
Lo sfruttamento illegale di oro e diamanti sta drammaticamente alimentando il fenomeno della deforestazione dell’Amazzonia. Lo documentano queste foto aree pubblicate su Canal Azul. L’area in oggetto è quella del Parco Nazionale di Canaima, lungo i fiumi della Gran Sabana in Venezuela in prossimità di Salto Angel, la cascata più alta del mondo con i suoi 979 metri, un paesaggio ancora incontaminato e difficilmente raggiungibile anche dai turisti, ma non dagli spregiudicati cacciatori d’oro.
Si stima che con l’uso di quasi 300 attrezzature minerarie venga estratto qualcosa come 600 chili d’oro al mese, oro che viene poi fatto esportato illegalmente verso i paesi confinanti, quindi senza nemmeno lasciare risorse al Venezuela. Il Parco Nazionale di Cainama copre 30 mila chilometri quadrati al confine con il Brasile e la Guyana, è il sesto più grande al mondo e dal 1994 è considerato Patrimonio Mondiale dell’Umanità.




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Curioso ciò che è successo qualche giorno fa in Venezuela, Paese nel quale governa il vulcanico Hugo Chavez. Il presidente ha infatti deciso di sospendere temporaneamente i blackout elettrici (programmati dal Ministero dell’Energia per favorire il risparmio energetico), licenziando di colpo il ministro responsabile di tale iniziativa.
Io, spiega Chavez, avevo ordinato che l’elettricità venisse sospesa solo a Caracas, cosa quest’ultima totalmente disattesa. Considerando che il governo debba riconoscere i propri errori, ho chiesto al ministro responsabile Angel Rodriguez di lasciare il suo posto. Rodriguez, conclude Chavez, mi ha prontamente obbedito come un buon soldato.
Questo è quanto riferisce il presidente, anche se, a quanto sembra, la causa dell’allontanamento non sembra essere stata proprio questa. Innanzitutto è bene sapere che il piano del governo di razionalizzazione energetica era stato attivato per impedire un crollo globale delle forniture di elettricità in vista della possibile siccità dei prossimi mesi, che in teoria potrebbe abbassare ad un livello critico le acque della diga di Guri, bacino che fornisce energia a gran parte del Paese.
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La lampadina ad incandescenza con la crisi energetica ed i prezzi alle stelle è stata dichiarata tecnologia obsoleta e “sprecona”. In tutto il mondo sono stati avviati i procedimenti legislativi al fine di ridurne l’utilizzo e in molti paesi addirittura a vietarlo in nome del risparmio energetico.L’Italia risparmierà ben 3 milioni di tonnellate di Co2 immesse nell’aria dal 2011 (in viola), quando insieme ad Olanda, Spagna e Gran Bretagna metterà definitivamente al bando le lampadine a bulbo mentre già dal 2010 (in rosso) Argentina, Filippine, Francia, e Nuova Zelanda hanno dichiarato e legiferato in materia.
Nel gruppo purtroppo non si vedono alcune nazioni europee fortemente sviluppate come la Germania, la Danimarca o i paesi scandinavi o alcuni colossi mondiali in espansione come Cina e India o le economie emergenti dell’Est Europa. La domanda energetica mondiale è aumentata e continuerà a crescere: non possiamo prevedere quando queste nazioni legifereranno seriamente in materia.
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L’India, terzo consumatore mondiale di petrolio (241 milioni di tonnellate l’anno, 4,8 milioni di barili al giorno) cerca di ottenere l’oro nero dell’Angola e strizza l’occhio al Venezuela, dopo essere stato battuto dalla Cina per i più vicini giacimenti di Kazakistan e Myanmar.
L’Angola ha una produzione di 1,9 milioni di barili al giorno ma giacimenti assai poco sfruttati e stimati pari alle importazioni indiane per 11 anni. Ma, ancora una volta, si trova a competere con Pechino, da anni attiva in Africa. Per la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti competono – secondo fonti dell’Angola - 43 compagnie estere, anche di India e Cina. In palio 11 licenze per giacimenti stimati pari a 9,6 miliardi di barili.
E non dandosi per vinta e per recuperare terreno nell’ex-Birmania, noncurante del non rispetto dei diritti civili, New Delhi ha chiuso un accordo per la costruzione di una vasta rete di trasporto merci con il Myanmar dal valore di 120 milioni di dollari. L’obiettivo è garantirsi anche un maggiore accesso fonti energetiche, di cui è ricco il Myanmar, e a contrastare la forte influenza cinese nella zona. Solo parlando di gas naturale, la ex Birmania possiede riserve (circa 2500 miliardi di metri cubi) pari all’1,4% di quelle mondiali.
Mentre il presidente brasiliano Lula punta a diventare il primo per la produzione di biocombustibile, Hugo Chavez a capo del Venezuela aspira a una vera e propria “rivoluzione energetica” basata sui fertilizzanti e la plastica. Nel corso della trasmissione governativa “Aló Presidente”, Chavez ha annunciato l’investimento di 20 miliardi di dollari entro il 2013 per finanziare questo grande progetto.
Oggi il Venezuela utilizza solo il 2% della sua capacità di sfruttare i derivati del petrolio. Per questo Chavez vorrebbe che il suo paese diventasse il primo produttore di fertilizzanti nel mondo e di plastica e polimeri in America Latina.
In cantiere ci sono 52 progetti e 36 piani di sviluppo della materia prima che si distribuiranno in tutto il paese; questo per evitare al concentrazione di tutte le attività nel nord del territorio. Tanti i benefici, secondo Chavez, e in primis la creazione di circa 600mila posti lavoro, soprattutto per i giovani.
» Agencia Bolivariana de Noticias
Foto | Mario Proenca

Le compagnie nazionali di Russia e Brasile stanno vincendo la battaglia con le multinazionali dell’energia per il controllo dei giacimenti di gas e petrolio sul loro territorio. La Gazprom, che non ha mai veramente abbandonato una logica “sovietica”, ha costretto BP e Shell a cedere i diritti sulle riserve di gas naturale che riforniscono i paesi asiatici per i prossimi cinque anni, mentre la Petrobras si è aggiudicata ben 41 diritti di sfruttamento sul giacimento Tupi, scoperto a novembre.
Il fenomeno è dovuto agli alti prezzi raggiunti dal petrolio greggio, triplicato negli ultimi anni, ed è causa di crescente preoccupazione per le aziende ed i governi dei paesi consumatori poiché oltre alla perdita del controllo delle riserve di Russia, Brasile, cui vanno aggiunti il Venezuela di Chavez ed il Kazakistan (vedi trattativa Eni per Kashagan) si assiste ad una diminuzione delle riserve “facili” del Mare del Nord, del Golfo del Messico e dell’Alaska.
E le borse confermano: negli ultimi sei mesi Gazprom ha guadagnato il 12%, Petrobras il 46%, al contrario, Exxon Mobil ha perso il 5%, Shell l’8,6 e la BP il 6,5 percento. Attualmente, secondo le stime della BP, le riserve dei paesi dell’OPEC, unite a quelle di Russia, Kazakistan, Azerbaijan, Turkmenistan e Brasile rappresentano l’88% delle riserve globali (1 trilione di barili =10^18). Questi accordi incoraggiano l’OPEC a mantenere alti i prezzi mediante un controllo del petrolio prodotto: la scorsa settimana i ministri del Qatar, degli Emirati Arabi e dell’Iraq hanno dichiarato che alla prossima riunione OPEC del 1 febbraio voteranno per il mantenimento dalla produzione attuale.