
Il titolo in inglese rende meglio: Agony and Ivory e lo pubblica Vanity Fair nella sua edizione Usa. L’avorio è quello degli elefanti e l’agonia è sempre quella degli elefanti trucidati a causa dei loro denti. Il dossier di 8 pagine è firmato da Alex Shoumatoff con le foto di Guillaume Bonn.
Shoumatoff ha viaggiato dal Kenya a Seattle (dove è stato messo a punto un sistema di tracciabilità con il DNA) al Guanzhou in Cina seguendo proprio la rotta dell’avorio clandestino e documentando le varie tappe di questo assurdo commercio. Ha conosciuto però anche chi lo combatte. Ha notato che il numero degli elefanti è in costante diminuzione e che rischiano seriamente la sopravvivenza.
Il racconto di Shoumatoff a tratti commuove e a tratti fa rabbia. Descrive con dovizia di particolari come i bracconieri dopo aver ammazzato gli elefanti con frecce avvelenate infieriscano a colpi di macete per sfilare loro le zanne e di come i turisti, noncuranti, acquistino peli, code, unghie appena tagliati dai pachidermi assassinati. Le carcasse sono poi abbandonate lungo il ciglio delle strade battute e piene di pozze di sangue invase da mosche.
Il commercio di animali selvatici è una delle attività più lucrative della malavita, non solo organizzata, ponendosi al terzo posto per volume d’affari dopo i traffici di droga e di armi. Un immenso business che ha fatto della zoomafia una dei temi più dibattuti degli ultimi anni, per quanto non sempre al rumore sia conseguita la giusta attenzione delle attività investigative e di polizia troppo spesso, invece, relegate a un livello basso, eminentemente locale. Per quest’ordine di motivi è molto interessante l’analisi della recente operazione “RAMP” sul commercio delle specie protette- seguita alla precedente “TRAM” intercorsa nel mese di febbraio scorso avente ad 0ggetto prodotti medicinali, cosmetici e simili contenenti estratti di specie selvatiche a rischio estinzione per un valore superiore ai 10 milioni di euro -, che ha portato l’Interpol a coordinare e a gestire operazioni trasversali in 51 Paesi nell’ambito dei 5 continenti portando, solo nei mesi di settembre e ottobre a una valutazione del traffico di specie protette pari a oltre 25 milioni di euro…
Le indagini dell’operazione RAMP sono state indirizzate prevalentemente al commercio sommerso e alla detenzione dei rettili minacciati, tra cui tartarughe -terrestri e marine - e i serpenti. Con il concorso delle autorità nazionali competenti per la protezione della natura - in Italia il Corpo forestale dello Stato- , la polizia e l’intervento delle dogane sono state portate avanti migliaia di perquisizioni mentre centinaia sono state le investigazioni che hanno pungolato singoli individui e società a vario titolo impegnate nel traffico di animali. Capillare è stata la serie di perquisizioni a tappeto con cui sono stati scandagliati porti marittimi e locali dei grossisti. E’ stato così possibile individuare, ad esempio, centinaia di specie vittime del bracconaggio la cui vendita, in tutta tranquillità, era garantita da certificati di nascita in cattività assolutamente falsi. Solo nel nostro Paese i 1.500 controlli effettuati hanno portato al sequestro di circa 400 animali - rari - vivi oltre a più di 200 pelli di rettile e prodotti vari facenti capo al settore della pelletteria… Un’ecatombe, insomma….
Soddisfatto, per certi versi, dall’esito della maxi operazione si è dichiarato John Scanlon, Segretario Generale della Cites (la Convenzione sul commercio internazionale delle specie protette) che ha sostenuto l’importanza di Ramp, e di analoghe iniziative, in quanto non solo aiutano a combattere il fenomeno del commercio illegale di specie protette ma ne testimoniano anche l’ampiezza e la portata di fronte alla quale nessuno ( ci si augura) può restare indifferente.
Nei primi anni del 1900 gli esemplari di tigre presenti sul nostro pianeta erano circa 100.000, contro i 3.200 di oggi. Fra questi, molti sono quelli che vivono in cattività. Un sistematico sterminio dettato dalle leggi della medicina cinese (che ancora oggi vede nelle ossa e negli organi della Pantera tigris una risorsa indispensabile contro l’infertilità), dalle mode e dalla distruzione degli habitat è stato, quindi, posto in essere nel tempo. E a nulla valgono le poche azioni volte a contrastare la crescita di un commercio illegale, severamente proibito dalla Cites, che appare più fiorente che mai. Occorrono misure rapide e ugualmente serie ed efficaci in tutti i Paesi in cui questo felino, principe indiscusso dell’immaginario collettivo, è ancora presente in libertà. A questo scopo, i rappresentanti dell’ambiente per il Bangladesh, il Bhoutan, la Birmania, la Cambogia, la Cina, l’India, l’Indonesia, il Laos, la Malaisia, il Nepal, la Russia, la Thaïlandia e il Vietnam si sono riuniti in questi giorni a Bali per elaborare un programma di conservazione condiviso e concreto che possa salvare la tigre dall’estinzione.
Questo incontro, che si chiuderà mercoledì a Nusa Dua, mira a definire i punti di discussione e a individuare una strategia coerente per assicurare la continuità della specie in attesa del più decisivo summit internazionale della tigre previsto dal 15 al 18 settembre a San Pietroburgo. Intanto, il più bello dei felini deve fare i conti con la sparizione di almeno 3 delle 9 specie presenti un centinaio di anni fa. Ad oggi, secondo le ultime proiezioni datate 2007 ed effettuate dal WWF International, di Panthera tigris in Asia non sarebbero rimasti più di 7.000 esemplari. Quella siberiana, poi, la più imponente fra le tigri, dovrebbe essere ridotta ad appena 200 individui.
Intanto, l’Indonesia ha già fatto sapere che entro la fine di quest’anno - proprio l’anno della tigre, secondo il calendario cinese - cercherà di ottenere un finaziamento internazionale di 175 milioni di dollari finalizzati a raddoppiare la popolazione di tigri di Sumatra (tra i 500 e i 400 esemplari) attualmente presente sul suo territorio…
Quarantacinque rapaci, di specie rarissime (tra capovaccai, aquile del bonelli, gipeti, falchi lanari e pellegrini, cicogne nere, aquile reali..) sono stati confiscati al termine di una maxi operazione antibracconagio conclusasi ieri dopo mesi di indagini dagli agenti delle Cites. Diciasette persone, attualmente, sono state denunciate per i reati di falso, ricettazione e per detenzione di specie protette rischiando l’arresto da tre mesi ad un anno e un’ammenda pecunaria da 7.000 a 75.000 euro.
Dalle indagini è emerso che il traffico illegale di specie protette prolifera all’interno della Penisola così come in alcuni Paesi Europei ed Extraeuropei. Un business planetario che mette a rischio animali minacciati compromettendone qualunque ipotesi di tutela e conservazione. Un lucido abominio, insomma… Gli agenti, coadiuvati nel corso delle indagini dai volontari del Network Traffic WWf e dai tecnici dell’Università di Palermo hanno documentato la sistematica razzia dei nidi di capovaccaio (appena 5/6 coppie nidificanti in Italia) e di aquila del Bonelli (solo 15/18 coppie) e hanno individuato i centri in cui i piccoli sotratti al loro habita naturale venivano allevati in cattività da una parte all’altra dello Stivale compiendo contemporaneamente perquisizioni domiciliari presso alcuni allevatori e falconieri a Milano, Cuneo, Pordenone, Lecco, Pavia, Reggio Emilia, Bologna, Napoli, Catania, Ragusa e Caltanissetta. Oltre al rinvenimento di molti uccelli rari, è stato possibile risalire alla profluvie di false certificazioni Cites, spesso “riciclate” da esemplari morti, al costo di 6.000 euro per una coppia di aquile fino ad arrivare a 20.000 euro per un gipeto, “prodotte” attraverso una rete fittissima che travalica le alpi per connettere l’Italia al Belgio, all’Austria, alla Germania..
Ennesimo fallimento alla Conferenza Cites a Doha. Se dopo l’appoggio a rinoceronti ed elefanti, per un istante, ci era stato possibile sperare che la tutela della biodiversità fosse almeno contemplata nelle agende governative, l’esito fallimentare ci ricorda che sono solo le leggi del mercato a decidere. Nessun controllo rafforzato sulle attività di pesca e sul commercio internazionale degli squali e del corallo, dunque.
La Cites - nata con lo scopo di tutelare le specie animali e vegetali a rischio - ha chiuso il consesso internazionale votando allegramente contro la sensata proposta portata avanti dalle Isole Palau e finalizzata a inserire lo Squalo martello smerlato (Sphyrna lewini), lo squalo martello maggiore (Sphyrna mokarran) lo squalo martello comune (Sphyrna zygaena ), lo squalo longimano (Carcharhinus longimanus) e lo spinarolo (Squalus acanthias ) nell’Annex II, dando una chance a questi pesci in modo da resistere all’assalto delle “buone forchette del mare” che non rinuciano alle loro “zuppe di pinne”, causa prima della terribile pratica del finning. Solo lo smeriglio (Lamna nasus) è riuscito a entrare nell’agognata Appendice II.
Eppure, ogni anno, la strage di questi intensi predatori è immane: tra i 25 e i 73 milioni rimangono uccisi per “errore” nelle reti o perché braccati per il gusto delle loro carni. E l‘Europa non è da meno rispetto al continente asiatico: in Francia come in Gran Bretagna lo smeriglio è “una qualità” pregiata cui corrisponde una richiesta considerevole. Stessa sorte del tonno, quindi, e del corallo, equiparate a merci e non a specie di vita tutelate da specifiche normative…
Via | Sharckalliance
Foto | Flickr
La Conferenza Cites (Convention on international trade in endangered species of wild fauna and flora) per il commercio delle specie protette, che si svolge in questi giorni a Doha, nel Qatar, ha certamente la colpa di non aver portato a nulla di buono per quanto riguarda la tutela del tonno rosso, a causa delle forti pressioni - in particolare giapponesi - sulla questione. Ma per fortuna, altre specie a rischio potranno, forse, trarne qualche beneficio concreto. E’ il caso degli elefanti, di cui avevamo parlato qualche tempo fa, dei rinoceronti duramente provati da forme di bracconaggio sempre più spietate e organizzate, e di alcune specie di iguana presenti, in particolare, in Messico e Guatemala duramente provate dall’asfissiante richiesta di specie esotiche da “giardino” prevalentemente da parte dei paesi europei.
In particolare, Zambia e Tanzania si sono viste fortemente rifiutare la proposta di far passare le proprie popolazioni di pachidermi dall’Appendice I - che individua le specie fortemente a rischio e rispetto alle quali qualunque forma di commercio di singoli esemplari o parti di essi è totalmente escluso - all’Appendice II per cui il commercio di specie minacciate è possibile ma regolamentato in modo da garantirne la sopravvivenza. Tuttavia, è necessario aspettare per i festeggiamenti, almeno fino a mercoledì prossimo quando la Cites si riunirà in sessione plenaria e la questione potrebbe venire nuovamente sollevata dai due Stati africani…
La LAV ha denunciato ieri presso la Procura della Repubblica di Cagliari il Circo Martin che tra i suoi spettacoli propone la passeggiata a cavallo di una tigre.
Le denunce della LAV fatte anche in Veneto e Friuli Venezia Giulia, si riferiscono all’esibizione dell’artista circense Maximova che durante il suo show fa esibire una tigre in groppa a un cavallo, esibizione vietata dalla legge italiana in quanto si tratta di esercizi innaturali e umilianti per gli animali.
In sostanza è violata una direttiva del CITES che non ammette che, ad esempio, una preda e un predatore possano esibirsi assieme:
La Commissione Scientifica CITES, deputata dal Ministero dell’Ambiente a definire i “Criteri per il mantenimento degli animali nei circhi e nelle mostre viaggianti” stabilisce molto chiaramente che “In nessun caso esemplari di specie diverse potranno essere trasportati o mantenuti in strutture attigue, […]soprattutto se le relative specie sono in rapporto preda-predatore”. E ancora: “Particolare attenzione deve essere posta a non imporre la vicinanza di specie per loro natura non compatibili”.
Spiega Nadia Masutti Responsabile nazionale LAV Settore Esotici, Circhi e Zoo:
Recentemente sono molti i maltrattamenti che sono stati resi pubblici grazie alle associazioni animaliste o a programmi tv come ‘Striscia la Notizia’, fino alla condanna appena due mesi fa del Circo Barcellona per detenzione illecita di tigri; ma al di là delle necessarie denunce all’autorità giudiziaria, e in attesa che l’Italia si doti finalmente di una legge che favorisca la riconversione dei circhi in strutture senza animali, la via più efficace per mettere fine a questi discutibili spettacoli, consiste nel rifiutarsi di andare a vederli.
Via | LAV
Foto | Circo Martin

Salta il bando pianificato dall’Unione europea per lo stop alla vendita per un anno del tonno rosso. Il CITES ieri a Doha alla XV Conferenza delle parti ha rigettato la proposta. I paesi che si sono espressi contrari sono stati 72 su 129; in 43 hanno votato il bando e in 14 si sono astenuti.
A proporre la votazione immediata, senza che fossero fatte le adeguate presentazioni del problema, la Libia. Hanno dichiarato WWF, Greenpeace, Lav, Legambiente e Marevivo:
Le misure di gestione della specie predisposte dall’ICCAT (Commissione internazionale per la conservazione dei tonni dell’Atlantico e del Mediterraneo) hanno ripetutamente fallito. Ora, dopo l’insulsa bocciatura della proposta di inclusione del Tonno Rosso nella Appendice I della CITES, ci si auspica che gli Stati facciano il possibile affinché l’ICCAT faccia il proprio dovere.
Ora l’appello si sposta verso consumatori, commercianti, ristoranti e cuochi perché la smettano di acquistare, vendere o mangiare il tonno rosso. Già alcune delle GDO come Carefour Europa o CoopItalia hanno scelto di non acquistare tonno rosso, mentre il Principato di Monaco è il primo Paese a rinunciare del tutto all’acquisto e alla vendita di questa specie a rischio estinzione. Dicono le Associazioni:
Mangiare è un gesto ecologico e politico. Adesso è più importante che mai che le persone facciano quello in cui i politici hanno fallito, ovvero smettere di consumare tonno rosso per salvare la specie.
Qui la classifica rompiscatole di Greenpeace con le scatolette di tonno da acquistare o da evitare.
Via | Comunicato stampa WWF
Foto | Flickr
Nella giornata di domani si aprirà la quindicesima Conferenza degli Stati contraenti la Cites (Convenzione sulla conservazione delle specie) a Doha, in Qatar. Si discuterà della pesca al tonno rosso, dell’utilizzo scriteriato di legni pregiati quali il palissandro di Rio e quello di Palo Santo e, non da ultimo, del commercio dell’avorio.
Questo fine settimana, il bando mondiale sancito dall’ONU sul commercio di questo “prodotto”potrebbe essere abolito. Ma la percezione è che quest’ultima tematica sia trascurata dai media, dimenticando le cifre di uno sterminio rapace veicolato da una domanda in crescita specialmente sul mercato asiatico. Oltre 40.000 elefanti, in particolare provenienti dalla Tanzania, vengono uccisi e decapitati ogni anno al fine di ottenere avorio (circa 7 kg per ogni esamplare abbattuto) che andranno ad essere smerciati principalmente sul mercato giapponese, indonesiano e cinese. Nel 1989, la Cites ne impose il bando totale dopo che, nei 20 anni precedenti, il massacro aveva conosciute punte di una gravità tale da compromettere l’esistenza dell’intera specie nel continente. Gli elefanti ringraziarono, generosamente, incrementando la propria popolazione e facendo la fortuna di molti Stati - tra cui la stessa Tanzania che deve il 17% del proprio Pil proprio agli introiti legati al turismo. Poi, lentamente, alcuni Paesi hanno ottenuto di vendere le quote di avorio provenienti dalle carcasse di animali morti per cause naturali e la situazione è nuovamente precipitata col beneplacito dei bracconieri.
Dal 2002 la popolazione dei pachidermi ha riconominciato a declinare in maniera considerevole. Oggi, Tanzania e Zambia esercitano pressioni sulle Nazioni Unite per ottenere deroghe speciali al bando ma un altro gruppo di stati africani, più lungimiranti, sta manifestando la propria totale opposizione a questo progetto chiedendo, al contrario, una messa al bando dell’avorio per almeno altri 20 anni. Hanno il nostro totale appoggio.
Via | bloodyivory
Foto | Flickr
Anche se c’è qualcuno che non crede all’estinzione del tonno rosso, dalla Commissione europea arriva lo stop al commercio internazionale mentre viene messo sotto stretta sorveglianza il corallo. L’accordo raggiunto dai governi dell’Unione, sulla base di una proposta della Commissione europea fatta il mese scorso, sarà formalmente adottato dalla riunione dei ministri dell’energia dell’Unione europea oggi a Bruxelles e probabilmente sarà interrotta per un anno anche la pesca del tonno rosso
L’accordo UE arriva prima della riunione della Conferenza della parti Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie a rischio (CITES), che si svolgerà dal 13 al 25 marzo a Doha e dove saranno esaminate le specie a rischio estinzione tra cui appunto il tonno rosso, elefanti e orsi polari. Secondo gli scienziati le scorte di tonno rosso dell’Atlantico - che può arrivare a costare anche 100.000 dollari sul mercato - sono calate di oltre l’80% negli ultimi 40 anni per un valore di circa 3,2 milioni di euro.
Tra le iniziative per il ripopolamento del tonno rosso un anno di divieto di pesca con una deroga concessa per la pesca diciamo artigianale e per quei pescatori che usano piccole imbarcazioni per rifornire il mercato locale. I governi hanno promesso di sostenere i pescatori di tonno rosso a cui sarà imposto lo stop con sovvenzioni.
A votare contro il divieto di pesca Malta, mentre Svezia e Austria si sono astenute. Per conoscere quale tonno in scatola acquistare consultate la classifica rompiscatole di Greenpeace.