
Lo spazio aereo sui cieli d’Europa è stato aperto, ma ciò non vuol dire che le ceneri del vulcano di Eyjafjallajokull, con la loro piccola percentuale di particolato, siano scomparse. Secondo alcuni, potrebbero addirittura fare bene, se non alle compagnie aeree, almeno all’atmosfera e ai giardini d’Europa.
Per Colin Dale, orticultore del Notcutt Garden in Inghilterra, le ceneri del vulcano potrebbero essere dei buoni fertilizzanti naturali. In più, secondo quanto l’esperto ha riferito al Telegraph, la cenere del vulcano servirebbe a proteggere la terra dagli sbalzi di temperatura e manterrebbe più a lungo l’acqua, favorendo la crescita di batteri e semi, entrambi buoni per la crescita di piante e fiori.
Sebbene la quantità di ceneri che riesce a depositarsi al suolo sia talmente bassa da essere irrilevante per la rigenerazione dei terreni, la tesi di Colin Dale è confermata da Jon Davidson, professore all’Università di Durham, che afferma come già altri stati, come l’Indonesia, abbiano beneficiato in passato della fertilizzazione naturale dovuta a ceneri vulcaniche.
Tuttavia, se tra qualche mese vi dovesse capitare di vedere dei vasetti con le ceneri di Eyjafjallajokull spacciate per fertilizzante, controllate bene che non ci sia la British Airways come sponsor.
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Su ecoblog abbiamo già parlato della questione della distruzione delle foreste nel Sudest asiatico, con particolare riferimento alle implicazioni ambientali legate alla produzione di legno, olio di palma e carta. Con particolare riferimento a questo terzo fronte, non si può omettere la posizione centrale nel mirino degli ambientalisti occupata dall’App (Asia Pulp & Paper) e dall’ Asia Pacific Resources International (April), entrambe colossi internazionali per la lavorazione della cellulosa. Su di esse, oggi, vengono nuovamente puntati i riflettori.
Nella cornice della Fiera del libro per ragazzi - in questi giorni di stanza a Bologna - il WWF con l’avallo di Terra! ha presentato uno studio relativo all’origine della carta utilizzata per comporre i testi indirizzati a bambini e adolescenti in Europa. Ne è emerso che su 51 volumi stampati in Cina, 20 contengono fibre di legno tropicale proveniente dalle ultime foreste vergini del Borneo e di Sumatra. E purtroppo, l’analisi ha evidenziato anche implicazioni similari per moltissimi titoli stampati nel nostro paese ma le cui materie prime vengono importate direttamente dall’Indonesia. Ovvero: l’area con il più alto tasso di deforestazione al mondo nonostante l’elevata varietà biologica presente: oltre il 12% dei mammiferi (tra cui i minacciatissimi orango e tigre di Sumatra), il 15% dei rettili e il 17% degli uccelli del pianeta trovano ospitalità tra le sue foreste…
Le indagini, poi, hanno evidenziato una minacciosa espansione nei mercati di Spagna, Germania, Regno Unito e Italia proprio da parte dell’App sempre più legata a piccoli e grandi editori….
Per far capire a chi non vuole la velocità alla quale perdiamo ettari ed ettari di foreste pluviali nel mondo, anche se forse lo sfruttamento della foresta Amazzonica è in declino, ci vuole un’immagine semplice, un’animazione che spiega meglio di discorsi e conferenze.
E’ così che Greenpeace Svizzera ha voluto rappresentare la deforestazione nel mondo, facendo vedere come ogni 2 secondi si perde un’area di foresta pluviale grande quanto un campo da calcio, anche se fatto di fiammiferi.
Dalla perdita della foresta pluviale più antica in Indonesia, alla più grande in Brasile, il fenomeno della deforestazione distrugge habitat ed ecosistemi unici al mondo, privando anche gli esseri umani del loro ambiente, come accade in Nigeria.
via | Treehugger

Tra le metropoli asiatiche che saranno più colpite dai cambiamenti climatici ci sono ai primi posti Dhaka, Manila e Jakarta, secondo il rapporto del WWF che ha analizzato le 11 città più grandi dell’Asia . Abitare in una di queste tre città dal 2050 circa in poi non sarà per niente divertente, e tanto meno sicuro.
In termini di vulnerabilità ai cambiamenti climatici Dhaka, in Bangladesh è la più a rischio: i suoi 13 milioni di abitanti dovrebbero iniziare a preoccuparsi dell’aumento dei livelli dei mari, dell’aumento degli allagamenti e dell’incapacità della città ad adattarsi ai cambiamenti a causa dell’arretratezza.
Al secondo posto in termini di vulnerabilità c’è Jakarta, capitale dell’Indonesia, meno esposta alle intemperie rispetto a Dhaka, ma nelle stesse condizioni per quanto riguarda allagamenti e innalzamento dei mari. Le capacità di adattamento di Jakarta ai cambiamenti sono migliori, ma la capitale è maggiormente soggetta a stress socioeconomico dovuto ai cambiamenti climatici, con conseguenze che si ripercuotono sulla popolazione e sull’intera nazione.
Manila, la terza metropoli più esposta ai cambiamenti climatici soffre più o meno delle stesse negatività di Jakarta, ma ha la peggiore situazione per quanto riguarda innalzamentoi dei mari ed allagamenti. Le condizioni socio-economiche sono appena appena più moderate, e le sue condizioni di adattamento ai cambiamenti sono simili a quelle della capitale dell’Indonesia.
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La penisola di Kampar, sull’isola di Sumatra, nel cuore delle foreste pluviali dell’Indonesia è una regione particolare, nota per la ricchezza dei suoi ecosistemi, e per essere l’habitat di alcuni degli animali più rari al mondo, come la Tigre di Sumatra, oggi a rischio estinzione.
La penisola è una delle torbiere tropicali più grandi al mondo e per questo Greenpeace ha lanciato un appello, affinchè rappresentanti politici ed opinion leaders riuniti a Copenaghen proteggano la regione, le sue foreste e la sua ricchezza in temrini di biodiversità. Greenpeace lancia l’appello affinchè si smettano di distruggere le foreste di Sumatra per le produzioni di olio da palma e di carta.
Gucci, il gruppo che controlla marchi di moda di beni di lusso, ha deciso di proteggere le foreste pluviali dell’Indonesia, attraverso la sua nuova politica di acquisti. La scelta prevede l’eliminazione della carta proveniente dalle foreste e dalle piantagioni dell’Indonesia, così come l’acquisto da produttori coinvolti nel processo di deforestazione.
Questa strategia di acquisti consapevoli sarà attuata entro il 2010 e sarà estesa a tutti i marchi del gruppo Gucci, tra cui Balenciaga, Yves Saint Laurent: la policy sarà estesa a tutti i prodotti a base di carta in tutte le aziende del gruppo, ed è già nota come una delle più restrittive nel campo della moda. Il Gruppo si impegna a ridurre la quantità di carta utilizzata e ad impiegare carta fatta con fibre esclusivamente riciclate, per tutti i prodotti, dai fogli delle fotocopiatrici alle shopping bags.
L’intento di Gucci, oltre a quello di proteggere le foreste pluviali indonesiane attraverso il non-acquisto, è anche quello di sensibilizzare e fare da esempio nel mondo dei marchi della moda, molto più inclini al lusso che alla sostenibilità, così come richiesto da Terra! L’associazione, assieme al Rainforest Action Network ha lanciato un appello al mondo della moda perché valuti con maggior attenzione le proprie scelte in fatto di acquisti di carta, perché a pagarne sono le foreste pluviali.
via | Terra!
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L’elefante di Sumatra è una specie rara di elefante, che vive solo a Sumatra ed appartiene alla specie degli elefanti asiatici. La sopravvivenza degli elefanti di Sumatra è minacciata dall’uso di pesticidi: da maggio sono morti avvelenati 8 elefanti.
L’ultimo elefante vittima dei pesticidi è un piccolo di due anni, secondo quanto riferisce Salvaleforeste, morto a causa dell’alta concentrazione di sostanze velenose finite nel latte materno, da cui il piccolo era ancora dipendente.
Sull’isola di Sumatra le piantagioni di palma da olio hanno preso il posto delle foreste, habitat degli elefanti di Sumatra, la cui popolazione è oggi ridotta a 2400 esemplari.
Scacciati dalle loro foreste, gli elefanti cercano cibo nelle piantagioni, ingerendo enormi quantità di pesticidi usati per coltivare le palme. Se gli esemplari più grandi riescono a sopravvivere ai composti clorurati, non è lo stesso per i piccoli, che vengono uccisi dalle quantità di veleno che si concetrano nel latte.
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L’aumento della produzione di olio di palma, voluto dall’Indonesia che è il primo produttore, causerà la perdita di altre foreste in tutto il mondo.
L’Indonesia, in gara con la Malesia per la produzione di olio di palma, è diventata il primo paese produttore, a scapito delle proprie foreste e dei terreni agricoli, ormai esauriti. Come se ciò non bastasse, continua a comprare terreni in Sud America e in Africa, per continuare ad estendere la produzione di olio di palma. Si prevede che la futura espansione per aumentare la produzione di 1 tonnellata per ettaro per 2 milioni di ettari, costerà un totale di 10 milioni di ettari di foresta.
Le foreste torbiere sono ora a disposizione delle multinazionali della carta e dell’olio di palma e mentre le ultime tigri di Sumatra si avviano all’estinzione, private del loro habitat, l’Indonesia scala le classifiche come paese con il maggior numero di emissioni di gas serra. Per ora è al primo posto nella produzione di olio di palma e al quarto per emissioni di gas, vediamo quanto ci metterà a classificarsi prima anche nella seconda lista, mentre il resto del mondo resta a guardare.
via | salvaforeste
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Greenpeace insiste nel chiedere a Ferrero di spiegare da dove viene l’olio di palma con cui viene prodotta, tra le altre cose, la famosa Nutella. Ferrero si difende dicendo di non importare olio dall’Indonesia ma non dichiara chi siano i suoi fornitori o da dove venga la materia prima quando i fornitori, a loro volta, la importano.
Ferrero minimizza anche il proprio impatto dicendo di essere “un utilizzatore marginale” di olio di palma (0,3% della produzione mondiale), ma per produrre tali quantità sono necessari circa 15 mila ettari coltivati a palma da olio, ettari che talvolta vengono dal taglia e brucia della foresta indonesiana.
Chi volesse partecipare alla pressione che Greenpeace sta facendo su Ferrero perché si impegni a rispettare le foreste può sia sottoscrivere la cyberazione che partecipare con una foto o un disegno (come quello di Mauro Biani usato in questo post).
Nutella, la crema da spalmare della Nestle, e’ stata boicottata per anni …
Via | Greenpeace
Si è aperta stamane a Parigi presso la sede dell’ OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) la riunione dei Ministri dell’Ambiente in cui si discuterà di “Ambiente e competitività globale”. La due giorni è presieduta da Alfonso Pecoraro Scanio in veste, ancora per poche ore, di Ministro.
I Ministri dell’Ambiente dei 30 paesi OCSE, i loro omologhi dei paesi candidati all’adesione (Cile, Estonia, Israele, Russia e Slovenia) e i ministri provenienti dal Brasile, Cina, India, Indonesia e Sud Africa si confronteranno sulle modalità di azione condivise per raggiungere obiettivi ambientali comuni: riduzione dell’inquinamento, conservazione della natura e minore produzione di carbonio.
L’OCSE ha recentemente pubblicato l’ Oecd Enviromental outlook to 2030 nel quale si evidenziano soluzioni politiche per fare fronte al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità, alla scarsità d’acqua e alle conseguenze sulla salute causate dall’inquinamento.
Intanto i piani presentati dagli Stati Uniti per bloccare l’incremento di emissioni di gas serra entro il 2025 sono stati giudicati troppo modesti e arrivano troppo tardi, secondo alcuni dei delegati di Parigi; mentre altri hanno apprezzato le proposte avanzate da George W. Bush perché rappresentano un primo passo verso misure di questo tipo. Le previsioni fatte dal Comitato ONU sul clima indicano che le emissioni nei paesi industrializzati devono scendere, entro il 2020, di una percentuale tra il 25 e il 40% rispetto ai livelli del 1990, per evitare siccità, inondazioni e l’innalzamento dei mari.