
Una Europa più responsabile, dinamica, verde e sicura. Queste le priorità fissate dalla Danimarca per i suoi sei mesi di Presidenza del Consiglio dell’Unione europea. Lo stato membro non usa l’euro ma nonostante ciò dovrà affrontare comunque la crisi economica in atto. Nasce dalla consideraszione dell’attuale momento storico la necessità di avere, secondo il paese della Sirenetta, una Europa più responsabile che punti piuttosto alla crescita da affrontare attraverso le armi della Green economy.
La presidenza danese invoca, per uscire dalla crisi, lo sviluppo dei potenziali non espressi offerti dal mercato unico per una crescita più verde e più sostenibile. L’intenzione è di passare all’offensiva di una crescita senza disperdere ulteriormente energia e risorse naturali. Questo è considerato il primo dei dieci obiettivi fissati dal Bureau européen de l’environnement (BEE) per il semestre danese.
Raggiungerlo sarà complesso ma fattibile secondo i danesi a patto che vi sia uno sforzo comune a tutti gli Stati e che consiste nell’adozione di misure che migliorino il rendimento energetico e di un uso più razionale delle risorse naturali. La BBE, dal canto suo insiste su due obiettivi necessari alla crescita verde: la messa in atto di una riforma fiscale ambientale e la soppressione di sussidi dannosi per l’ambiente.
Continua a leggere: Presidenza danese della Ue: la green economy per uscire dalla crisi

La follia planetaria che si è appena rappresentata a Durban si è conclusa. Per 15 giorni 17mila delegati di governo e ONG in rappresentanza di 190 paesi hanno non si sa bene fatto cosa se alla fine di tutto questo circo la risposta è stata: riparliamone nel 2015. Nel mentre i delegati sono saliti a bordo di migliaia di aerei spandendo ulteriormente quell’inquinamento che tanto si cerca di contrastare. Con calma però.
L’intesa a Durban in merito agli accordi di riduzione delle emissioni di CO2 arriva oltre l’extremis: ben 36 ore dopo la chiusura dei negoziati. Un vero e proprio atto di diplomazia internazionale targato Unione europea che non costringe la stampa a mettere la parola fallimento nei titoli e che lascia aperto uno spiraglio, ma piccolo piccolo di discussione. In sostanza se ne riparlerà nel 2015 con il nuovo Protocollo di Kyoto 2 che entrerà in vigore dal 2020. Di fatto l’accordo racchiude una sfilza di promesse di riduzione delle emissioni. Promesse appunto che non è detto si traducano in azioni in grado di contenere entro 2 gradi centigradi il riscaldamento globale del Pianeta.
Il protocollo di Kyoto, adottato nel 1997 e in vigore dal 2005, è ad oggi il solo trattato internazionale sui cambiamenti climatici. Imposta gli obiettivi per la riduzione dei gas a effetto serra (GHG) per circa 40 paesi industrializzati, con l’eccezione degli Stati Uniti che non lo hanno ratificato così come Cina, India e Brasile. I paesi in via di sviluppo, per la verità non furono proprio inclusi mentre nel frattempo si sono sviluppate le economie dei BRIC ossia paesi dalle economia in forte espansione e che non vogliono essere penalizzati dagli accordi di riduzione delle emissioni. Perché ricordo il binomio caro ai Paesi industrializzati: più emissioni di gas serra=più produzione di merci. La crescita dei BRIC è sostenuta da tanta energia a basso costo: per ora quella più inquinante perché ottenuta dal carbone.
Continua a leggere: Fallimento Durban, con Kyoto2 si salvano le apparenze ma non il clima
Più volte su Ecoblog, abbiamo parlato delle quote di di CO2, ovvero di quel sistema ideato e messo a punto dall’Unione Europea che assegna ad alcuni settori produttivi (produzione elettrica, industria pesante) un tetto alle emissioni di anidride carbonica. Il fine ovviamente è quello di stimolare i settori stessi ad investire in tecnologie di produzione più pulite onde evitare di ricorrere ogni anno all’acquisto di permessi di emissione e, in caso di mancato acquisto di questi, in sanzioni pecuniarie.
Alle numerose polemiche che su questo meccanismo si sono succedute negli anni (l’ultima delle quali qualche mese fa da parte degli Stati Uniti), sono arrivate nei giorni scorsi anche quelle feroci da parte dell’ICAO (l’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile) a suo dire critica con l’Unione Europea la quale, avendo assoggettato agli obblighi (a partire dal 2012) anche le compagnie aeree non del vecchio continente, avrebbe creato una frattura non di poco conto fra i vettori europei ed extraeuropei. L’UE non ha però intenzione di fare passi indietro sul nuovo sistema che entrerà in vigore dal 2012 e preme invece per un accordo su questo fronte a livello globale, che però stenta a decollare proprio per la reticenza dell’ICAO.
In parole povere l’Ue vorrebbe che le compagnie extraeuropee venissero obbligate a rispettare delle regole sulle emissioni, magari anche con sistemi diversi rispetto al mercato di emissioni di CO2 adottato in Europa, ma comunque in modo da responsabilizzare tutti ad investire per un minor impatto ambientale nel settore aereo senza inficiare la libera concorrenza e la competitività del settore. Qualora questo invito non venisse accolto, tutti i vettori che atterreranno in suolo europeo si troveranno a dover seguire le regole dell’Unione Europea e quindi assoggettati alle regole; ciò significherà naturalmente che anche per le compagnie extracontinentali vi sarà un aggravio di spese.
Continua a leggere: Quote emissioni CO2 per il settore aereo: divampa la polemica fra UE e ICAO

L’Europa inizia a essere seriamente preoccupata dalla dipendenza dal petrolio e fa sapere che occorre mettere in campo una strategia energetica che ne tenga conto. A lanciare l’allarme è Marjeta Jager direttore della Commissione Europea generale per la politica dei trasporti e la mobilità che ha messo in guardia, durante la conferenza sul picco del petrolio che si è tenuta al Parlamento europeo, sul fatto che sarebbe un “errore fatale” per l’Unione europea rinviare ancora le misure per ridurre la dipendenza dal petrolio.
La scorsa settimana il capo economista della International Energy Agency, Fatih Birol, ha detto che la produzione del picco del petrolio è stata effettivamente raggiunta nel 2006.
Ha detto la Jager:
Se l’azione è ritardata, in un futuro non troppo lontano potremmo essere costretti a ridurre drasticamente la mobilità e tutte le nostre soluzioni tecnologiche d’importazione dall’altra parte del mondo.
Il picco del petrolio, ossia, il punto in cui si è verificata la maggior estrazione di greggio e in cui inizia la diminuzione di approvvigionamento di questa risorsa è iniziato. I primi allarmi in tal senso provocarono le risatine di una parte dell’industria petrolifera, che oggi però è costretta a ammettere che sì, effettivamente si sta per raggiungere o si è già raggiunto il picco del petrolio.
Ci sarà ora la bolla speculativa? Forse. Di certo è fondamentale ora iniziare a ripensare la gestione delle risorse e l’approvvigionamento di energia.
![]()
L’allarme nucleare di Fukushima, come vi abbiamo raccontato già la settimana scorsa, sta avendo ripercussioni anche sulla catena alimentare: la contaminazione nucleare ha colpito diversi animali e vegetali mangiati dall’uomo, e questo è un grave rischio per la salute.
L’Europa corre ai ripari ed emana un regolamento ad hoc per irrobustire i controlli sui cibi importati dal Giappone. Si tratta del Regolamento di esecuzione (Ue) n.297/2001 del 25 marzo 2011:
la Commissione è stata informata che i livelli di radionuclidi in alcuni prodotti alimentari, quale latte e spinaci, originari del Giappone superavano negli alimenti i livelli di azione applicabili in Giappone. Questa contaminazione può costituire una minaccia per la salute pubblica e degli animali nell’Unione ed è quindi opportuno adottare con urgenza e a titolo precauzionale misure a livello dell’Unione per garantire la sicurezza degli alimenti per animali e dei prodotti alimentari, compresi il pesce e i prodotti della pesca, originari del Giappone o da esso provenienti
Il regolamento prevede che i cibi giapponesi non possano entrare in Europa senza un controllo delle radiazioni all’origine. A questo controllo si aggiungono dei test a campione sulla merce arrivata nei paesi europei. Già pochi giorni dopo l’incidente nucleare di Fukushima, in molti aeroporti europei compresi quelli italiani, i cibi provenienti dal Giappone furono sottoposti a quarantena.
Via | Unione europea
Foto | Flickr

La LIPU-BirdLife Italia all’indomani della sentenza con cui la Corte di Giustizia europea ha condannato la Regione Sardegna per aver concesso deroghe di caccia in modo diverso da quanto previsto dalla direttiva Uccelli.
Si tratta allora di un nuovo caso-scuola, perché la deroga messa in atto dalla Sardegna e duramente condannata dalla Corte è una prassi utilizzata in molte altre regioni italiane: si grida genericamente al danno ma non lo si individua né quantifica, e soprattutto si ignora completamente che possono esistere soluzioni ben più efficaci dell’abbattimento degli animali.
E’ giunto il momento di dire basta ai trucchetti di quel mondo venatorio che continua a premere perché si violino le regole e si cacci più di quanto è possibile. Il Governo intervenga, a cominciare dall’impugnazione dalla nuova truffa in vista proprio nella Regione Sardegna, dove è stata approvata una legge sulle deroghe clamorosamente illegittima, perché priva della previsione del parere ISPRA. Una legge che, nel bizzarro progetto di qualcuno, dovrebbe addirittura consentire, magari per danni all’agricoltura, la caccia ai tordi a febbraio, per i quali invece l’attività venatoria deve aver termine entro e non oltre il mese di dicembre.

Un ristorante di Pieve di Ledro (Trento) ha deciso di inserire la carne di orso fra i piatti del suo menu. Non molto lontano dai nostri confini, in Croazia e in Slovenia, gli orsi sono uccisi in numero massiccio.
Anche nel vicino Veneto i plantigradi hanno avuto non poche difficoltà: come non ricordare il caso dell’orso Dino, che la Regione voleva sospingere in Slovenia, così che potesse essere cacciato? La LAV deve dunque nuovamente ribadire che cacciare gli orsi, proporre il loro abbattimento, e, naturalmente, cucinarli sono condotte perseguibili come reato e illegali.
Gli orsi infatti sono una specie protetta, a livello nazionale, europeo e internazionale grazie alla Convenzione di Berna del 1979, alla legge quadro sulla protezione della fauna selvatica del 1992, e alla “Direttiva habitat” 92/43 dell’Unione Europea all’allegato IV del documento “Specie animali e vegetali d’interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa”.

Lo Scofcah, cioè il Comitato permanente per la salute della catena alimentare e animale in seno all’Unione europea, ha approvato una bozza di regolamento sul rapporto tra Ogm e mangimi per la zootecnia. In particolare il nuovo regolamento prevede la possibilità che i mangimi contengano sino allo 0,1% di Ogm. Una soglia che vale quando l’organismo geneticamente modificato è stato già approvato da un paese extra-Ue ed è ancora in fase di autorizzazione all’interno dell’Unione. E quindi è ancora illegale in Europa.
Questa bozza ora passa al Parlamento europeo e al Consiglio e se entro tre mesi nessuno dei due si opporrà diverrà legge. I Verdi europei sono furiosi: Simona Capogna, vicepresidente del partito, ha affermato che i mangimi
già assolutamente inadeguati per garantire la sicurezza alimentare, vedranno la loro qualità peggiorare ulteriormente e se il Parlamento europeo non si opporrà sarà possibile, a partire da quest’estate, trovare tra gli ingredienti dei mangimi anche Ogm ‘momentaneamente illegali’ in Europa, in quanto in attesa di autorizzazione
Ma tanto, si sa, ormai siamo invasi dagli Ogm. Perché togliere il piacere di una buona soia transgenica alle nostre mucche?
Via | Agricoltura on web
Foto | Flickr
Una sfilza di brutte notizie per l’olio extravergine di oliva. La prima viene dall’Unione europea: il regolamento 61/2011, che entrerà in vigore il primo aprile, cambia i parametri chimici ammessi per la produzione di questo alimento aumentando a 150 milligrammi per chilo la soglia di “alchil esteri”. Questo strano nome indica alcune componenti chimiche che si formano naturalmente nell’olio, a causa della fermentazione, quando passa troppo tempo tra la raccolta e la spremitura. L’olio buono, secondo gli esperti, non ha più di 20-30 milligrammi di alchil esteri per ogni chilo.
Secondo la Cia portare a 150 questo valore vuol dire permettere alle aziende produttrici di invadere il mercato di olio di bassa qualità, se non addirittura di tarocchi:
in questo modo si fornisce un lasciapassare pericoloso a chi produce oli di dubbia qualità, autorizzando indirettamente la vendita dei cosiddetti “deodorati”
Continua a leggere: Nuovo regolamento Ue: a rischio l'olio extravergine. Che spesso è taroccato...

In Olanda si sta discutendo, in questi giorni, se vietare o meno il metodo di macellazione ebraico. Questo metodo, molto simile alla macellazione tradizionale islamica, prevete l’uccisione dell’animale senza una sorta di “stordimento” preventivo portandolo, così, alla morte per dissanguamento. Il Presidente del Consiglio Ebraico Europeo ha chiesto a gran voce che questo loro metodo di macellazione non venga dichiarato illegale perchè rappresenta una parte della loro tradizione paventando anche il fantasma dell’antisemitismo.
Qui la questione si fa spinosa. Da una parte c’è chi chiede il rispetto di tradizioni religiose vecchie di millenni, dall’altra c’è chi vuole dare una fine dignitosa, se di dignità si può parlare in un macello, agli animali riducendo al minimo possibile le loro sofferenze. Tale pratica è portata avanti anche dai musulmani e, nel nostro Paese, questi metodi di macellazione sono consentiti (si, se vedete una macelleria islamica nella vostra città sappiate che gli animali vengono uccisi per dissanguamento senza stordimento).Voi come la pensate? tralasciando il discorso sull’utilità o meno per l’uomo di cibarsi di carne credete che sia giusto rispettare tali tradizioni?
Via| Israel National News
Foto| Flickr