La notizia giunge come un fulmine verso la fine di maggio. Il ministro Scajola annuncia che: “Entro la fine della legislatura metteremo la prima pietra per la costruzione nel Paese di centrali nucleari di nuova generazione”. Viene subito spalleggiato dalla neo-presidente di Confindustria, Emma Mercegaglia, per la quale l’energia è troppo cara in Italia, ed è più cara che negli altri paesi - e la soluzione sarebbe il nucleare.
Intanto il 3 maggio il ciclone Nargis mette in ginocchio il Myanmar (Birmania) mentre il 13 maggio una violenta scossa di terremoto mette in ginocchio il Sichuan e la Cina. Ecoblog raccolse le prime testimonianze dei blogger scampati al sisma.
Il 20 settembre, poi, il Presidente del Consiglio dichiara ufficialmente che entro la primavera del 2009 il governo presenterà un Piano Energetico Nazionale che specificherà meglio come l’Italia ritornerà al nucleare. Mentre entro gennaio arriverà anche il ritorno formale al nucleare - secondo un esponente del PDL.
Continua a leggere: Le notizie dell'anno: Maggio 2008. Il governo dà il via libera al nucleare
Il porto fluviale di Zhangjiagang, a meno di un’ora e mezzo da Shanghai, vicino alla foce dello Yangze, è il centro nevralgico del traffico di legno in Cina. Un traffico in crescita e spesso illegale. Nei dintorni, migliaia di piccole fabbriche lavorano sette giorni su sette e ventiquattro ore al giorno, grandi tronchi d’albero provenienti da Siberia, Indonesia, Brasile, Cile, Gabon, Camerun, Congo, Mozambico, Birmania e Cambogia. Secondo l’associazione Global Timber, più della metà delle importazioni cinesi di legno sarebbero illegali o senza tracciabilità, provenienti da foreste protette.
Gli imprenditori locali negano di essere a conoscenza di problemi di disboscamento, ma ammettono di dover cambiare fornitore ogni tanto: Prima, facevamo molti affari con il legno indonesiano, ma hanno imposto delle norme, ora il nostro migliore legno viene da Birmania ed Africa, dichiara un intervistato, toccando una pila di tronchi di Okoumé del Gabon, una varietà preziosa (comprata a 35 euro al metro cubo e rivenduta dieci volte tanto).
Il porto di Zhangjiagang fa affari con 140 porti del mondo intero e l’industria del legname genera, secondo le cifre ufficiali, quasi 100 miliardi di euro l’anno. Un vantaggio per lo Stato cinese che, invece, ha rigidamente regolamentato il disboscamento interno: le distruzioni causate dalle inondazioni del 1998 sono state attribuite al disboscamento massiccio delle montagne cinesi. Recentemente, i 60 miliardi di paia di bacchette monouso prodotte ogni anno hanno mobilizzato gli ambientalisti locali, e la Cina si è fatta paladino della riforestazione, proibendo lo sfruttamento di foreste non rinnovabili.
Il quotidiano inglese The Guardian ha pubblicato sul suo sito un paio di articoli dalla Birmania, o Myanmar, scritti da un anonimo corrispondente (il nome non viene pubblicato per motivi di sicurezza) che sta girando per le zone colpite dal ciclone Nargis di qualche giorno fa. Gli articoli sono impressionanti. Non so se mi aspettavo qualcosa di diverso da un paese sotto regime, ma di certo lo speravo.
Ricordando che il governo ufficialmente da giorni comunica che le vittime sono 22mila con 41mila dispersi (salvo modifiche dell’ultima ora mentre leggo e scrivo), mentre le stime “reali” parlano di 116mila morti, il giornalista inglese ci racconta di cadaveri abbandonati a centinaia ovunque. Un po’ di corpi sono spariti, ma non si sa bene che fine abbiano fatto. Gli altri, oramai in via di putrefazione, rimangono nei campi o a galleggiare nell’acqua. Manca la legna asciutta, e la popolazione non può nemmeno bruciarli per evitare il diffondersi di epidemie. Insomma, mentre la tv di stato fa vedere che i militari si stanno dando da fare per intervenire nelle aree colpite, la realtà è ben diversa.
Altro fronte raccapricciante. La popolazione sopravvissuta rischia di morire, non ci sono medicine o cibo, oltre ad altri beni di conforto in caso di emergenza. Gli aiuti internazionali sono fermi o ostacolati di fatto una volta arrivati a Rangoon. Ma il commercio di riso continua come se niente fosse. La zona che produce maggiormente riso nel paese è proprio quella colpita dal ciclone, la produzione di riso per i prossimi mesi è compromessa dai danni e dall’invasione di acqua salata dal mare, e ripeto, la gente colpita ha bisogno di cibo, ma sacchi di riso sono partiti di recente per il Bangladesh per rispettare gli accordi commerciali presi, e per arricchire gli esponenti del regime.
Vi rimando agli articoli in questione (in inglese) per ulteriori dettagli.
»‘There’s at least 50,000 dead round here. But many of the bodies have disappeared’
» Burma exports rice as cyclone victims starve
Foto | Flickr
Le foreste costiere di mangrovie avrebbero potuto limitare i danni del ciclone Nargis, se solo non fossero state tagliate. Ad evidenziare il ruolo della vegetazione nella protezione civile e’ stato Surin Pitsuwan, segretario generale dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations) riunita in Singapore.
La forza della tempesta ha sollevato onde di tre metri e mezzo, che abbinate a venti sui 190 km orari hanno spazzato via tutto quello che han trovato sul loro percorso. Dopo lo tsunami ci sono stati molti studi che hanno mostrato come le popolazioni che vivevano con una fascia di mangrovie tra villaggi e l’oceano abbiano subito molti meno danni rispetto a quelle i cui villaggi si affacciavano direttamente sulla costa. In caso di onde di tempesta, l’effetto e’ simile.
L’effetto delle mangrovie e’ massimo nel delta dei fiumi, per impedire all’acqua salata di risalire con forza e inondare le aree fertili dell’entroterra. Le ragioni della scomparsa delle foreste costali di mangrovie sono l’allevamento di gamberetti, la costruzione di villaggi turistici e la pressione demografica.
Via | BBC
Foto | WaveBreaker

Salgono a 15mila tra morti e dispersi le vittime del ciclone “Nargis” che ha colpito tre giorni fa la Birmania o Myanmar come l’ha ribattezza il regime totalitario che ancora oggi rifiuta ogni ammorbidimento per consentire alle organizzazioni umanitarie internazionali di aiutare il Paese, per portare assistenza e aiuti. E anche il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon si è detto disponibile ad «assistere il governo a far fronte alle necessità umanitarie, se richiesto».
Ma dalla giunta militare al potere non arrivano segnali di distensione. Tutto procede come se nulla fosse. Il governo ha infatti annunciato che il referendum previsto per sabato 10 maggio si terrà comunque. Una consultazione che dovrà approvare la nuova Costituzione, che è stata scritta dai soli militari al potere e che, secondo il giudizio della Lega nazionale per la democrazia, il partito di opposizione guidato da Aung San Suu Kyi, rafforzerà solo la dittatura.
E sono proprio le ONG, come riferisce l’ANSA, che stanno portando tra mille difficoltà aiuti alla popolazione che necessita soprattutto di acqua potabile, medicine e cibo. “Più del 75% delle abitazioni è stato devastato - racconta Niaz Murtaza, coordinatore per la regione Asia della squadra di emergenze di ActionAid - e sono interrotte tutte le comunicazioni con le aree colpite dal ciclone. Ci vorranno giorni prima di riuscire a raggiungere quelle zone”.
Seguite il lievblog di Matthew Weaver per il Guardian inglese, ci sono link e update costanti. Il numero delle vittime sembra stimato a 50000 secondo fonti indipendenti dal regime birmano. Foto e video del ciclone in questa sezione del quotidiano.
Continua a leggere: Birmania, salgono a 15mila le vittime del ciclone Nargis

L’India, terzo consumatore mondiale di petrolio (241 milioni di tonnellate l’anno, 4,8 milioni di barili al giorno) cerca di ottenere l’oro nero dell’Angola e strizza l’occhio al Venezuela, dopo essere stato battuto dalla Cina per i più vicini giacimenti di Kazakistan e Myanmar.
L’Angola ha una produzione di 1,9 milioni di barili al giorno ma giacimenti assai poco sfruttati e stimati pari alle importazioni indiane per 11 anni. Ma, ancora una volta, si trova a competere con Pechino, da anni attiva in Africa. Per la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti competono – secondo fonti dell’Angola - 43 compagnie estere, anche di India e Cina. In palio 11 licenze per giacimenti stimati pari a 9,6 miliardi di barili.
E non dandosi per vinta e per recuperare terreno nell’ex-Birmania, noncurante del non rispetto dei diritti civili, New Delhi ha chiuso un accordo per la costruzione di una vasta rete di trasporto merci con il Myanmar dal valore di 120 milioni di dollari. L’obiettivo è garantirsi anche un maggiore accesso fonti energetiche, di cui è ricco il Myanmar, e a contrastare la forte influenza cinese nella zona. Solo parlando di gas naturale, la ex Birmania possiede riserve (circa 2500 miliardi di metri cubi) pari all’1,4% di quelle mondiali.
La leader democratica birmana Daw Aung San Suu Kyi ha dichiarato che la multinazionale francese TOTAL è il maggior sostenitore del regime militare birmano.
Total e’ la quarta compagnia petrolifera al mondo e sta in Birmania per estrarre gas naturale. Ci sono 63 km di condotte che attraversano il Paese, ma l’influenza di Total sul governo sta nel fatto che il gas e’ il maggiore prodotto di esportazione della Birmania. Si stima che Total ceda, ogni anno, 450 milioni di dollari al regime.
Il regime destina metà dei profitti nazionali al mantenimento dell’apparato militare. Alla sanità pubblica rimane lo 0,3%. La Birmania e’ il Paese in cui la sanità ha la minore attenzione al mondo. Se volete, potete cambiare distributore di benzina. Se davvero volete cambiare le cose e fare del bene al pianeta, potete smettere di fare benzina.
Info: The Burma Campaign
Un appello per la Birmania lo avevamo lanciato a luglio, insieme a WWF, Greenpeace, CISL e Legambiente. Lo rilanciamo oggi perché la situazione sta degenerando.
Nell’appello si chiede esplicitamente “alle imprese italiane che hanno rapporti commerciali con la Birmania e alle multinazionali, a partire da quelle impegnate nel settore forestale e quello petrolifero, del gas e minerario nei progetti di costruzione di dighe ed infrastrutture - che comportano enormi profitti per il regime - di sospendere i loro rapporti con questo Paese, per non contribuire a rafforzare il potere della giunta che continua ad utilizzare il lavoro forzato.”

Cisl, Greenpeace, WWF, Legambiente lanciano un appello per la democrazia e l’ambiente in Birmania. In quel Paese vige una dittatura militare che sfrutta le foreste per esportare teak (un legno duro usato per fare parquet, mobili e nella nautica). Ancora peggio: la dittatura sfrutta le persone per sfruttare le foreste riducendole in stato di semischiavitù.
Continua a leggere: Appello per la Birmania: foreste e schiavi