
In concomitanza con la Conferenza sul Clima di Durban, in corso in Sudafrica, l’UNEP ha pubblicato un rapporto sull’impatto dei cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo dell’Asia e dell’Africa.
Il dossier analizza le difficoltà di sostentamento per la popolazione femminile, dedita all’agricoltura, che si ritrova a fronteggiare fenomeni meteorologici sempre più estremi in condizioni di forte disuguaglianza.
Il report Women at the frontline of climate change: gender risks and hopes evidenzia il ruolo cruciale delle donne nella gestione degli ecosistemi agricoli, sottolineando che le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici devono puntare su un maggior coinvolgimento della popolazione femminile. La parità tra i sessi in questi Paesi ed il medesimo accesso alle risorse è infatti fondamentale per gestire in modo sostenibile i lotti agricoli.
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Global trends in renewable energy investment 2011 è il nuovo Rapporto dell’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, che rivela lo stato degli investimenti energetici a livello globale. Quest’anno, il report rivela una crescita esponenziale degli investimenti per lo sviluppo delle rinnovabili tanto da far ipotizzare, per il prossimo futuro, un sorpasso delle stesse rispetto a quelle fossili.
Negli ultimi 12 mesi, infatti, 211 miliardi di dollari sono stati spesi per l’implementazione delle fonti alternative contro i 219 miliardi versati, nello stesso periodo, per lo sviluppo di quelle di orgine fossile. Ma ciò che colpisce l’immaginario, più di ogni altra questione, è l’accellerazione impressa alle prime dal 2009 a oggi facendo segnare un + 32 % degli investimenti che si sarebbero realizzati prevalentemente nei Paesi in via di sviluppo per i quali le spese per il solare, il geotermico, l’idroelettrico e l’eolico hanno superato quelle degli Stati industrializzati di circa 2 miliardi. Chi ha saputo fare meglio, comunque, è sicuramente la Cina (48,9 miliardi di dollari) seguita dalla Germania (41 miliardi) e dagli Stati Uniti (29, 6). In Europa, seguono l’Italia (5,5 miliardi), la Francia (2,7 miliardi) e la Repubblica Ceca.
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L’Unep (United Nations Environment Programme), anche grazie agli interventi trasversali occorsi durante la Cop-10 di Nagoya, relativi alla definizione del “valore economico” aggiunto della conservazione delle specie, ha presentato la “Guida alla biodiversità dalla A alla Z” destinata, in via prioritaria, alle imprese.
Moltissime le aree chiave delineate in riferimento al parametro “biodiversità” (aree in crisi, ultime terre selvagge, IBA,ecoregioni globali, ecc..) e per ognuna di esse è stato presentato lo specifico status giuridico, i valori socio-culturali di riferimento e, ovviamente, la puntuale catalogazione di habitat e specie presenti. Obiettivo precipuo del volume è quello di aiutare le imprese, piuttosto che i governi e le ONG (avendo dimostrato, i primi, una generale incapacità a raggiungere gli obiettivi fissati nell’ormai obsoleto Countdown 2010), fornendo tutte le informazioni tecniche necessarie per indurle a un atteggiamento responsabile e ad impegnarsi, esse stesse, in concrete azioni di salvaguardia.. Già, perché la novità uscita a Nagoya - per quanto antipatico sia - è proprio che”biodiversità” fa rima con “profitto”.. D’altro canto, poi, è impossibile parlare di ambiente senza fare riferimento agli innumerevoli legami interspecie che corrono in qualunque contesto geografico…E una responsabilità richiesta ai motori dell’economia dalle Nazioni Unite, non importa di quali dimensioni, è proprio quella di usare assennatezza in materia, con particolare riferimento alla scelta dei propri insediamenti… Tuttavia, nonostante le ottime intenzioni e la presentazione di un lavoro di spessore enorme, esso pecca proprio - a mio avviso - nella capacità di interessare effettivamente le imprese cui è rivolto…E’ tristemente noto, infatti, che l’economia ascolta solo la voce del profitto.. proprio quelle voci che mancano quasi del tutto nel volume consultabile, in inglese, qui
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Il 5 giugno è la Giornata mondiale dell’Ambiente WED2010 o World Enviromental day, . Il giorno dopo è la volta della Giornata della decrescita. Oramai sul calendario a ogni giorno corrisponde una commemorazione molto spesso rivolta a sensibilizzare l’opinione pubblica alla tutela del Pianeta. La giornata dell’Ambiente è voluta e organizzata dall’UNEP, la sezione delle Nazioni Unite che si occupa di tutela ambientale: girano oltre a proclami, programmi e progetti anche tanti ma tanti soldi.
Dimostrazione? In Europa la manifestazione ufficiale si tiene nella verde Ginevra con il trenino elettrico che porta i visitatori in giro per il Parc Palais des Nations - Parc de l’Ariana aperto per l’occasione. Invece la sede mondiale dell’evento è in Rwanda, stato affatto tranquillo. Tema di questa giornata è “Milioni di specie. Un Pianeta. Un avvenire comune”. Il Rwanda è stato scelto perché:
è un luogo straordinariamente ricco di biodiversità che ha fatto dei progressi enormi in merito alla protezione dell’ambiente.
Migliaia gli eventi organizzati in tutto il modo come azioni di pulizia di spiagge, fondali marini oppure, concerti, mostre, festival o meeting e tanto altro. I testimonials sono la top model Gisele Bündchen, ambasciatrice UNEP che nella settimana della moda a San Paolo dall’8 al 14 giugno porterà il messaggio per la tutela ambientale. Mentre Don Cheadle sarà nominato ambasciatore. Dal sito è possibile votare l’eroe del WED tra: Luo Hong fotografo; Roz Savage che ha attraversato il Pacifico in solitaria; Charles e Sho Scott padre e figlio che hanno attraversato il Giappone in tandem; David de Rothschild con il progetto Plastiki e il Progetto Kaisei per la pulizia degli oceani.
L’evento, com’è prevedibile, muoverà migliaia di persone con aerei, treni, auto, tra delegati, rappresentanti e partecipanti di lusso E il tutto probabilmente sarà ignorato dai media principali se non come notizia spot o curiosa a cui riservare pochi minuti o poche righe. Non si parlerà approfonditamente di alcun tema e noi in Italia continueremo a credere che gli OGM saranno la risposta all’economia agricola e non la tomba della nostra biodiversità; continueremo a credere che il nucleare sarà la soluzione all’autonomia energetica e che dobbiamo viaggiare per proteggere l’ambiente e festeggiarlo a Ginevra.
E’ stato presentato ieri, a Bali, il rapporto dell’Unep (il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) Recycling - from E-Waste to Resources che analizza i dati di 11 paesi in via di sviluppo relativamente alla produzione e alla crescita futura di rifiuti elettrici dispersi nell’ambiente.
E’ subito allarme: ogni anno, il nostro pianeta accumula 40 milioni di tonnellate di rifiuti hi-tec - 3 milioni dei quali prodotti dagli Usa seguiti dalla Cina con 2,3 tonnellate ( di cui 1,3 milioni di tv usate e 300mila di vecchi pc) - senza che, nella maggior parte dei casi, vengano previste adeguate pratiche per lo smaltimento. La crescita esponenziale della domanda di prodotti elettronici nelle economie emergenti rischia, nell’arco dei prossimi dieci anni, di far collassare il pianeta: ai ritmi attuali di smaltimento, infatti, entro il 2020 nella sola India l’e-waste aumenterà rispetto ai livelli del 2007 del 500%. Nella Repubblica popolare cinese, invece, la forbice sarà leggermente più contenuta - ma non per questo più rassicurante - attestandosi attorno a valori compresi tra il 200 e il 400%.
L’accumulo di rifiuti elettrici nell’ambiente risulta, inoltre, aggravato dalla prassi di alcuni Paesi in Africa, ma anche Cina e India, di proporsi come discarica dei paesi occidentali allo scopo precipuo di recuperare, in questo modo, le piccole componenti “nobili” degli scarti hi-tec, ovvero metalli pregiati tra cui l’oro. Achim Steiner, direttore esecutivo dell’Unep, ha commentato:
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La nazionale di calcio del Camerun è pronta a scendere in campo per la tutela della biodiversità del mondo, guidata dal suo giocatore più famoso, l’interista Samuel Eto’o. L’iniziativa si chiama Play for Life ed è promossa dall’UNEP, programma per la tutela dell’ambiente delle Nazioni Unite, in partnership con Puma.
Play for Life mira a sensibilizzare ed informare per la conservazione della biodiversità appassionati di calcio, tifosi e pubblico durante i prossmi eventi calcistici in Africa: la Coppa d’Africa in Angola, le partite amichevoli ed i Mondiali di calcio, evento ad altissimo impatto. Per l’occasione, le 12 squadre africane sponsorizzate da Puma, indosserano l’Africa Unity Kit, diventando ambasciatrici di un messaggio di tutela ambientale rivolto agli africani e al pubblico internazionale.
Dalla vendita del kit, approvato dalla Fifa, si ricaveranno fondi volti a tutelare le biodiversità del continente africano e a salvaguardare specie a rischio come leoni, elefanti e gorilla.
Giunto alla sua nona edizione, il Corso Euromediterraneo di Giornalismo Ambientale Laura Conti, si terrà per la prima volta in Liguria, presso il campus Universitario di Savona. Il corso è organizzato da La Nuova Ecologia, il mensile di Legambiente, in partnership con il Programma Ambientale delle Nazioni Unite e l‘Istituto Nazionale di geofisica e vulcanologia.
Per quanto riguarda il giornalismo ambientale, il corso è uno dei migliori in Italia e, secondo i dati di Legambiente, almeno un terzo dei partecipanti avvia rapporti di lavoro al termine del corso. Il corso dura 7 settimana, da ottobre a dicembre, mette a disposizione borse di studio ed è aperto a giornalisti professionisti, pubblicisti, ma anche a laureati e diplomati interessati all’informazione ambientale.
Il corso ha due importanti momenti dedicati ad attività pratiche: due giornate dedicate al giornalismo radiofonico oltre a un laboratorio redazionale finalizzato alla pubblicazione di uno speciale de La Nuova Ecologia e il workshop finale di una settimana, in cui i partecipanti lavoreranno in una redazione per produrre servizi giornalistici sulle valenze naturali e sociali, le risorse, i problemi e le opportunità di sviluppo dell’area ambientale. Per chi fosse interessato, le iscrizioni sono aperte fino al 18 luglio.
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La settimana scorsa si sono riunite in Indonesia le rappresentanze di 120 nazioni, per discutere dello stato di salute e di inquinamento degli oceani. Secondo il rapporto stilato dalla Fao e dal programma delle Nazioni unite per l’ambiente, presentato al pubblico alla Conferenza mondiale sugli oceani, ogni anno vengono immessi negli oceani 6,4 milioni di tonnellate di rifiuti.
Di questi rifiuti, 5,6 milioni (l’88%) provengono da imbarcazioni mercantili. La concentrazione di massa di spazzatura riguarda zone di accumulo in alto mare, e in particolare il Pacifico centrale, la zona di convergenza equatoriale. Ogni giorno vengono rilasciati in mare circa 8 milioni di rifiuti, di cui circa il 63% sono rifiuti solidi gettati o persi dalle navi. Si stima che in ogni chilometro quadrato di oceano galleggino circa 13.000 pezzi di rifiuti di plastica. Il dato peggiore è quello relativo all’anno 2002, rilevato nel Pacifico Centrale, in un punto in cui si accumulano rifuti: per ogni chilo di plancton ci sono 6 chili di plastica.
Tra le misure preventive e i suggerimenti discussi durante la conferenza per salvare il mare dall’inquinamento, sono state proposte linee guida che mirano soprattutto a coinvolgere la cittadinanza, strategie di supporto ad enti privati e pubblici affinchè collaborino in una rete-sistema dalla produzione allo smaltimento, oltre alla promozione di campagne ambientali e l’impiego di materiali biodegradabili.
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L’obiettivo dell’UNEP è davvero molto ambizioso, ma c’è ancora del tempo: dicembre 2009 quando i risultati saranno presentati alla Conferenza internazionale sul clima per arrivare a piantare sette miliardi di alberi.
E tra i circa 3 miliardi già piantati ci sono i 707 milioni in Turchia, 726 milioni in Etiopia, 472 milioni in Messico, 140 milioni in Kenya, 137 milioni a Cuba, 100 milioni in Indonesia, 84 milioni in India, circa 54 milioni in Cina, 50 milioni in Rwanda, 47milioni in Corea del Sud e 46 milioni in Perù.
Se volete, potete assumervi l’impegno a piantare un albero anche voi, seguendo le istruzioni e registrando poi o l’intenzione a farlo o che lo avete fatto.
Via | La nouvellerepubblique
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Noi abbiamo parlato per la prima volta di Green New Deal, ovvero di un “New Deal verde” per uscire dalla crisi mondiale seguendo il modello che usò Roosevelt per risollevare gli Stati Uniti dalla crisi del Ventinove, in occasione del lancio della Green economy Initiative.
Il nuovo programma dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) aveva un obiettivo chiaro, sviluppare un’economia verde “spostando e ricentrando l’economia verso investimenti in tecnologie pulite e infrastrutture naturali, come le foreste e i suoli”. Ci sono diversi settori molto promettenti per ritorno economico, posti di lavoro creati e sostenibilità ambientale. Si va dall’agricoltura sostenibile, inclusa quella biologica, alle energie e tecnologie “pulite”, ed alla lotta alla deforestazione ed al degrado delle foreste.
Come è avvenuto in Messico, dove un milione e mezzo tra i messicani più poveri hanno trovato lavoro nella tutela delle foreste, preservando contemporaneamente risorse importanti per il paese e rallentando il riscaldamento globale.