La Rena nave portacontainer battente bandiera liberiana, si è spaccata in due lasciando scivolare in mare i 300 container ancora a bordo. Dell’incidente ne scrivevamo a ottobre e da allora il cargo è rimasto nella stessa identica situazione dopo aver sversato in mare, vicino la barriera corallina a Astrolabe Reef al largo della costa di Tauranga , circa 1350 tonnellate di carburante. Il petrolio ha ucciso oltre 2mila uccelli e non è stato reso noto quanto altro carburante sia stivato (qui tutti i numeri del disastro a cura della Marina neozelandese)
Nick Smith ministro dell’Ambiente neozelandese ha definito il disastro serio ma non inaspettato:
Attualmente i rischi per l’ambiente sono una piccola parte di quelle che erano nel mese di ottobre. Probabilmente gli altri sversamenti di carburante saranno nell’ordine delle decine di tonnellate e non delle centinaia di tonnellate perciò confidiamo di non dover chiudere le spiagge.
Quasi un migliaio di volontari da ottobre a oggi si sono impegnati nelle operazioni di pulizia delle spiagge e delle acque (qui le immagini) mentre fino alla rottura del cargo non è stato possibile recuperare tutti i container. A bordo ne sono rimasti oltre 300. Dopo il salto il video delle operazioni di recupero e il video del cargo spaccato in due.
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Le foto della gallery mostrano le immagini di un Choerodon schoenleinii un labride mentre sbatte su una roccia una conchiglia per romperne il guscio e conquistare il suo pasto. La scoperta del pesce Habilis è stata fatta nel 2006 nei fondali della Barriera Corallina in Australia e le foto sono state scattate da Scott Gardner subacqueo professionista.
Lo studio viene reso noto solo ora attraverso la pubblicazione su Coral Reefs perché il dubbio degli scienziati, in questo lasso di tempo, è stato: è corretto riferire che il labride effettua un’attività strumentale se sbatte la conchiglia su una roccia?
La risposta è stata sì, lo è.
Via | Archeo Molise
Foto | maxisciences
Problema: le acque del Parco marino di Roatan in Honduras, ma in genere dei Caraibi, sono invase da pesci scorpione o Pterois volitans, specie velenosa, invasiva e non autoctona, dunque priva dei suoi naturali predatori. I pesci scorpione sono arrivati qui per la scelleratezza di un appassionato di acquari e si sono moltiplicati bene grazie alle condizioni ambientali favorevoli. Purtroppo distruggono le altre specie e sopratutto la barriera corallina. Ogni tentativo di controllarli è andato male. Per la loro invasività sono stati paragonati ai ratti. Come, se non disfarsene, provare a controllarli?
pesci scorpione gradito pasto per squali
Soluzione: un gruppo di sub sta provando a educare gli squali locali a cibarsene. I predatori non conoscono i pesci scorpione e dunque non hanno mai pensato di cacciarli e di mangiarseli. I sub allora li cacciano per loro e hanno preparato dei bocconcini. Gli squali hanno gradito e ora si spera diventi uno dei pezzi forti del loro pasto.
Racconta Antonio Busiello autore delle foto che ha concesso al National Geographic (vi invito a visitare l’intera gallery):
Come in ogni angolo dei Caraibi, il parco marino Roatan sta cercando una soluzione; un’idea è quella di portare questi pesci sulle tavole e convincere le persone a cucinarli e mangiarli. Durante una competizione organizzata dal parco, più di 1700 pesci scorpione sono stati cacciati e cucinati in un solo giorno. Un sommozzatore con un fucile subacqueo ne ha uccisi da solo più di 60. Sono davvero ovunque.
La barriera corallina stenta a ricostruirsi naturalmente? E il Governo thailandese corre ai ripari buttando nelle acque dell’oceano vecchi carriarmati, vagoni del treno e camion oramai rotti. Più che una barriera corallina sembra l’elenco del materiale presente da uno sfasciacarrozze, ma si sa i pesci amano rintanarsi e proliferare in queste vecchi veicoli. Di fatto si tratta di una delle più grandi operazioni di upcycle o riciclo creativo di oggetti nati per altro uso e destinazione.
Dunque, l’idea di una barriera corallina artificiale nasce dopo le proteste dei pescatori che si sono visti diminuire nelle reti il pescato. Dunque, la risposta immediata della Regina di Thailandia, Sua Maestà Sirikit è stata appunto quella di creare la barriera artificiale. Basterà?
OggiScienza ha pubblicato un inchiesta sull’incidente avvenuto agli inizi di luglio a Hurghada una delle mete turistiche più rinomate del Mar Rosso. La notizia è stata, probabilmente insabbiata, così come ipotizza Al Jazeera nel suo servizio (in alto il video). E ancora oggi si fanno ipotesi su cosa sia accaduto realmente, da dove sia fuoriuscito il petrolio e quale sia l’entità dei danni ambientali.
Scrive ScienzaOggi:
una chiazza di greggio ha stretto con il suo abbraccio viscido 50 km di costa da El-Gouna, a nord di Hurghada, giù fino a Sahl Hasheesh. In questo caso, a differenza di quello che sta accadendo nel golfo del Messico che è sotto l’occhio vigile di tutto l’Occidente, è difficile stabilire con precisione cosa sia successo e quando.
Ed andiamo di ipotesi: probabilmente l’incidente si è verificato il 16 giugno, non si conosce a chi appartenga la piattaforma; se si tratti di una piattaforma; non si conosce l’impatto ambientale di tale incidente.
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Il cargo battente bandiera cinese, lo Shen Neng 1, incagliatosi nelle acque della barriera corallina al largo del Queensland, con il suo carico di petrolio (circa 950 tonnellate) e carbone (65mila tonnellate) dopo averne versato un quantitativo imprecisato che ha prodotto una chiazza di greggio di circa due miglia di lunghezza e larga 100 metri, si è incagliato nella barriera corallina.
Ora le autorità sono preoccupate perché la nave ha già rischiato e continua a rischiare di spezzarsi in due, il che innescherebbe un vero e proprio disastro ambientale, poiché il petrolio contaminerebbe l’area protetta della barriera corallina.
Ha spiegato Patrick Quirk general manager della Maritime Safety Queensland:
A un certo punto ieri sera, abbiamo pensato che la nave fosse vicina al punto di rottura. Siamo ancora molto preoccupati perché l’allarme sussiste ancora per le sue strutture principali. Le operazione per disincagliare la nave potrebbero durare almeno una settimana.
La nave si trova di circa 9 miglia al di fuori della sua rotta in una zona marina protetta. Ma non ci è finita per errore: l’obiettivo era di accorciare la rotta. Ha spiegato Anna Bligh governatore del Queensland:
Questa zona è off limits in parte perché c’è il parco nazionale, ma anche perché il rischio di finire incagliati è alto.
Via | MsnBc

Environment360, la rivista dell’Università di Yale ci riporta i tristi dati circa il record delle temperature toccate dagli oceani nel mese di luglio, le più alte che 130 anni di dati abbiano registrato secondo l’agenzia statunitense sul Clima.
Le temperature degli oceani del mese di luglio - di media 17°C - sono state di 1,1°F più calde rispetto alla media di tutto il XX secolo. L’innalzamento è dovuto al riscaldamento globale e al ciclo climatico di El Nino nel Pacifico.
Inusuali innalzamenti delle temperature sono stati registrati dal Golfo del Messico all’Artico, dove la temperatura in certe zone è stata trovata anche di 10°F superiore alla media. Il Mar Mediterraneo è stato di 3 gradi più caldo rispetto alla norma, così come l’Oceano Indiano. La preoccupazione, oltre che per gli oceani e le conseguenze che l’innalzamento della temperatura delle acque ha sul riscaldamento globale, è rivolta all’ecosistema marino e all’imminente scomparsa dei coralli.
Foto | Flickr

Il Cimitero dei Coralli è una campagna pubblicitaria che mira a salvare la barriera corallina del Mar Rosso, a partire dall’elenco delle barriere coralline distrutte, rappresentate dalle lapidi galleggianti.
Settantacinque lapidi galleggianti nel mare, ognuna con il nome della barriera distrutta, sono lo spettacolo che i turisti della spiaggia Nord del Mar Rosso si sono trovati di fronte. La campagna è diretta a loro, perché prendano coscienza del patrimonio che hanno sotto le pinne e contribuiscano a non fare altri morti.
La barriera corallina del Mar Rosso viene distrutta a velocità impressionante e il 70% è ormai morto, senza che né l’opinione pubblica né i turisti se ne rendano conto. L’israeliano Green Party e l’agenzia DraftFcb mostrano al mondo quanti sono stati i morti, sperando che i vivi salvino i vivi.
via | scaryideas
Le creme solari, quelle che usiamo per proteggere la pelle dalle radiazioni solari, una volta entrate in contatto con l’acqua di mare e discioltesi causano danni irreparabili, fino alla morte, alle barriere coralline. Ad essere sotto accusa sono le creme con filtri chimici mentre sono assolte quelle con filtri fisici quali titanio e caolino.
La scoperta è italiana e proviene dal Dipartimento di Scienze del Mare dell’Università Politecnica delle Marche diretto dal professore Roberto Danovaro i cui risultati delle sue ricerche sono stati pubblicati su Nature News e National Geographic.
Spiega Danovaro:
I danni sono provocati esclusivamente da creme solari con filtri chimici. Non hanno lo stesso effetto i prodotti ottenuti con filtri fisici. La ricerca è partita dalla osservazione dello sbiancamento delle barriere. Si è arrivati alla conclusione che il fenomeno consegue, oltre che all’aumento della temperatura globale, dell’inquinamento e ai raggi ultravioletti, anche all’esposizione a una dose anche minima di creme solari contenenti filtri chimici. Anzi, l’effetto è decisivo, e non dipende dal tempo o dalla consistenza quantitativa di esposizione. Tali filtri infatti scatenano agenti virali latenti, e la conseguente infezione: s’innesca dunque un effetto a catena che può danneggiare seriamente l’esosistema delle barriere. Come fare? Semplice, adottare le creme solari a filtri fisici, come il titanio, il caolino… insomma quelli più usati per la protezione totale della pelle dei bambini. Il rischio è grande. La soluzione è a portata di mano.
Dopo il salto l’aggiornamento richiesto sulle sostanze contenute nelle creme solari e responsabili della distruzione delle barriere coralline.
Continua a leggere: Le creme solari distruggono la barriera corallina

I grandi pesci predatori degli scogli caraibici – come la cernia Nassau, i Barracuda dai denti affilati e gli squali giganti – sono completamente scomparsi, in molte zone, a causa dell’eccessiva quantità di esemplari pescati.
Lo dice un nuovo studio, secondo cui il problema è più grave nei paesi più popolosi dei Caraibi, dove i pescatori hanno completamente ripulito le scogliere dai grandi predatori.
Qui, i predatori più piccoli si sono già impadroniti dei rifugi lasciati liberi da quelli più grandi, mandando nel caos le barriere coralline.
Continua a leggere: Caraibi: spariscono i grandi predatori, a rischio i banchi corallini