione di una "barriera bentonitica". Una specie di diga costruita sottoterra tra il mare e la raffineria per evitare infiltrazioni pericolose nella falda acquifera che Eni avrebbe voluto costruire a 20 metri di profondità contro i 50 metri richiesti dal Ministero dell'Ambiente. Pochi giorni fa è arrivata la buona notizia per i lavoratori di Gela: il Ministro Prestigiacomo ha firmato un provvedimento "omnibus" con il quale sblocca la questione dando il permesso ad Eni di fare gli investimenti. Non è dato di sapere però, a che profondità verrà costruita la famosa diga: di tale provvedimento non c'è traccia né sul sito del Ministero dell'Ambiente né su quello del Governo.

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