Lo scioglimento dei ghiacciai dovuto al riscaldamento globale fa paura, così tanta paura che l’amministrazione Bush ha tenuto nascoste le foto che provavano i cambiamenti dei ghiacciai nel tempo, finchè qualcuno all’Osservatorio geologico le ha fatte spuntare, ed ora sono on-line, disponibili per la consultazione sul sito dell’agenzia governativa USGS.
Nelle foto, a risoluzione altissima, si vedono chiaramente gli effetti dei cambiamenti climatici, o meglio, non si vede nulla perchè i ghiacciai si sono sciolti. Scomparso il ghiacciaio di Barrow inghiottito dall’Artico, situato vicino al villaggio più a nord al mondo, sempre meno esteso quello di Bering.
Le foto sono spuntate a poche ore dall’allarme lanciato sul clima dall’Accademia nazionale delle scienze, in una mossa forse concordata con l’amministrazione Obama che, avendo fatto della lotta ai cambiamenti climatici il suo punto di forza, apprezzerà la scoperta.
Da quanto esortò una folla a raccogliersi in preghiera per un oleodotto in Alaska, indicandolo come “volontà di Dio”, Sarah Palin ha collezionato tutta una serie di scivoloni mediatici. L’ultima esternazione a mio parere fuori luogo l’ha fatta ieri a Toledo, in Ohio, durante un discorso sulle politiche energetiche, che ha fatto rivolgendosi alla Xunlight Corporation, costruttrice di pannelli solari.
Nel discorso la Palin ha invocato, com’è d’uopo, una rottura con la politica dell’attuale amministrazione Bush, ma non l’ha fatto certo per prospettare un futuro di energia pulita e rinnovabile, e nemmeno di indipendenza energetica.
Davanti ad una compagnia costruttrice di pannelli solari, la Palin non ha trovano niente di meglio che sottolineare la necessità di espandere la produzione interna di petrolio e di gas naturale, quando è lampante che in questa direzione non si migliora l’indipendenza energetica degli Stati Uniti; la domanda americana infatti è così elevata che dovranno sempre e comunque importare la stragrande maggioranza del petrolio per il carburante dei loro voraci SUV.

La proposta di creare la più grande riserva marina del mondo viene dagli Stati Uniti: è uno degli ultimi atti del mandato da presidente per George W. Bush che vuol salvare una delle zone più remote del Pacifico, “recintandone” gran parte.
La strada per farne il più grande santuario del mare passa però attraverso tutti gli interessi relativi ad attività petrolifere, all’estrazione di gas e minerali fino alla pesca tipici della area Nord dell’oceano tra Asia e America e sebbene l’amministrazione americana si sia dimosrata molto vicina a tali interessi, il piano potrebbe comunque andare in porto.
Nella zona centrale del Pacifico, che comprende tra l’altro le isole Howland con l’atollo Johnston, il santuario marino internazionale potrebbe salvaguardare circa 2 milioni di km quadrati; nel frattempo nella parte Ovest dell’oceano, invece, i km2 salvati sarebbero appena 297 mila tra cui si salverebbero isole Marianne Settentrionali, la zona in cui i fondali sono i più profondi del mondo.
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Se Putin ha consegnato il 2 di picche a Bush durante il negoziato per l’allargamento della NATO nell’Est Europa con la Polonia che fa da ago della bilancia, Monsieur Sarkozy pensa all’allargamento del Mediterraneo, alla sua riorganizzazione e ad un futuro agroalimentare.
Il presidente francese - più noto come marito di Carla Bruni- già dagli inizi del mese scorso , complice la mediazione di Frau Angela Merkel, ha rispolverato il vecchio “Processo Barcellona” ribattezzato per l’occasione UPM- Unione per il Mediterraneo, in pratica una zona di libero scambio attiva dal 2010 . Monsieur Sarkò ha chiamato a raccolta i 27, più nove banche e una compagnia di assicurazioni (il gossip economico bisbiglia i loro nomi ma io non essendone sicura taccio) .
Tra gli entusiasti del progetto, inutile dirlo: spagnoli, italiani, francesi e greci. Soprattutto gli italiani con quella Sicilia così spinta nelle acque mediterranee e soprattutto con quasi tutti i terreni vocati alla produzione biologica. Meno entusiasti, per non dire scontenti, i paesi a Nord. Ma d’altronde dopo aver strappato alla Fisher Boel lo zuccheraggio dei mosti, a discapito dei vini col pedigree francesi e italiani, come dire? Potevano giocarsi davvero poco sul piano della negoziazione.
Pollo americano. E’ dal 1997 che un solo grammo di nessun volatile statunitense può mettere piuma in Europa a causa del trattamento delle carcasse con un bagno di antimicrobici, pratica proibita nell’Ue. Ma proprio in questi giorni, invece, rischiamo di ritrovarci sul mercato, questi polli all’antibiotico.
Mente diabolica dell’operazione è Guenter Verheugen vice commissario europeo che sta aumentando la pressione sulla commissaria Fisher Boel con l’appoggio del commissario al commercio, Peter Mandelson. Non solo, ma stanno cercando di convincere anche gli altri colleghi a cedere alle richieste di Washington, eventualmente anche ignorando un possibile parere contrario da parte dell’Autorità europea di sicurezza alimentare (Efsa).
Le organizzazioni agricole europee, lo dico subito, sono contrarie all’abolizione del divieto di importazione, perché i possibili concorrenti americani contano su prezzi più bassi dovuti al “dumping sanitario”. Infatti, i produttori dell’Ue devono applicare regole molto stringenti di igiene e sicurezza alimentare lungo tutta la catena della produzione, seconde la normativa Haccp (Hazard Analiysis and Critical Control Point). Quelli americani, invece, possono permettersi di trascurare controlli sanitari e condizioni igieniche rigorose , affidandosi al solo bagno disinfettante finale delle carcasse (mentre gli europei possono usare solo acqua potabile per il lavaggio).