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Tutti gli articoli con tag brasile

I Guarani sfidano gli allevatori di bestiame e si riappropiano della loro terra

pubblicato da alessandra

La scorsa settimana, in Brasile, nello stato del Mato Grosso do Sul i Guarani della comunità di Laranjeira Nanderu, sfidando le autorità locali e gli allevatori di bestiame che a partire dagli anni 60 li hanno regolarmente espulsi dalla loro terra ancestrale, sono ritornati ad occupare parte del loro areale.

La popolazione indigena, già nel 2008 aveva tentato un’operazione similare che, però, nel settembre del 2009 si era tristemente conclusa a causa delle ritorsioni che ridussero letteralmente in cenere il loro villaggio condannando a morte alcuni tra i loro leader più rappresentativi. Il tutto, nel silenzio più assoluto del governo e dei media a livello internazionale. Oggi, grazie agli innumerevoli appelli dei Guaranì con l’appoggio sostanziale di Survival International, si spera che la situazione possa avere un esito completamente differente.

Ma come si è arrivati a questo punto? Nell’ultimo anno e mezzo, i Guaranì desiderosi, per quanto possibile, di non abdicare totalmente al loro stile di vita, si erano ridotti a vivere lungo il ciglio di una strada a scorrimento veloce con tende di plastica e mezzi di fortuna, privati di qualunque tipo di assistenza sanitaria e di accesso all’acqua potabile. Una realtà assolutamente intollerabile. Questa popolazione, ancora incredibilmente numerosa in Brasile, è seriamente minacciata dalla crescita dell’utilizzo dei biocarburanti, dal cambiamento climatico e dalle multinazionali della carne. A ciò, inoltre, deve aggiungersi l’orribile discriminazione cui essi sono soggetti in quasi tutto il Brasile e che pare essere solo lievamente scalfita dagli innumerevoli progetti volti a far conoscere al mondo le loro meravigliose tradizioni e cultura. Eppure, questa gente non chiede altro che venga fatto rispettare, in piccolo, quel diritto di autodeterminazione dei popoli riconosciuto a livello internazionale e che venga altresì riconosciuta la loro appartenenza alla terra in cui sono cresciuti i loro avi.

Via | Survival international

Foto | Flickr

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Biocarburanti. La Shell firma un accordo con la Cosan e "sfratta" i Guaranì

pubblicato da alessandra

Gli indios Guaranì, in Brasile, sono una delle popolazioni indigene più minacciate al mondo nonostante siano anche una delle più numerose. Tutto questo accade a causa della ininterrotta espoliazione delle loro terre da parte di multinazionali ma anche di piccoli allevatori di bestiame. E la situazione, da oggi, potrebbe persino peggiorare a causa di un accordo stellare di 12 miliardi di dollari tra il gigante Shell e la Cosan, il maggior produttore brasiliano di biocarburanti…

Oggetto dell’intesa, la produzione di enormi quantità di bioetanolo a partire dalla canna da zucchero che dovrebbe essere coltivata, in gran parte, proprio all’interno delle terre già formalmente riconosciute di propietà dei Guaranì. Immediata la reazione degli organi istituzionali deputati alla difesa dei nativi brasiliani che hanno scritto un’accorata lettera alla Shell pregandole di fare marcia indietro. Un suo coinvolgimento nella joint venture brasiliana, infatti, potrebbe avere ricadute sociali notevoli e

metterebbe a repentaglio gli impegni assunti dalla compagnia in materia di biodiversità e sostenibilità.

Ma, al momento, tutto tace dal fronte del colosso dell’energia.. Intanto, però, la situazione attuale dei Guaranì sta cominciando a interessare la comunità internazionale, come testimonia il documento redatto, all’inizio di settembre dalle Nazioni Unite, su sollecitazione di Survival International. Nella carta viene sottolineata l’enorme preoccupazione circa la sorte di questa tribù messa letteralmente sotto assedio, costretta a subire violenze sistematiche e dai tassi di suicidi più alti al mondo mentre moltissimi dei loro leader, impegnati nel recupero (sacrosanto) delle terre ancestrali, sono stati brutalmente assassinati nell’indifferenza generale…. Del resto, su ecoblog avevamo già accennato alla loro fragilità in riferimento alla scomoda dicotomia tra modalità di lotta ai cambiamenti climatici e sopravvivenza delle popolazioni indigene, sottolineando che in appena 6 anni, oltre 80 bambini fra i Guaranì erano morti di fame a causa della conversione delle loro terre per la produzione di olio di palma…

Via | Survival International
Foto | Flickr

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Amazzonia: una centrale idroelettrica per distruggerla

pubblicato da alessandra

Le centrali idroelettriche in Brasile stanno diventando un affare molto grosso (e losco!) che rischia di mettere in ginocchio alcune delle economie che ruotano attorno alle foreste e che traggono linfa proprio dallo sviluppo – sostenibile – delle stesse. Pochi giorni fa, alcuni indios del Mato Grosso, armati solo di lance e mazze, sono riusciti ad assaltare la centrale di Aripuanà prendendo in ostaggio oltre suoi 100 dipendenti per tentare di ottenere almeno un risarcimento per la (loro!) terra perduta… Oggi, invece, è nel mirino un’altra zona pluviale brasiliana, la regione amazzonica orientale della Tierra del Medio, nello Stato del Parà in cui il governo di Lula ha dato l’ok per la costruzione della centrale idroelettrica di Belo Monte Lungo il bacino del fiume Xingù, già dichiarato, nel 2004, “riserva estrattiva” con decreto presidenziale allo scopo di tutelare (allora!) la flora, la fauna e i “siringueros” che lavorano da almeno un secolo all’estrazione del latte dall’albero del caucciù.

La centrale che verrà costruita sarà un colosso di circa 11.233 megawatt capace di rendere, tuttavia, solo il 40% del proprio potenziale a causa delle notevoli differenze riscontrate nel flusso idrico del Rio Xingù tra la stagione secca e quella piovosa (da mille metri cubi al secondo a oltre ventimila) con la conseguente necessità di costruire due immense dighe che cambiaranno totalmente l’equilibrio ecologico e termico dell’area. La prevista deviazione del fiume comporterà la riduzione drastica del suo flusso idrico per un tratto di oltre 100 km, con la conseguente estinzione o diminuzione di un numero considerevole di specie prevalentemente ittiche portando al collasso anche quanti vivono di pesca, di raccolta di erbe officinali - altamente richieste dell’industria cosmetica internazionale - e di castagne….

Molte le azioni legali al momento pendenti per tentare di porre un freno alla centrale di Belo Monte, ma troppo poche, secondo i diretti interessati, le possibilità concrete di vittoria… E questo nonostante lo studio di impatto ambientale abbia riferito di almeno 50.000 sfollati previsti a seguito delle inondazioni e della probabile estinzione delle molte specie animali e vegetali autoctone presenti solo in queste zone, ben presto compresse tra modifica sostanziale dell’habitat e prolungamento della feroce Transamazzonica, rete viaria di agevole distruzione, mettendo a dura prova, inoltre, le aree totalmente protette presenti nei paraggi e le tredicimila persone, apparteneti a 24 popolazioni indigene, che, improvvisamente dovranno fare i conti con tuto questo…

Via | peacereporter
Foto | Flickr

IWC: continua la moratoria per la caccia alle balene

pubblicato da alessandra

La Conferenza di Agadir, in Marocco, della Commissione baleniera Internazionale (IWC) d’importanza fondamentale per il destino della caccia alle balene, attende la sua conclusione domani. Eppure, già da questa mattina, è possibile ipotizzarne l’esito: presumibilmente, nessun accordo verrà raggiunto e la situazione rimarrà immutata con il mantenimento della moratoria e l’atteggiamento di Norvegia e Giappone immutato, con la sistematica elusione dei patti internazionali. Forse, un atteggiamento differente potremmo aspettarcelo dall’Islanda che dal 2009 sta portando avanti i necessari negoziati per entrare nell’UE. Esiste, però, tra i due, a questo proposito, un contrasto non trascurabile che riguarda proprio la caccia ai grandi cetacei. La Commissione europea, infatti, in più di una occassione ha proposto che

l’Unione europea e i suoi Stati membri adottino un approccio coordinato a livello internazionale al fine di garantire una protezione efficace delle balene, in particolare opponendosi alla caccia commerciale di queste ultime.

Intanto, all’IWC, la contrapposizione netta tra i due fronti - quelli a favore del mantenimento della moratoria (Stati Uniti, Brasile, Australia, Europa con Italia in testa e Nuova Zelanda) e quelli contro (Giappone e Norvegia) - continua a suscitare accese polemiche con il Paese del Sol Levante che ritiene non vi sia alcuna prospettiva di accordo, neanche futuro, nonostante la sua buona volontà manifestata attraverso la duplice offerta di dimezzare le quote di caccia “scientifica” nell’emisfero australe e di accettare la presenza di meccanismi di controllo internazionale a bordo dei suoi pescherecci. I Paesi contrari, invece, chiedono a gran voce solo la fine della caccia nell’Antartico, senza eccezioni o mediazioni di sorta, e accusano la parte avversa di “mancanza di maturità politica”. Intanto, dopo le rivelazioni sbattute in prima pagina dal Sunday Times sui tentativi di corruzione nipponici ai piccoli Stati aderenti all’IWC per indurli a votare contro la moratoria, molti Paesi - tra cui il governo di Palau, le isole del Pacifico note per aver avversato fortemente l’inerzia degli Stati Occidentali allo scorso vertice di Copenaghen - hanno deciso di ritirare l’appoggio alle proposte giapponesi.

Via | euronews
Foto | Flickr

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Secondo uno studio australiano il Brasile è il Paese con il maggior impatto ambientale

pubblicato da Simone Muscas

Foresta amazzonica brasilianaSecondo uno studio dell’Università di Adelaide (Australia) sarebbe il Brasile il Paese con maggior influenza sui cambiamenti climatici. Dietro lo Stato sudamericano si piazzerebbero nell’ordine: Stati Uniti, Cina, Indonesia, Giappone e Messico. Lo studio è abbastanza particolare in quanto vengono prese in considerazione non soltanto le emissioni di anidride carbonica (per le quale primeggiano Stati Uniti e Cina), ma tutta una serie di elementi la cui somma determinerebbe un quadro della situazione globale leggermente diverso.

I ricercatori infatti sarebbero arrivati a questa conclusione dopo aver analizzato numerosi fattori responsabili dei cambiamenti climatici quali: il disboscamento, per il quale il Brasile occuperebbe il primo posto assoluto, la trasformazione di habitat naturali (terzo posto), numero di specie a rischio estinzione ed emissioni di CO2 (Brasile in questo caso al quarto posto).

Altri fattori presi in considerazione sono l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, la perdita di biodiversità, la crescita demografica nonché la crescita economica. Desta particolare stupore il fatto che anche Paesi quali Singapore e la Corea del Sud occupino, in questa particolare classifica, le prime posizioni.

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Nel 2050 metà della Foresta Amazzonica sarà un deserto

pubblicato da missunderstanding

deforestazione amazzonia

Uno studio dell’INPE, l’istituto Nazionale brasiliano per le ricerche speciali, ha stabilito che la foresta amazzonica potrebbe essere dimezzata nel 2050, ridotta per la metà ad un deserto tropicale, individuando nello stato della foresta tra 40 anni il punto di non ritorno. Dopo di che non sarà possibile tornare indietro e la Foresta Amazzonica scomparirà del tutto in ancora meno tempo.

Secondo lo studio, quello sopra descritto è lo scenario peggiore, ma anche il più probabile, se le regioni dell’Amazzonia non dovessero intervenire con leggi severe ed efficaci per ridurre la deforestazione, così come ha fatto il Brasile. Se non si interviene con tempestività. la deforestazione, gli incendi, e le emissioni di gas serra ridurranno metà dell’Amazzonia ad una savana tropicale.

Gli anni a venire saranno cruciali per la vegetazione della foresta amazzonica, che risentirà dell’aumento delle temperature, della deforestazione continua e dei roghi. Poiché la vegetazione della foresta ha un ruolo cruciale nel regolare il clima mondiale, la perdita di vegetazione contribuirà ad accelerare la velocità dei cambiamenti climatici e l’ulteriore perdita di vegetazione perché ci sarà sempre meno foresta a regolarli. In un processo che diventerà sempre più veloce, le regioni del Sud e del Sud-Est del Brasile riceveranno sempre meno acqua e perderanno la foresta, divenendo più vulnerabili agli incendi.

Secondo lo studio, il circolo della perdita di Foresta Amazzonica sarà più veloce se si continuano a perdere aree di foresta, la terra sarà più secca e gli incendi attecchiranno meglio. Fino al 2050, quando il livello di foresta perduta sarà tale da non poter più tornare indietro e la desertificazione sarà ormai a metà di quello che oggi possiamo ancora chiamare Foresta Amazzonica.

Foto | Flickr

via | Treehugger

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Una cascata artificiale sovrasterà Rio nel 2016?

pubblicato da missunderstanding

solar city tower rio de janeiro 2016

A Rio de Janeiro, che ospiterà i Giochi Olimpici del 2016, per simboleggiare la bellezza e la ricchezza del patrimonio naturale del Brasile e per celebrare le Olimpiadi, lo studio di Architettura RAFAA ha progettato una cascata immensa.

Il progetto della cascata, chiamata the Solar City Tower, la torre solare della città, ha partecipato al concorso internazionale di architettura per i giochi del 2016, presentandosi con due requisiti fondamentali: la bellezza e la sostenibilità. Per contribuire a far sì che i Giochi Olimpici di Rio nel 2016 siano le prime olimpiadi a emissioni zero, la torre/cascata è ricoperta di pannelli solari e l’energia in eccesso prodotta dai pannelli viene usata per spingere l’acqua del mare in alto sulla torre, per sfruttare poi l’energia della cascata durante la notte, simulando la forza delle risorse della natura.

La proposta prevede che la cascata venga installata nella baia di Guanabara: così come il Cristo Redentore di Rio rappresenta la forte tradizione cattolica del Paese, allo stesso modo la Solar City Tower, rappresentando la perfetta fusione tra architettura e natura, potrebbe contibuire, insieme alla lotta alla deforestazione, a rafforzare l’immagine del Brasile come nazione leader nella tutela dell’ambiente, proprio a partire dall’impegno per fare dei Giochi Olimpici del 2016 un evento a impatto zero.

solar city tower rio de janeiro 2016 solar city tower rio de janeiro 2016 solar city tower rio de janeiro 2016solar city tower rio de janeiro 2016

via | Treehugger

Foto | RAFAA

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Rifiuti in cambio di cibo: in Brasile l'ecologia combatte la fame

pubblicato da Peppe Croce

Con quattro chili di rifiuti differenziati ti porti a casa un chilo di ortaggi e verdure freschi e locali. Succede in Brasile, nella città di Curitiba, dove hanno scelto di prendere due piccioni con una fava. E, alla fine, di piccioni ne hanno presi tre.

La città aveva due grandi problemi: un surplus di produzione agroalimentare, che teneva troppo bassi i prezzi facendo calare il reddito degli agricoltori, e la povertà diffusa tra la popolazione non agricola. E’ nato, per questo, il programma Cambio Verde: l’amministrazione comunale compra le eccedenze alimentari dai produttori e le distribuisce ai meno abbienti in cambio dei loro rifiuti.

In questo modo la raccolta differenziata ha subito un fortissimo incremento, i rifiuti sono diminuiti in maniera drastica, la popolazione più povera ha avuto un sostegno alimentare e, per finire, i prezzi dei prodotti agricoli sono diventati più stabili e più alti per gli agricoltori.

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Rapporto sulle risorse forestali 2010: deforestazione in calo ma in fumo un'area grande come il Costa Rica

pubblicato da alessandra

La Fao ha presentato nella giornata di oggi il Rapporto sulle risorse forestali del pianeta. L’indagine ha rilevato, rispetto a 10 anni fa, una contrazione della superficie occupata dalle foreste pari all’estensione del Costa Rica. Eppure, grazie agli sforzi di alcuni paesi, tra cui il Brasile, il fenomeno sta facendo registrare un arretramento: dai 16 milioni di ettari di boschi che annualmente sparivano negli anni Novanta si è passati agli attuali 13 milioni di ettari. Ma, certamente, si può migliorare.

I programmi di riforestazione e le misure legislative abbastanza efficaci portate avanti - fra gli altri - da stati come la Cina, l’India, gli Stati Uniti, e il Vietnam permettono un incremento di 7 milioni di ettari di nuove foreste ogni anno. Ma sono quelle primarie, però, quelle che continuano a diminuire e, pur costituendo il 36 per cento delle foreste totali lamentano la perdita di ben 40 milioni di ettari in appena due lustri a causa del degrado, del taglio e della riconversione a usi agricoli. Abbastanza fiducioso, tuttavia, appare il vicedirettore generale della Fao, Eduardo Rojas:

per la prima volta siamo in grado di offrire un monitoraggio dettagliato e confortante del tasso di deforestazione che evidenzia una frenata grazie a sforzi congiunti, sia a livello locale che internazionale. Sono migliorate, nel panorama mondiale, le politiche e la legislazione in tema di tutela di foreste. E sono risultati positivi anche i casi di assegnazione dell’usufrutto delle foreste alle comunitaà locali e alle popolazioni del territorio. Si tratta di un messaggio particolarmente incoraggiante per il 2010, Anno internazionale della Biodiversità

Foto | Flickr

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Mondiali 2010: uniformi della Nike da bottiglie di plastica riciclate

pubblicato da missunderstanding

uniforme nike mondiali 2010

Quando mancano poco meno di 100 giorni all’avvio dei Mondiali 2010, la Nike rivela la novità per i giochi del Sud Africa: le nuove uniformi per la Coppa del Mondo saranno fatte in parte in tessuto derivato dal riciclo di bottiglie di plastica.

Le squadre che indosseranno le uniformi della Nike avranno addosso divise in jersey prodotto da poliestere riciclato, proveniente da bottiglie di plastica raccolte nelle discariche di Taiwan e Giappone. Ad indossarle saranno Portogallo, Brasile, Olanda e gli altri team che hanno scelto il kit della Nike, che per la prima volta sembra muoversi in una direzione ecofriendly, almeno per quanto riguarda le divise dei giocatori.

Per ogni T-Shirt sono state riciclate 8 bottiglie di plastica, riducendo del 30% i consumi rispetto all’impiego di poliestere nuovo e il progetto per le uniformi delle squadre che parteciperanno ai Mondiali ha permesso la raccolta ed il riciclo di quasi 13 milioni di bottiglie di plastica.

via | ecouterre

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