
Tra un paio di giorni, sarà svelato il decreto Liberalizzazioni voluto dal governo di Mario Monti. Accanto all’apertura ei servizi per l’acqua pubblica si prospettano anche libere trivellazioni offshore nel Mar Adriatico. Il decreto nasce con la collaborazione dei ministri Clini all’Ambiente e Passera allo Sviluppo.
Come riporta Bari Today:
Il decreto in preparazione comprenderebbe anche tre articoli - il 20, il 21 e il 22 - che introdurrebbero una serie di facilitazioni per l’attività di ricerca e di estrazione degli idrocarburi sul territorio nazionale, oltre ad aumentare gli investimeni destinati alla realizzazione di infrastrutture estrattive.
Replica Legambiente:
Insomma, per ottenere una buona valutazione da Standard & Poor’s e far alzare il rating il nuovo governo sceglie la via più antica e obsoleta: quella di svendere il paese ai petrolieri. Alla faccia della green economy.
Alfonso Pecoraro Scanio, ex ministro per l’Ambiente, invece mi scrive:
Nel Mediterraneo serve una moratoria della perforazioni petrolifere altro che libertà di trivella. Non basta la follia della meganavi che entrano impunemente nella aree marine protette, la libertà di Trivella è una assurdità degna di quella Sarah Palin e dei tea party americani che incoraggiano un consumismo nemico dell’ambiente. Nel Mediterraneo, mare chiuso e supertrafficato già i rischi del traffico di petroliere ed il catrame pelagico hanno superato i livelli di guardia. Le ricerche e perforazioni andrebbero bloccate del tutto nelle aree protette e sensibili e sospese per almeno dieci anni in tutto il Mediterraneo. Dopo il disastro della Bp serve una moratorie internazionale. Monti e Passera si impegnino su questo,per un Paese turistico e di mare come l’Italia questo è l’interesse nazionale.
Come risposta a Monopoli i cittadini scenderanno in piazza per protestare, mentre la prof.ssa Maria Rita D’Orsogna è stata sentita ieri in Commissione X proprio sulla sicurezza delle attività di trivellazione offshore.

Ho chiesto a Alfonso Pecoraro Scanio, ex ministro dell’Ambiente un parere sui risultati dei negoziati a Durban (la nostra cronaca qui). Pecoraro Scanio conosce bene le conferenze sugli accordi per la lotta ai cambiamenti climatici e contenimento del riscaldamento globale, nonché il Protocollo di Kyoto, avendo contribuito nella veste istituzionale alla loro stesura e organizzazione. Di seguito le sue riflessioni.
Il 17 è un numero sfortunato ma questa diciassettesima conferenza sul Clima non è fallita per colpa della sorte ma per un misto di miopia, interessi lobbistici e rassegnazione all’inazione. La conferenza di Durban è stata un sostanziale fallimento nascosto dall’approvazione di un protocollo formale e dalla creazione di un Fondo Verde che non si sa bene come funzionerà e come sarà finanziato.
Eppure fin dalla conferenza di Nairobi del 2007, la COP 13 , il cosiddetto rapporto Stern, commissionato dal governo britannico ad uno dei massimi economisti mondiali, ha spiegato che in materia di cambiamenti climatici il costo della non azione e di gran lunga superiore a quello degli interventi necessari.
Continua a leggere: Il parere di Pecoraro Scanio: "Durban, un fallimento camuffato"

Alfonso Pecoraro Scanio ex ministro dell’Ambiente ci scrive una lettera a commento dell’azzeramento del dicastero che ha diretto dal 2006 al 2008 (con Prodi), di fatto imposto dal DDL Stabilità votato ieri dalla maggioranza.
Lo scorso luglio, quando ci vedemmo per una lunga intervista a Roma, espresse il suo parere in merito al fatto che l’attuale ministro all’Ambiente Stefania Prestigiacomo, non fosse sufficientemente ascoltata e che il dicastero perciò non aveva sufficienti fondi. Quasi a preannunciare l’attuale crisi.
Oggi Pecoraro Scanio nella sua lettera lancia un invito nel paragrafo finale, in cui chiede a cittadini e consumatori, a noi tutti insomma, di esercitare pressioni su Tremonti e sul governo per far avanzare la riconversione ecologica della società e dell’economia. Prodromi per una rentrée?
La lettera dopo il salto.
Il ministero dell’Ambiente accorpato al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (e con la TAV?). In fondo, considerata la politica fin qui fatta dal Ministro Prestigiacomo, che ha preferito essere dama bon ton e caritatevole verso l’Ambiente piuttosto che cazzuta sostenitrice dei diritti ambientali, potrebbe essere la logica conclusione. Con la scusa dei conti da far quadrare. Infatti dal Governo, per difendere l’Ambiente arriveranno al ministero per il Bilancio 2012 appena 60milioni di euro. Per intenderci se al Ministero per lo Sviluppo è stata tagliata la banda larga, all’Ambiente sono state tagliate il 90% delle risorse. Si pensi che il ministro Pecoraro Scanio portò nel bilancio 2008 la dotazione economica a 1 miliardo e 649 milioni di euro.
Secondo il WWF a caldo dopo il can can del voto di fiducia (Berlusconi la sfanga ancora, come titolano su PolisBlog):
C’è chi da tempo lavora per un accorpamento del ministero dell’Ambiente con quello delle Infrastrutture e chi invece vorrebbe la sua trasformazione in un dipartimento della Presidenza del Consiglio dei Ministri che orienti e verifichi le Politiche ambientali dell’intero Governo. Il WWF oggi invece ritiene indispensabile difendere ancora una volta il Ministero dell’Ambiente come autonomo e indipendente da altri, al pari dei ministeri dell’Ambiente di tutti gli Stati avanzati e non solo.
Detto ciò il rosicato budget destinato all’Ambiente, tradotto nella realtà, porta gravi conseguenze. Azzerati i fondi destinati al recupero del dissesto idrogeologico; ridotti a 3 milioni di euro i finanziamenti per il raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto; 3 milioni saranno destinati all’efficienza energetica; 2 milioni per l’aria pulita; 3 milioni di euro per i Parchi Marini. Soldi che nella maggior parte dei casi servono solo a pagare gli stipendi.
Ma mentre dalle opposizioni chiedono che il Ministro per salvare l’Ambiente si dimetta, lei, la Prestigiacomo non batte ciglio e assicura dal sito del Ministero che tutto va bene e che il Sistri continua nei suoi test.
Foto | Fai Comunicazione
Attualmente, nel continente americano è possibile contare 334 specie di colibrì, il volatile più piccolo del mondo. Questo splendido uccello venerato dagli Aztechi e dai Nazca costituisce la prova vivente di quanto l’ampiezza delle dimensioni come parametro per definire l’importanza di un essere vivente, siano del tutto erronee. Con una lunghezza del corpo che varia tra gli 1,6 cm del Colibrì Elena (calypte helenae)e i 21 cm del Colibrì Gigante (patagona gigas), il colibrì è uno degli esseri più importanti per il mantenimento degli ecosistemi. Responsabile dell’impollinazione dell’85% degli alberi dell’Amazzonia in cui vive risente moltissimo della deforestazione e dell’incremento delle piantagioni, tanto da rischiare seriamente l’estinzione… e con essa anche l’inarrestabile galoppata della desertificazione del Sudamerica nell’arco di tre generazioni, afferma la comunità scientifica. Un orrore da scongiurare. Con tutti i mezzi. Per questo motivo nel 2005 il governo peruviano ( e di recente anche il governo colombiano) si è rivolto all’Italia perché si provvedesse alla loro riproduzione in cattività nel Centro di eccelenza per la salvaguardia dei colibrì, nella riserva di Miramare (Trieste), e alla loro successiva introduzione in natura nei Paesi d’origine. La struttura fa capo al ministero dell’Ambiente ma, praticamente dall’inizio dei suoi lavori, non riceve fondi oppure, anche quando ci sono sono stati, essi non hanno mai superato il margine della sussistenza.
Continua a leggere: Chi salverà i 100 colibrì della Riserva Miramare?
Una multa salata pari a 555 milioni di euro: ecco cosa spetta all’Italia a causa della mancata applicazione degli interventi per la riduzione delle emissioni di C02 come conseguenza degli accordi relativi al Protocollo di Kyoto. Multa che potrebbe salire a 840 milioni di euro se i livelli delle emissioni, entro il 2012, continueranno a essere sforate.
L’attuale Governo si affretta a dichiarare che la colpa è di Alfonso Pecoraro Scanio, ex Ministro all’Ambiente nel Governo Prodi, e delle sue illusioni ambientaliste e degli assurdi obiettivi sulle emissioni. Ha detto il Ministro Scajola:
Per l’incapacità di contrattazione del precedente Governo e dei ministri competenti, il conto della bolletta clima-energia in Italia è molto salato.
Stefania Prestigiacomo, attuale Ministro all’Ambiente, ha tentato nei mesi scorsi, con una serie di piagnucolose proteste di rivedere, anzi mercanteggiare, le quote di emissioni del pacchetto clima 20-20-20, portando a casa l’unico risultato di un rimbrotto del Presidente Srakozy che le ha lasciato un laconico “vedremo” e un rimando a dicembre a Copenaghen alla conferenza sul clima.
Intanto le multe sono state comminate e all’Italia non resta che pagarle, o meglio saremo noi a pagarle. Le associazioni dei consumatori hanno già fatti i conti: a ogni italiano spetterà una quota pari a circa 40 euro. Ma per il Ministro Prestigiacomo, la nostra politica energetica è e resta molto efficiente.
Foto | Flickr
Per chi non lo conosce, Gianni Mattioli è un professore universitario di fisica, ed è stato tra i fondatori del movimento ambientalista italiano. Già nel 1978 fondava il Comitato per la scelta dell’energia con l’obiettivo di diffondere la ricerca e l’utilizzo di fonti pulite di energia.
L’intervista fa parte di un format televisivo pensato per parlare di ambiente ed ecologia che si chiama Madre Terra. Il format è stato ideato da Gianfranco Mascia.
Si è aperta stamane a Parigi presso la sede dell’ OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) la riunione dei Ministri dell’Ambiente in cui si discuterà di “Ambiente e competitività globale”. La due giorni è presieduta da Alfonso Pecoraro Scanio in veste, ancora per poche ore, di Ministro.
I Ministri dell’Ambiente dei 30 paesi OCSE, i loro omologhi dei paesi candidati all’adesione (Cile, Estonia, Israele, Russia e Slovenia) e i ministri provenienti dal Brasile, Cina, India, Indonesia e Sud Africa si confronteranno sulle modalità di azione condivise per raggiungere obiettivi ambientali comuni: riduzione dell’inquinamento, conservazione della natura e minore produzione di carbonio.
L’OCSE ha recentemente pubblicato l’ Oecd Enviromental outlook to 2030 nel quale si evidenziano soluzioni politiche per fare fronte al cambiamento climatico, alla perdita di biodiversità, alla scarsità d’acqua e alle conseguenze sulla salute causate dall’inquinamento.
Intanto i piani presentati dagli Stati Uniti per bloccare l’incremento di emissioni di gas serra entro il 2025 sono stati giudicati troppo modesti e arrivano troppo tardi, secondo alcuni dei delegati di Parigi; mentre altri hanno apprezzato le proposte avanzate da George W. Bush perché rappresentano un primo passo verso misure di questo tipo. Le previsioni fatte dal Comitato ONU sul clima indicano che le emissioni nei paesi industrializzati devono scendere, entro il 2020, di una percentuale tra il 25 e il 40% rispetto ai livelli del 1990, per evitare siccità, inondazioni e l’innalzamento dei mari.
Concluso lo spoglio delle schede elettorali, la Sinistra arcobaleno (SA) è diventata una forza extra-parlamentare. Di questo tutti ne parlano. Qui ci interessa di più il fatto che anche i Verdi - in quanto componenti della SA - rimangono fuori dal Parlamento, dove erano presenti dal 1987.
Perche’ spariscono i Verdi dal Parlamento italiano?
La mia idea è che il voto verde si sia disperso per la scelta del Sole che ride di non essere un partito moderato. Una parte dei voti ambientalisti si sono così diretti verso il PD, che ha puntato molto sul cosiddetto “ambientalismo del fare”. Parte delle battaglie ambientaliste sono state fatte proprie da Walter Veltroni.
Non si tratta però di cannibalismo: siamo semmai di fronte ad un caso di autoannientamento. Entrando nella SA, i Verdi hanno cercato di obbligare gli elettori ambientalisti ad ingurgitare il cocomero o saltare dalla finestra. Mi spiego. La Federazione dei Verdi sotto la guida di Pecoraro Scanio ha deciso di trasformarsi in cocomero: verde fuori e rossa dentro. Molti ambientalisti però sono moderati e non vedono fra i propri riferimenti valoriali l’eredità comunista. Proprio per questo dopo la virata a sinistra di Pecoraro Scanio, alcuni Verdi lasciarono la Federazione. Questa virata a sinistra - fatto ormai consolidato - ha impedito ai Verdi di collocarsi col PD.
Continua a leggere: Neanche un verde in parlamento: ma il cocomero funziona?
Dal mese prossimo l’Italia avrà la prima rete per la distribuzione di idrogeno prodotto con fonti alternative: per mostrare al grande pubblico l’iniziativa che aprirà in Puglia, è arrivato in Italia l’ economista Jeremy Rifkin già da tempo sostenitore dei progetti verdi.
Finalmente in Italia possiamo guardare con un po’ più d’ottimismo: i 5 milioni di euro investiti nel progetto dal Ministero dell’Ambiente, dalla Regione Puglia e dall’Università dell’idrogeno permetteranno di avere i primi 5 distributori di idrometano, una miscela composta per il 30% di idrogeno e per il restante 70% di metano: in ogni provincia della Puglia sarà possibile scegliere tra idrogeno puro, metano e idrometano. Una buona notizia per le 600mila auto a metano che già circolano in Italia, che non dovranno fare alcuna modifica per fare il pieno in queste nuove stazioni di servizio.
“Si potrà viaggiare leggeri, con un carburante regalato dal sole e dal vento” sostiene RifKin perchè si abbatteranno del 20% le emissioni inquinanti: per l’idrometano è un debutto su scala mondiale, visto che al mondo esistono soltanto altri 15 distributori e la filiera dell’idrogeno pulito, ottenuto utilizzando fonti rinnovabili, sta nascendo in Italia, nella Puglia, la futura California italiana così come l’ha definita il ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio.
L’acqua locale sarà la fonte primaria per la produzione dell’idrogeno: è la dimostrazione che la terza rivoluzione industriale (secondo Rifkin) seguirà uno sviluppo flessibile e decentrato e l’energia dovrà esser presa e distribuita creando un sistema affidabile e sicuro per le generazioni future.
Via | RaiNews24