Il video che potete vedere in testa a questo post sta suscitando un certo clamore sul web. Il filmato amatoriale è stato girato da due italiani in Norvegia e mostra un macchinario che raccoglie le bottiglie usate e carica sul chip di una tessera del credito da spendere per la spesa di tutti i giorni in un supermercato. Sia gli autori sia molti commentatori sono sorpresi dal fatto che “in Norvegia qualcuno compri la spazzatura“.
In realtà questo video non è allarmante soltanto perché rende evidente la distanza siderale fra la mentalità con la quale i norvegesi gestiscono il ciclo dei rifiuti e quella di noi italiani. L’elemento che più sconcerta è proprio la “sorpresa”, il fatto che un semplicissimo sistema automatico di raccolta dei resi di vetro e plastica sembri una sorta di miracolo agli occhi degli italiani in visita nel paese nordico e a quelli di buona parte degli oltre 15 mila che hanno visualizzato il video su Youtube.
Il sistema che prevede un pagamento maggiorato con successivo rimborso per i vuoti a rendere non solo è diffuso in tutta Europa da anni (provate ad andare ad un concerto rock in Germania e a contare i bicchieri gettati a terra, semplicemente non ci sono), ma apparteneva anche alla nostra cultura fino a qualche decennio fa prima che si affermasse l’idea la spazzatura non ci riguarda, noi la dobbiamo soltanto buttare via, poi qualcuno “ci penserà”. Quando inizieremo a smettere di sorprenderci per queste “testimonianze” forse potremo iniziare a “pretendere” un sistema di recupero dei vuoti delle bottiglie (e non solo) finalmente obbligatorio.
Ieri ha avuto inizio, ad Agadir in Marocco, uno dei più importanti consessi internazionali per la tutela degli ecosistemi marini con la riunione presso la Commissione baleniera internazionale (IWC) di 88 Paesi che, entro venerdì, avranno la possibilità di decidere se salvare le balene oppure porre le premesse per una caccia indiscriminata effettuata anche nelle gelide acque artiche, vitale santuario per la riproduzione e la vita dei grandi cetacei.
Com’è noto, dal 1986 esiste una moratoria precisa sulla caccia alle balene che, dopo lo sterminio di inzio ‘900 è servita alemeno a dare un pò di tregua ai giganti del mare.. A patto che rimanessero il più lontano possibile dalle rotte di Giappone, Islanda e Norvegia rei di aver clamorosamente aggirato il divieto “inventando” la pesca a fini scientifici senza che mai nessuna reale sanzione venisse mossa contro di loro. In questi giorni, ad Agadir, il paradosso è di scena: la triade delle Nazioni “canaglia” che non ha mai rispettato le regole internazionali e che ha ucciso almeno 35 mila balene potrebbe vedersi riconosciuto, molto presto, il diritto alla caccia anche in alcune riserve marine…. Secondo la Commissione, infatti, garantire per 10 anni la mattanza di uno quota fissa di cetacei (tra cui anche la megattera, da poco scampata miracolosamente all’estinzione ma ancora molto rara e a rischio) servirebbe proprio a ripopolare gli oceani di queste grandi creature. Ma anche ammettendo questa ipotesi: perché mai Stati che non hanno fatto nulla per rimanere nei limiti della legalità, a seguito di un contentino, dovrebbero cambiare atteggiamento? E perchè, allora, altri Paesi non dovrebbero adeguarsi o rivendicare la possibilità di fare altrettanto?
In questi giorni la IWC, the International Whaling Commission, ha fatto sapere che intende discutere con i paesi membri circa la possibilità di riaprire una “moderata” caccia alla balene, attraverso la definizione di apposite quote. In questa maniera, dunque, si arriverebbe al paradosso secondo il quale paesi come l’Islanda, il Giappone e la Norvegia che, da sempre, hanno aggirato i divieti imposti nel 1986 appellandosi ora alla “ricerca scientifica“, ora a obiezioni di tipo giuridico, si troverebbero ad essere premiati. Nonostante la moratoria, infatti, negli ultimi 24 anni è stata posta in essere la mattanza di almeno 35 mila balene. Secondo la Commissione, una controllata riapertura della caccia a questi grandi cetacei consentirebbe di abbassare questi pararametri di almeno 6 mila - 10 mila unità.
Più in dettaglio, la proposta che sarà discussa e votata dagli 88 stati membri nell’ambito della riunione annuale dell’Iwc, ad Agadir, in Marocco, dal 21 al 25 giugno 2010, prevede in capo a Giappone, Islanda e Norvegia, un diritto di pesca legale a danno delle balene, per 10 anni. Per tutte le altre nazioni, invece, dovrebbe permanere il divieto già stabilito nel 1986. Il Giappone, inoltre, avrebbe la possibilità di uccidere, per ogni anno del primo quinquennio, non più di 530 esemplari di balenottere minori. Nei 5 anni successivi, il numero consentito verrebbe dimezzato. Quote inferiori sono già state previste anche per Islanda e Norvegia…
Al di là della follia concettuale della proposta che elargisce premi piuttosto che sanzioni a chi agisce in chiara opposizione a convenzioni internazionali, e delle ovvie riflessioni di carattere etico, oltre alla mancanza di parametri di tipo scientifico nella definizioni delle quote, ciò che lascia perplessi è soprattutto la facilità con cui l’ICW consegna il Santuario delle balene dell’Oceano meridionale - posto principe per l’alimentazione e la riproduzione di megattere e cetacei di varia natura - agli Stati cacciatori dimenticando che, in quell’area, il divieto alla pesca era stato suggerito proprio in virtù del suo fragilissimo equilibrio ecologico e del suo ruolo preponderante nella conservazione della specie. Greenpeace, WWF e Sea Sheperd sono già sul piede di guerra…
Via | Environment news service
Foto | Flickr

E’ tempo che l’Europa riscopra e si prenda cura delle sue foreste boreali, perché i piani annunciati dai governi scandinavi non sono stati in gradi di proteggere tutte le foreste boreali e luoghi di indiscusso valore ambientale sono ancora soggetti a taglio indiscriminato e deforestazione. Di tutte le foreste allo stato naturale della Finlandia, solo il 5,1% gode di una qualche forma di protezione, mentre il Norvegia la percentuale scende al 2%.
In molte delle foreste boreali dei paesi del Nord Europa, gli alberi sono soggetti al tagli a raso, per essere poi ripiantati. In questo modo la biodiversità e gli ecosistemi vengono distrutti e le foreste che ricrescono sono molto più simili a piantagioni che agli antichi boschi distrutti.
Per porre fine a questo fenomeno e sensibilizzare governi ed opinione pubblica è nato il sito NordicForests, per volontà di Taiga Rescue Network, con la partecipazione di Friends of the Earth Norvegia ed altre associazioni. Sul sito è disponibile la mappatura delle foreste boreali del Nord Europa e delle aziende che le controllano per produrre legname: in questo modo i grandi consumatori di legname avranno a disposizione notizie sulla provenienza del legno e sullo stato delle foreste.
Foto | Flickr
Mangereste carne di balena? Se foste norvegese probabilmente sì, e anche con molto gusto. Soprattutto se foste un cittadino delle isole Lofoten, centro dell’industria di carne di balena. In questo articolo di The Guardian vengono riportate le dichiarazioni di diverse persone che in tutta naturalezza spiegano il perché mangiare carne di balena sia così normale.
“E’ una naturale risorsa di cibo come tutte le altre. Le gente (non norvegese) rimane spesso impressionata davanti un piatto di balena ma non davanti a un merluzzo o a un pollo. Dove è la differenza? ” afferma la 44enne Brita Malnes che lavora al porto di Henningsvaer.
Secondo la 81enne Olaug Johanssen “la carne di balena è molto salutare. Mi piace comprarla fresca quando arrivano i pescatori”.
La 26enne Erik Ellingsen, mentre impacchetta fettine di balena, fa invece notare come “i francesi mangiano i serpenti e li considerano una pietanza molto buona. Lo stesso vale per noi norvegesi che mangiamo carne di balena”.
Via | The Guardian
Foto | El senyor dels Bertins
Anche le prigioni diventano eco-sostenibili: in Norvegia, nell’isola di Bastoey, 75 km a sud di Oslo, è stato realizzato il primo eco-carcere al mondo. Utilizza energia fotovoltaica, risparmiando più del 70% rispetto ad una struttura penitenziaria ordinaria; ai detenuti viene insegnato a riciclare e a coltivare i prodotti che consumano.
Le verdure coltivate spesse sovrabbondano le necessità dei 115 detenuti e dei 20 addetti alla sicurezza per questo vengono vendute alle altre strutture. Bastoey è l’ “isola della speranza”: il carcere non ha deturpato il fiordo norvegese che lo ospita visto che non è stato costruito alcun muraglione in cemento e la riserva naturale limitrofa è stata appena lambita dalla costruzione.
Più che un penitenziario sembra un campo estivo, visto che i detenuti non passano il tempo in cella: hanno un raggio d’azione limitato entro cui possono muoversi e lavorare. Per chi sgarra c’è il trasferimento in altre strutture, dove sarà rinchiuso nelle celle. Per questo motivo le infrazioni si contano sulle dita di una mano.
Via | Enn.com
Forse anche agli attivisti della Peta (People for the Ethical Treatment of Animals) non ne possono più di mangiare solo insalata. E così lanciano il concorso “1 milione di dollari a chi inventa la carne in vitro entro il 2012 e a prezzo competitivo”. Facile no?
L’idea non è nuova: per diversi anni, gli scienziati hanno lavorato per sviluppare tecnologie per la crescita di colture di tessuto da consumare come carne, senza le spese di allevamento, di mangimi e senza le malattie che di solito si possono diffondere negli allevamenti e in merito alla carne in vitro, proprio in questo mese si è tenuto un simposio internazionale in Norvegia.
Continua a leggere: Peta: 1 milione di $ a chi inventa la carne in vitro
Le colture del mondo non potranno sparire mai più e anche la Terra subisse le più inenarrabili catastrofi naturali o l’apocalisse nucleare, i sopravvissuti potranno comunque riprendere l’agricoltura e piantare le coltivazioni essenziali nella loro biodiversità. Oltre 100 milioni di semi provenienti da oltre 220 paesi sono arrivati al caveau blindato scavato nel permafrost delle isole Svalbard che ha aperto i battenti dagli inizi di febbraio. L’iniziativa, sponsorizzata da privati e enti statali di Australia, Germania, Inghilterra, Norvegia e USA ed appoggiata dalla Fao è costata 22 milioni e servirà a proteggere i preziosi semi di tutte le piante del mondo.
Un caveau di tunnel con diversi codici d’accesso scavato a 150 metri sotto il permafrost, a prova di esplosioni, terremoti e attacchi terroristici (al contrario di quello iracheno andato distrutto e quello nelle Filippine distrutto dal tifone) salverà le future colture dal riscaldamento globale permettendone nche il proseguimento degli studi genetici. La gestione è affidata alla Global Crop Diversity Trust, un’organizzazione non-profit internazionale per la varietà globale delle colture.
Il laboratorio è stato costruito in Norvegia perchè in caso di blackout elettrico, i preziosi semi possono sopravvivere grazie alla temperatura di -15° del permafrost: nel caveau infatti gli addetti alla catalogazione lavorano a 0° mentre i semi sono conservati in celle frigorifere intorno ai -18°, consumando molta meno energia elettrica di quanta ne sarebbe necessaria se il laboratorio fosse ad altre latitudini.
Via | Regjeringen.no
Il difensore civico dei consumatori norvegese (ombudsman) ha vietato di associare gli attributi “verde”, “pulito” e “non dannoso per l’ambiente” (in inglese “environmentally friendly”) alle auto: è pubblicità ingannevole.
Bente Oeverli, funzionario dell’ombudsman norvegese ha dichiarato: “Le auto non possono fare niente di buono per l’ambiente, a parte arrecare un minor danno rispetto ad altre auto.”
Per questo l’ombudsman ha sentenziato che le pubblicità non possono sostenere in alcun caso che un’auto sia semplicemente “verde”. Al massimo si può dire che un veicolo è più pulito di un altro, ma i motivi vanno specificati carte alla mano. Attenzione però: non si tratta di “motivi” generici. Al contrario, sono richiesti dati di impatto ambientale che comprendano tutto il ciclo di vita di un’auto dalla nascita fino allo smaltimento: produzione, emissioni, consumo energetico e riciclaggio.
Insomma, in Norvegia hanno chiaro un concetto ben espresso da quelli di carectomy.com: l’auto più pulita è quella che non guidi.
Se penso che in Italia abbiamo il coraggio di chiamare “verde” la benzina, mi viene da ridere…
Via | Carectomy
Foto | onyrix.com
Il governo norvegese ha fissato gli obbiettivi climatici nazionali ed essi vanno molto al di là di quelli fissati dal Protocollo di Kyoto. Il primo ministro norvegese, Jens Stoltenberg, ha commentato la pubblicazione delle linee guida palesando la volontà del Paese baltico di dare l’esempio al mondo intero su come sia possibile confrontarsi positivamente con i cambiamenti climatici.
La Norvegia prevede di finanziare opere al di fuori dei confini nazionali per
L’opposizione e alcune associazioni ambientaliste norvegesi hanno comunque criticato il governo “sono solo vecchie parole infiocchettate”. Greenpeace lamenta il mancato aumento delle tasse su elettricità, gas, petrolio, benzina, diesel, viaggi aerei e prodotti inquinanti. Altre associazioni dicono che le misure concrete sono poche “non basta proibire l’installazione di scaldabagno a gasolio nelle nuove case, a partire dal 2009, per salvare il clima”.
Continua a leggere: La Norvegia lotta per le quote di emissione