
Un gruppo di ricercatori, capitanato dal Prof. Sébastien Sauvé, del Dipartimento di Chimica dell’Università di Montreal, ha scoperto che le tracce di caffeina sono un indicatore della contaminazione delle acque sotterranee e un utile rivelatore del pregio degli acquiferi.
Il prof. Sauvé ha affermato che:
esiste una forte correlazione tra i livelli di caffeina nell’acqua e il livello di batteri. I chimici possono quindi utilizzare i livelli di caffeina come indicatore di inquinamento dei sistemi fognari, essendo utilizzata e ingerita solo dall’uomo.
I ricercatori hanno prelevato campioni di acqua da fiumi, ruscelli e reti fognarie in tutta Montreal. Il risultato ottenuto è che tutte le acque contengono concentrazioni dei contaminanti come caffeina appunto, coliformi fecali (batteri che vivono nell’intestino dell’uomo), e un terzo indicatore sospetto, la carbamazepina (che degrada molto lentamente), dimostrando che la contaminazione delle acque è diffusa negli ambienti urbani da parte delle fognature domestiche.
Sauvé prosegue sostenedo che:
un programma di campionamento di caffeina sarebbe relativamente facile da implementare e potrebbe fornire un utile strumento per identificare le fonti di contaminazione sanitaria e contribuire a ridurre la contaminazione delle acque superficiali all’interno di un bacino urbano.
Questa metodologia analitica consente un limite di rivelabilità molto basso, a costi relativamente bassi, con lo svantaggio che la caffeina, ubiquitaria nelle acque ad alta densità di popolazione, degrada in un periodo che oscilla da poche settimane a 2-3 mesi .
Via | Science Daily
Foto | Flickr
Qualche tempo fa si era parlato di un possibile interessamento della ex municipalizzata bresciana dell’energia e dei servizi A2A al ritorno italiano al nucleare. Vi era stata persino una dichiarazione del presidente dell’azienda, Giuliano Zuccoli, che aveva affermato di voler creare un polo dell’energia nucleare alternativo a quello Enel-Edf costruendo una centrale nucleare in Lombardia.
Adesso, però, arriva la smentita: Renato Ravanelli, direttore generale dell’area Corporate e Mercato di A2A afferma che
mai il tema è stato oggetto di discussione nel Consiglio di gestione
Tuttavia A2A continua a seguire la questione dell’energia nucleare dal punto di vista tecnico, anche se appare almeno parzialmente smentita la volontà di partecipare ai progetti nucleari di Westinghouse. Altro settore dal quale A2A potrebbe tirarsi indietro è quello dell’acqua: sempre secondo Ravanelli, infatti, tale settore
è a bassissima redditività del capitale investito e nonostante l’efficienza di gestione si fatica a trovare fonti di investimento
Via | Brescia Oggi
Vi scrivevo qualche post fa della situazione di emergenza che si sta vivendo in Lazio a proposito dell’inquinamento dell’acqua potabile da arsenico; appena ieri Moni Ovadia lanciava il suo appello affinché tutti abbiano accesso all’acqua potabile. Ebbene, oggi leggendo il sempre puntuale Altocasertano che i liquami delle fogne vanno a finire direttamente nella sorgente del Maretto perché il depuratore non solo non funziona ma versa in uno stato di pesante degrado.
Scrive Altocasertano:
Scandalo Depuratore fermo! E’ la denuncia che arriva attraverso questo reportage fotografico realizzato dal matesino “Massimo CARNEVALE“. In poche parole la “MERDA” che produce S.Gregorio Matese va a finire nelle falde acquifere delle nostre sorgenti. Guardate in che stato versa il depuratore. La “MERDA” finisce pari pari nella vallata sottostante, in una sorta di “cascatella” per poi finire nella vallata del Rivo e scendere fino a Piedimonte Matese (piazza Carmine, sotto il ponte del torano). Gran parte della merda viene assorbita dalla sottostante “Grotta della Pingera” e finisce dritta dritta nella sorgente del Maretto! Vi siete mai chiesti tutti come mai quando piove un pò di più del solito la sorgente diventa torbida e quindi definita non potabile?
Le condizioni del depuratore fermo alla sorgente del Maretto

Se da un lato ci si mette tutta la buona volontà per ridurre i rifiuti e la plastica, dall’altro le sconcertanti regole del consumismo fanno si che la battaglia sia, se non vana, quantomeno complessa. Abbiamo appena chiuso il capitolo buste di plastica, che giustamente se ne apre un altro: le capsule del caffè. Le avete presente quelle cialdine in plastica confezionate in altra plastica che contengono una dose di caffè? Sono una delle componenti di quegli elettrodomestici giocattolo, gadget per adulti, che non servono a una cippa se non a essere comprati e a consumare: filtri, elettricità, acqua, ecc. ecc.
Ebbene, su queste capsule è stato aperto un “caso studio” del Centro ricerca rifiuti zero del Comune di Capannori, giunto all’81% di raccolta differenziata. Si sono accorti che nell’immondizia non differenziata ci finivano proprio le capsule. E perché? Perché sono state progettate per non essere smaltite. Insomma, mai come in questo caso avrebbero ragione di essere sostenuti tutti i discorsi che abbiamo fatto sul design industriale.
Dunque la responsabile del caso studio Rossana Ercolini ha scritto una lettera aperta a Lavazza, chiedendo una collaborazione fattiva, come l’uso di cialdine biodiegradabili o ricaricabili con filtro di carta. Infatti, secondo le proiezioni, ogni anno nella spazzatura di Capannori finirebbero 750mila cialdine. E noi consumatori? Si stima che ne consumiamo per 12mila tonnellate che finiscono o in discarica o bruciate in qualche inceneritore.
Foto | Rifiuti zero Capannori

La notizia è questa: in Gazzetta ufficiale del 4 gennaio 2011 è stato proclamato in Lazio lo stato di emergenza per la presenza di arsenico nelle acque potabili. Quali siano i comuni coinvolti è solo ipotizzabile e non si sa neanche quando sarà nominato un commissario. Per ora si sa (ma i cittadini lo sapevano da anni) che l’acqua potabile è contaminata da arsenico.
Dei comuni coinvolti ne avevamo scritto qui.
I cittadini, intanto si sono costituiti come “Comitato permanente per la salute pubblica” e hanno presentato un esposto alla Procura della Repubblica, denunciando il gestore Acqualatina. Ne riporta uno stralcio La provincia-Latina:
Le fontane pubbliche presso le quali sono stati effettuati i campionamenti della Asl - si legge in un passaggio dell’esposto - hanno continuato a funzionare ed erogare acqua, senza che alcun cartello avverta gli utenti del pericolo. Appare evidente che l’ordinanza comunale è stata del tutto ignorata da Acqualatina spa, con conseguente pericolo per la salute dei cittadini di Borgo Montello e Borgo Santa Maria. Si fa notare inoltre come l’ente gestore, operando dal 28 /10/2010 fuori dalle soglie di legge, non abbia predisposto alcuna soluzione al problema.
Foto | Acqua bene comune
Ho visto l’installazione della Jellyfish farm un mese fa a Treviso. Dopo molte vicissitudini riesco a pubblicarne le foto. Il progetto, anzi il concept è davvero interessante e funzionante. Almeno nella scala proposta. Dunque si tratta di usare acqua salata per alimentare orti galleggianti. Nel caso dell’installazione c’è insalatina. Tutti i materiali usati sono di riciclo. Il piccolo modello riproduce l’ecosistema e le lampade funzionano al posto del sole. Dunque le installazioni sono immaginabili su distese marine.
Jellyfish farm colture idroponiche

L’idea è di Cristiana Favretto e Antonio Girardi architetti geniali e visionari di Studiomobile. All’attivo hanno anche il Sea Water Vertical Farm, pensato per Food City, quartiere di Dubai che si autoproduce il cibo. L’idea è stata giudicata dal Times uno dei progetti verdi più influenti.
Dunque, ora Jellyfish farm che:
sfrutta il processo di desalinizzazione dell’acqua marina per la coltivazione di orti galleggianti. L’acqua all’interno della vasca è salata. Due isole galleggianti a forma di medusa e costruite con materiali di riciclo, ospitano due orti idroponici. I tentacoli, in fibra di cotone naturale, assorbono acqua per capillarità fino a portarla al nucleo centrale della medusa. Una volta inumidita la massa in cotone all’interno della cupola in plexiglass, il calore proveniente dalle lampade evapora l’acqua. Il vapore, condensa a contatto con la superficie in plexiglass. L’acqua prodotta alimenta i piccoli orti galleggianti. L’installazione si propone come una sorta di neo-natura, dove oggetti provenienti dal riciclo quotidiano diventano un organismo vivente autonomo. Alla base del tavolo in ferro naturale si trova una piccola cassetta in legno contenente sale. Le persone vengono invitate ad interagire salando ulteriormente l’acqua. La cassetta porta la dicitura impressa: “ 5.5 billion of people will face water shortage by 2025. Unequal distribution of water will lead to conflict. 98% of the world’s water resources is in the oceans.”

La rivoluzionaria idea di poggiare i pannelli solari sull’acqua è venuta alla Solaris Synergy, un’azienda israeliana che conta di iniziare quanto prima i test per intanto si ”accontenta” di essere arrivata tra i finalisti del Clean Tech Open IDEAS Competition. La vittoria è andata a un progetto danese che ha inventato un materiale da costruzione super leggero.
I pannelli fotovoltaici potrebbero essere posizionati anche in piccoli serbatoi per sopperire al fabbisogno energetico di una famiglia.
L’idea potrebbe essere perfezionata entro l’anno, i test in Israele si effettueranno in un grande serbatoio.
Veramente molto interessante questo fotovoltaico ”acquatico” che permette, non dimentichiamolo, di non occupare prezioso terreno destinabile a piantagioni e utilizzi agrivoli ma di sfruttare la più vasta risorsa del pianeta: l’acqua.
Via | Clean Tech
Foto | GreenProphet
Nel 2006 l’Alta Corte del Botswana aveva sancito il diritto fondamentale dei boscimani ad avere accesso all’acqua all’interno dei loro territori, nel Central Kalahari Game Reserve (CKGR), una delle zone più aride del pianeta e aveva altresì stabilito l’incostituzionalità degli sfratti forzati e la chiusura dei pozzi operati a loro danni dal governo. Eppure, nonostante ciò, questo fiero popolo indigeno continuava a morire per la forte penuria di risorse idriche.
In questi giorni, la situazione è drammaticamanete peggiorata con il folle “dietro front” da parte della stessa corte di giustizia che ha deliberato non solo il divieto di accesso al pozzo già esistente ma anche quello alla costruzione di un altro, nuovo, nei territori di pertinenza dei Boscimani. Follia pura o, meglio, semplice calcolo economico, perché questo popolo ha un “costo economico” troppo alto per l’industria del turismo che, nelle zone da loro abitate, vuole rilanciare la moda di “safari di lusso” e anche per quella estrattiva, forte di una presenza mineraria e diamantifera estremamente interessante. E a nulla sono valse le pressioni dell’ONU perché venissero rispettati i diritti umani di questa gente, attaccata da secoli alla “sua” terra. Ma ciò che pesa di più, forse, è la facilità con cui all’interno delle medesime zone oggetto del contendere vengono rilasciati i permessi per l’apertura dei complessi turistici di lusso (basti citare, a questo proposito, il Wilderness Safaris) dotati di tutti i conforts e delle inevitabile piscine per lasciare liberi i turisti di “rinfrescarsi” dopo le gite naturalistiche… Anche la società GemDiamonds, ha ottenuto senza particolari problemi il nulla osta per aprire una nuova miniera di diamanti… Se tutto resterà immutato, insomma, anche a fronte dell’atteggiamento di alcuni viaggiatori che effettuano scelte inconsapevoli, ai Boscimani non resterà altro da fare che andarsene. A meno che non vogliano morire di sete…
Via | galileo, survival international
Foto | Flickr
Certo, 1.400.000 firme in favore del referendum contro la gestione privata dell’acqua è stata una batosta pure per loro, che il referendum non lo volevano. Ora però gli Ecodem prendono atto che la sensibilità sul tema è forte in Italia e che non si può far finta di non vedere quella montagna di firme.
Ecco, allora, che fanno buon viso a cattivo gioco e, pur apprezzando la partecipazione popolare, tornano a ribadire il no al referendum:
Il numero altissimo di firme raccolto dai referendum sull’acqua è una buona notizia, perché esprime una forte sensibilità verso il più fondamentale dei beni comuni, e Dio solo sa quanto ci sia bisogno di tornare a dare importanza ai beni comuni, dopo anni di ubriacatura neoliberista e privatista. Questo non cancella né i dubbi sull’uso di uno strumento , quello referendario, che ormai da quindici anni si rivela un boomerang per il mancato raggiungimento del quorum
Continua a leggere: Acqua pubblica: gli Ecodem del Pd tentano di ammazzare il referendum
Arrivano le prime reazioni al successo della raccolta firme in favore dei tre quesiti referendari contro la privatizzazione dell’acqua. La prima reazione è stata politica con la nascita di “AcquaLiberaTutti”, un comitato trasversale per il no al referendum di deputati alla Camera.
AcquaLiberaTutti vede tra gli aderenti anche soggetti extraparlamentari come l’Istituto Bruno Leoni, think tank italiano liberale molto apprezzato da Confindustria, e l’Adam Smith Society, una associazione culturale liberista “cui aderiscono professionisti, accademici, economisti, giuristi ed operatori economici interessati allo studio ed alla diffusione dei princìpi dell’economia di mercato, della concorrenza e della libera iniziativa” e Libertiamo, associazione con annesso giornale on line presieduta dal parlamentare Pdl Benedetto Della Vedova.
Contraria al referendum anche Federutility, associazione di categoria che riunisce 451 imprese italiane di servizi pubblici locali dei settori acqua ed energia che attualmente forniscono acqua a circa il 75% della popolazione italiana. Con numeri del genere è evidente che Federutility una reazione doveva averla.
Diplomatica, si deve ammettere, almeno per ora:
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