
Il clima è per definizione variabile. Su questo non ci piove. A volte la ricerca sui cambiamenti climatici prospetta scenari a medio e a lungo termine più o meno catastrofici. Ad esempio, il 2035 è stato indicato erroneamente come l’anno dello scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya. Oggi leggo che la città di New York potrebbe finire sommersa dalle acque già nei prossimi anni.
Non che non ci sia stato un aumento degli eventi meteorologici estremi in questi anni, basta dare uno sguardo alla Thailandia flagellata dalle alluvioni o alle isole del Pacifico, come Tuvalu, che stanno invece fronteggiando una scarsità idrica senza precedenti a causa dell’assenza prolungata di precipitazioni. È importante prevedere i cambiamenti climatici a medio e lungo termine per prendere le dovute precauzioni, e penso alle isole che davvero sono scomparse in questi anni, tuttavia occorrono modelli più precisi che non traggano necessariamente previsioni catastrofiche come ci si aspetta. Spesso, leggendo queste ricerche, si ha la sensazione che si voglia cercare ad ogni costo un legame tra qualsiasi evento nefasto che capita sulla Terra ed il riscaldamento globale.
Pensiamo alla demonizzazione che è stata fatta dell’effetto serra, un fenomeno senza il quale non sarebbe possibile la vita sulla Terra. Davvero vogliamo combattere l’effetto serra come ormai si legge persino sulle etichette dello shampoo? Siamo proprio sicuri di voler vivere a -17° C? Quello che occorre piuttosto è contrastare l’inquinamento per migliorare la qualità della vita, la vivibilità delle nostre città, ridurre la mole di rifiuti e progettare sostenibile e non sotto la minaccia di catastrofi climatiche e scomparsa dell’uomo da qui al 2050, ma come modus vivendi che ha effetti positivi nell’immediato.
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Le barriere coralline, minacciate dall’acidificazione degli oceani, da cicloni e predatori, sono sempre più a rischio estinzione. Eppure, nel Pacifico meridionale, per l’esattezza nell’isola di Moorea, nella Polinesia francese, i biologi marini dell’Università della California hanno notato un ottimo stato di conservazione dei coralli in alcune aree.
Dalle ricerche condotte hanno scoperto che il motivo della buona salute delle barriere coralline in questi fondali è da attribuirsi alla protezione dei pesci chirurgo e dei pesci pappagallo che si nutrono di macroalghe, godendo delle barriere come nursery per i pesci appena nati.
Certo non basta a salvare le barriere coralline, perché i benefici sono circoscritti ad alcune aree nella stessa Moorea ma è interessante notare che i pesci non hanno dimenticato quello che l’uomo finge di non sapere da secoli: se si ottengono dei vantaggi da un altro essere vivente, bisogna ricambiare il favore garantendogli protezione.
Via | University of California Santa Barbara; PLoS ONE
Foto | Flickr
La Gran Bretagna, nella giornata di domani ( 5 marzo 2010), avrà la possibilità di fare delle Chagos la più grande area marina del mondo dando una concreta chance di conservazione alle specie ittiche in tempi in cui, queste, risultano quanto mai minacciate dall’overfishing e dall’acidificazione degli oceani.
Più in dettaglio, l’arcipelago Chagos (il più grande atollo del mondo) si estende per circa 250.000 miglia quadrate in una porzione dell’Oceano Indiano che ospita oltre 220 specie di corallo e 1.000 di pesce (tonni, squali..) ed è costituito da 55 isole di sovranità britannica tutte disabitate eccetto una, la Diego Garcia, attualmente nota come base militare statunitense. La possibilità di rendere questa meravigliosa porzione di mare un’area marina protetta è stata sollevata durante il summit del Commonwealth del novembre 2009 a Trinidad e Tobago, dal premier delle Mauritius, Ramgoolam, e da Gordon Brown auspicandone l’inclusione tra i beni dell’Unesco. La decisione, al termine di un publico consulto, sarà presa nella giornata di domani ed è violentemente osteggiata dalle compagnie di pesca, su larga scala, e che potrebbero, con le loro pressioni, impedire la realizzazione di questo splendido progetto.
Studi recenti ci regalano proiezioni luttuose di oceani completamente sfruttati dalla pesca nell’arco di soli 38 anni, mentre, nel giro di 100 anni, tutte le barriere coralline potrebbero essere morte. Regalare un’aria marina protetta di così ampia scala non costituirebbe solo un’imponente nursery per i pesci ma anche un’effettiva presa di posizione da parte dei governi nei confronti della tutela della biodiversità. E’ un appuntamento che non possiamo perdere! Fino a domani, è possibile fare sentire la nostra voce firmando qui la petizione..
Foto | Flickr
Via | comunicato stampa